AD ASTRA | Il viaggio dell’eroe verso se stesso e il suo ritorno a casa

una recensione a cura di Simona Tarantino

Piuttosto controverso e dibattuto questo ultimo film di James Gray che ha spaccato la critica in due, riscuotendo consensi e dissensi pari merito ed in maniera molto netta, piace o non piace, colpisce o convince poco: messa in scena e trasposizione di un dramma familiare, un dramma molto intimo del protagonista, Roy McBride, inserito in un contesto fantascientifico, cornice alla narrazione. “Ad Astra” è un film che senza dubbio può definirsi di Fantascienza, ma dai tratti marcatamente introspettivo-psicologici  e drammatici, sapientemente mescolati all’action-movie, con tratti di monologo interiore che rallentano in maniera rilevante i ritmi narrativi e che prevalgono spesso sul tipico carattere avventuroso propriamente tipico di questo genere. 

E’ un film che può rimanere per lo più quasi del tutto incompreso nel suo intento più profondo da chi si aspetta il classico genere di fantascienza, risultando essere così piuttosto atipico,  soprattutto rispetto ad altri  precedenti cult movie come Primer, Solaris, Interstellar o Gravity  per citare solo i più recenti. Viene piuttosto da pensare che prevalga il film d’Autore su, e all’interno, di quello di Genere, in quanto alcune delle tematiche preferite e amate tanto da James Gray, personali e autentiche (e paragonato già per questo a Scorsese), qui ritornano e danno corpo alla narrazione principale, al leit motiv. Ci sono i legami di sangue e i contrasti  padre-figlio, i rapporti familiari negati e  rinnegati, conflittuali e dolorosi (cfr. Little Odessa 1994), il doppio e il suo rapporto con l’identità familiare, legato alla figura paterna (i due fratelli opposti ne I Padroni della notte, 2008), il doppio e le relazioni sentimentali per due donne (cfr. Two Lovers 2013), ma soprattutto la ricerca ossessivo-spasmodica,  la Missione da compiere , che poi comunque rientra nel filone principale della ricerca d’identità (cfr. Civiltà Perduta, 2016).

Centro gravitazionale attorno a cui  tutto ruota e si dipana, qui è ancora la tematica familiare del rapporto padre-figlio, che funge tuttavia anche da pretesto per parlare di Altro : importante è il significato ultimo, anche differente, che ognuno di noi ci può vedere, cogliere e portarsi a casa.  La dimensione introspettiva incalza già da subito quando lo Spettatore viene calato nella testa del protagonista e nei suoi  pensieri; ascoltiamo infatti tutti i suoi monologhi interiori fin dall’inizio: c’è una vena crepuscolare, molto intimista, nel film, c’è sempre qualcosa di malinconico e struggente nel personaggio, qualcosa di triste e di drammatico nella coscienza di Roy McBride, in cui cogliamo come una spaccatura tra il suo modo di essere esterno basato sull’azione razionale e sulla freddezza, e la sua vita intima dai toni più scuri, malinconici e depressivi. La manifestazione di quel tema del “doppio” dove la dimensione interiore prevale alla fine su quella esteriore e l’introspezione psichica sull’azione. Nel film ci sono così tanti e insistenti primi piani sul personaggio,  serio e riflessivo, chiuso in se stesso, che stentiamo quasi a credere che si tratti di Brad Pitt.

 

 

 

 

 

Roy McBride  è un’astronauta pluridecorato e pluripremiato per le sue missioni aerospaziali, forte, coraggioso ed impavido, dotato di grande risoluzione, audacia  e spirito di abnegazione nell’esecuzione dei comandi. Ma McBride è anche un uomo distaccato, imperturbabile, impeccabile, sempre controllato e votato unicamente alla carriera professionale (racconta ai suoi superiori che è sposato e giustifica il fatto di non avere figli per la pericolosità del suo lavoro). Per contro, a causa di tutto ciò ha perso e sacrificato la sua dimensione emotiva, più autentica e profonda. Tuttavia dietro tutta questa sua facciata di apparente freddezza, apatia e anaffettività, si nasconde in verità una persona profonda e sensibile, una fragilità umana dovuta a una grande ferita del passato mai rimarginatasi (e qui ci piace ripetere che un insolito Brad Pitt, interprete di un personaggio vulnerabile, calato in questo ruolo ci colpisce non poco. Da sempre Roy ha tenuto chiuso dentro di sé il dolore per la perdita del padre, il dolore di un bambino diventato suo malgrado uomo crescendo e vivendo costretto alla sua assenza, prima a causa dell’abbandono paterno dovuto alla partenza per la missione aerospaziale, poi per il suo mancato ritorno e presunta morte. Per queste ragioni Roy ha mitizzato per tutta la vita la figura paterna, trasformata in un Eroe Nazionale, emulandone e seguendone la carriera pur di restargli vicino, ma rimanendo così purtroppo nascosto nella sua Ombra, sacrificando così dunque il vero se stesso. Roy è diventato quasi una macchina, ammaestrato, pronto ad adempiere al suo dovere in maniera stoica ed eroica, in grado di farsi da solo e comunicare autodiagnosi psicologiche: colpisce la scena in cui egli riconosce su se stesso la rabbia e l’angoscia del padre, giustificando in questo modo la solitudine e il fallimento relazionale e matrimoniale, confessando la paura di assomigliargli, il non voler essere e diventare come Lui.

 

 

 

 

 

 

 

Roy è anche  in grado di tenere sotto controllo e  comunicare la sua pressione arteriosa minima, che rimane sempre invariata e ferma ad 80 anche dopo aver rischiato la vita, anche dopo qualsiasi missione pericolosa. Egli, in realtà, allo stesso modo del padre è già fatalmente diventato un  cuore di tenebra, come nel romanzo di Joseph Conrad a cui si è nuovamente ispirato.  Ciò manderà in crisi  il suo sistema di sopravvivenza e il suo apparente equilibrio esteriore, solo il Viaggio interspaziale tra le stelle lo porterà a reincontrare e a doversi confrontare inevitabilmente e finalmente con il Padre, ancora vivo sulla base spaziale Lima ai margini di Nettuno. È qui che Roy viene mandato per parlargli e soprattutto per fermarlo. Come si scoprirà dopo, infatti, il padre è ritenuto responsabile e causa della formazione dei picchi di energia (tempeste e scariche elettromagnetiche) che minacciano l’esistenza dell’umanità Tali scariche sono i prodotti dell’antimateria con cui il padre stava lavorando per scoprire forme di vita aliene intelligenti.

E sarà proprio questo viaggio-missione a cambiarlo, facendo venire a galla il suo vissuto angoscioso  rimosso, i fantasmi rimasti sepolti nella sua coscienza, il rapporto irrisolto per l’abbandono vissuto come figlio (rimasto in ombra) rispetto al padre (trasformato in eroe). Questa sorta di “seduta psicanalitica spaziale” costituisce  il tema principale della narrazione nella seconda parte del film, quando dalla base aerospaziale di Marte Roy tenterà di mettersi in contatto con il Padre redivivo e gli invierà un messaggio vocale. Per la prima volta il monitoraggio della sua pressione cardiaca viene stravolto e il personaggio inizia a provare emozioni forti ed importanti. Ma per questo stesso motivo vi sarà anche l’occasione di una rinascita interiore: al momento di riscatto da una figura  paterna vissuta da sempre come ingombrante e assente. Triste e toccante è invece la scena della conversazione con il padre (interpretato da Tommy Lee Jones) quando Roy lo raggiunge sulla base spaziale orbitante Lima. Il padre, senza alcuna emozione né rimorso alcuno, senza batter ciglio ed in modo totalmente anaffettivo e glaciale,  gli svelerà quanto non avesse mai avuto a cuore né lui, il figlio né tantomeno la famiglia. Al centro della sua vita unicamente la sua missione da astronauta, vista come pretesto per fuggire dalla realtà e per realizzare il suo principale obiettivo di scoperta altre forme di vita intelligenti nel cosmo. Il padre tuttavia rimarrà travolto da questa ambizione, facendola diventare un’ossessione e l’unico scopo di vita, rasentando la follia. Lo spettatore viene così portato a provare  un’immensa compassione e tenerezza per Roy, solidarizzando con il personaggio anche quando, nonostante il rifiuto paterno, egli gli confessa il suo attaccamento affettivo di Figlio. Resta volutamente marginale e appena accennato nella struttura narrativa questo aspetto della volontà di potenza e di predominio-abominio incarnati dal Padre, mostruosa incarnazione di megalomanìa omicida, folle e violenta, che fa perdere di vista la vera finalità e l’etica professionale delle azioni e delle missioni, facendo prevalere le ambizioni personali ed egoistiche. Portando così  inevitabilmente alla distruzione e all’autodistruzione finale: in questo aspetto possiamo coglierne il sottile messaggio-monito di James Gray!

Grazie  a questo necessario ribaltamento di visione del Padre, che da Eroe diventa Mostro, avviene la vera presa di coscienza di Roy, il suo affrancamento da quell’immagine interiore che tanto inconsapevolmente lo ha vincolato per tutta la vita. Deve emanciparsi ed uscire dall’ombra: qui il viaggio diventa un viaggio interiore, un percorso di crescita e di evoluzione personale, di maturazione affettiva che culminerà nell’uccisione  simbolica del padre: solo così il protagonista può diventare Uomo e salvare se stesso, in un rito quasi iniziatico. Un percorso che si pone in analogia con l’odissea e l’epopea alla ricerca della terra promessa da parte dell’Eroe (figura chiave del film). L’Eroe incontra e deve affrontare prove ed ostacoli lungo il suo cammino, compiendo così gesta e imprese strabilianti per dimostrare il proprio valore (viene alla mente un Ercole della mitologia classica per es.), per arrivare a vincere come premio Se stesso, l’Amore, la propria Terra.   

Prettamente in chiave simbolica va visto dunque questo lieto fine o bel finale di Salvezza e Redenzione in stile hollywodiano, che vede la parabola dell’uomo diventato improvvisamente un Eroe e che tuttavia subito ci fa sorridere per una sorta di forzatura degli eventi ci sembra di cogliere. Durante questa missione, e soprattutto nel gran finale, vediamo Roy  vincere su tutto e tutti, superare difficoltà e riuscire sempre incolume e illeso laddove chiunque sarebbe morto e rimasto sconfitto, perdendo tutti i suoi compagni e rimanendo l’ ultimo sopravvissuto come  in una  sorta di Saga Epica di un Supereroe invincibile, di un’eclatante escalation in cui si eludono ogni volta le nostre aspettative e i timori concreti. Così Roy vince i pirati durante l’imboscata sulla faccia oscura della Luna; così uccide i primati che attaccano  altri equipaggi; così esegue l’atterraggio d’emergenza, riesce ad imbarcarsi durante il lancio della navicella verso Nettuno e  riesce a scampare e a difendersi dall’aggressione da parte dei suoi stessi compagni; così  riesce ancora a passare attraverso l’anello pericoloso di Nettuno proteggendosi con un solo scudo dal campo elettromagnetico e dai meteoriti, e, in ultimo, così riesce a sfruttare la forza propulsiva della detonazione per arrivare dritto dritto sulla Terra.

Tutto ciò ha davvero del fantasioso e dell’ incredibile, dell’inverosimile, ma acquista un autentico senso profondo soltanto alla fine: Odissea spaziale e metafora del viaggio,  mito classico e rivisto dell’eroe che attraverso delle prove si umanizza, diventa uomo, (ri)scopre se stesso, l’amore e i sentimenti.  Il riscatto dell’uomo solitario e solo, dal suo genitore-cuore di tenebra, con  l’apertura finale agli affetti e alle relazioni, alla famiglia nel suo ritorno a casa, è l’unico vero significato di vita. Questo è ciò che ci vuole dire James Gray a un livello più profondo. L’uomo – che anziché proiettarsi nel futuro volgendo il suo sguardo verso l’Altrove, quell’Oltre sconosciuto dell’infinito spaziale, assetato e mosso solo da nuove imprese di conquista – guarda invece dentro se stesso, e scopre il vero tesoro-ricchezza, e scopre la luce,  le stelle.

Il passaggio da una visione centrifuga d’azione a una visione centripeta, riflessiva, più umana e spirituale: “Ad Astra” è certamente un film che richiede tempo per essere metabolizzato, compreso e apprezzato appieno. James Gray inizia in maniera sottile, indagando il rapporto che l’uomo ha da sempre avuto con il Cosmo e l’Universo, con le Stelle (da qui anche il secondo significato delle parole “Ad Astra”), le conoscenze scientifiche dell’uomo che cerca di sondare l’ignoto, ma anche le sue credenze, le sue speranze, i suoi sogni, la sua fede interiore proiettata e spostata lassù verso il cielo, su questo Altrove-Oltre di cui né ha né percepisce i confini.

Ecco acquistare allora un ulteriore significato e trovare risposte nel titolo stesso del film, Ad Astra, per nulla casuale o scontato: per aspera ad astra è infatti un noto motto-locuzione latina usato per indicare le asperità e difficoltà che bisogna superare nella vita talvolta per raggiungere e conseguire i  propri massimi Ideali, la propria realizzazione. E’ lampante ed evidente l’analogia. Ma è necessario arrivare e spingersi “fino alle stelle” solo per poi scoprire che in fondo lì non esiste niente di più importante, evoluto, se non incontrare se stessi (o la scimmia da cui discendiamo) e prezioso (le stelle) di ciò che abbiamo, dentro e fuori di noi, di ciò che abbiamo nel vicino qua  e non nel lontano lassù.

Per capire che è necessario tornare a Casa per trovare ciò che c’è di più caro e prezioso, per ritrovare se stessi. Il colonnello Bride in fondo non trova nessuna forma di vita intelligente se non belle immagini di altri mondi, però vuote e fredde rispetto al nostro pianeta Terra, rispetto ai suoi colori, alla sua bellezza e alle sue fattezza. La vita, le sue forme di vita, l’uomo: James Gray si mostra infatti prodigo, e non a caso, nel mostrarcene le immagini spettacolari dall’alto.

Tante le risposte che il film ci vuole suggerire: possiamo anche persino scorgervi così un intento e un riferimento dal sapore ambientalista-ecologico, visti i tempi attuali e le politiche Internazionali, come monito per spingerci a riflettere, e suggerirci a rispettare, conservare e godere adesso di ciò che oggi possediamo e che ci  piacerebbe poter consegnare intatto alle future generazioni.

In ogni caso, che sia chiaro o no il senso ultimo del film, non ci rimane comunque altro che apprezzare e godere delle ben riuscite ambientazioni spaziali, della potenza delle immagini e degli scenari suggestivi, anche solo per l’aspetto più estetico (il direttore fotografia è Hoyte Van Hoytema, uno dei più grandi del cinema contemporaneo). Succede  nella scena madre, che funziona da incipit a tutto il film, ambientata tra  i  tralicci – altissimi e vertiginosi, che dalla Terra si lanciano e si allungano per chilometri  verso il cielo e oltre, verso l’atmosfera terrestre, e ancora oltre verso lo spazio cosmico per captarne segnali extraterrestri e forme di energia. Lo facciamo quando arriviamo a percepire la piccolezza del nostro pianeta e a perderne di vista la netta separazione fisica con lo spazio, a confonderlo con l’atmosfera e il cosmo, uniti in un continuum che toglie il fiato, durante la vertiginosa caduta dall’alto di Roy intento a ripristinarne i guasti. Nel suo rocambolesco volo con atterraggio miracolato a terra, che ci fa godere delle spettacolari visioni dall’alto. Ci succede, ancora,  quando  vediamo le suggestive scene girate sulla Luna durante l’inseguimento e il braccaggio da parte dei pirati.

Da sottolineare, ancora, il significato allusivo nella figura delle scimmie kubrickiane, versione speculare, riflessa e doppia, della specie umana interessata solo alla Conquista dello Spazio, nella sua brama e corsa al potere e al dominio. Così come, nell’addio al padre, ci commuove la disperazione profonda che prova il protagonista.

Per la realizzazione di questa e di molte altre scene è noto che ci si è avvalsi dell’aiuto della NASA e di altre Agenzie aerospaziali, affinchè le sequenze risultassero più plausibili e verosimili.

Sappiamo, inoltre,  come per questioni commerciali e di lancio sul mercato il film abbia subito diversi tagli, e dunque probabilmente nella versione integrale il film sarebbe più apprezzato.

Su tutti i pareri e i commenti di critici e spettatori, svetta tuttavia l’ambizione dell’autore, la volontà da egli stesso sottolineata di portare sullo schermo “la miglior rappresentazione dello spazio mai vista in un film”.

Vedere per credere.