AD ASTRA | Lost per aspera

una recensione a cura di Alessandro Cellamare

Ci sono film che andrebbero portati nelle scuole di Cinema e non per le stesse ragioni per cui nelle medesime si proiettano, dinanzi a platee di studenti, sequenze di Quarto Potere o Luci della Città.
Ci sono film che sono l’esercizio fondamentale per spiegare perché certe “cose” non funzionano giacché fortuna vuole esistano i rispettivi modelli ispiratori ma privi delle storture grammaticali dei primi.

Quando James Gray pensava al suo lavoro del 2019 aveva di sicuro ben chiare le fonti ispiratrici e le suggestioni, e gli era altrettanto chiara l’audacia dell’impresa di mettere in piedi una costruzione filosofica di impianto fantascientifico, missione suicida che conta pochi tentativi nel mondo del cinema e ancor meno di successo.
Per quanto sia impossibile, durante la proiezione, non pensare al 2001 kubrickiano, la citazione del titolo del 68 si riduce, invero, al solo viaggio verso Giove e oltre l’infinito, mentre sono altre due le schiaccianti impronte su cui Gray tenta di appoggiare i suoi scarponi lunari. Se sul fronte narrativo è palese il riferimento a Cuore di tenebra o, per mantenerci nel comparto cinematografico, ad Apocalypse Now, sul fronte formale e introspettivo è Malick la bussola della pellicola; sono, dunque, il film di Coppola e La sottile linea rossa i due monumenti da proiettare prima e dopo Ad Astra, ponendo agli spettatori la fatidica domanda sulle differenze, e non per compiacersi dell’ovvia incommensurabilità di tali opere rispetto a quella di Gray, ma per far brillare per accostamento le debolezze e individuarne errori. Perché laddove le somiglianze strutturali sono lampanti, altrettanto lo sono le abissali distanze in efficacia, a testimoniare, a chi ancora non ne fosse avvezzo, quanto la storia non porti automaticamente a bordo con sé la narrazione.

Il maggiore McBride viene chiamato per una missione di ricerca, investigazione ed eventuale eliminazione di una causa/uomo esattamente come il capitano Willard. Se qui il percorso è solcato da un fiume, lì lo è dallo spazio, mentre tra i protagonisti e gli obiettivi si dipana un viaggio che è percorso di crescita e formazione attraverso incontri, scontri, minacce, pensieri, morte, riflessioni, consapevolezze. Nel corso del film di Coppola ogni episodio, per quanto scollegato dagli altri, aggiunge, costruisce un mondo esteriore e interiore nel capitano Willard, e i suoi pensieri ne suggellano in modo non didascalico la comprensione e inclusione: l’uomo parte con una forma, ne acquista un’altra scolpita da esperienze, visioni, drammi. Analogamente il maggiore McBride incontra ostacoli, uomini, mondi, situazioni, a tratti suggestivi e visivamente potenti (l’attacco dei pirati sui rover, il salvataggio della nave con l’aggressione del babbuino), ma ogni episodio appare un dipinto curato ma stagliato, solo, nello spazio, come un tentativo di emulazione dei maestri, senza che sia narrativamente indispensabile, necessario. E non risultano pregnanti i pensieri del maggiore quanto quelli di Willard, e non per scrittura quanto per relazione sintattica con gli accadimenti, così come i personaggi di contorno e le loro relazioni, fino a un Clifford McBride (Tommy Lee Jones) spento, fiacco, senza magia, senza calore.
Si termina la visione con la sensazione di non aver conosciuto un solo personaggio, scivolati via come gocce di mercurio su un impermeabile, e il rammarico per un potenziale così mal sfruttato, dal cast, alla fotografia, alle atmosfere sospese, ad alcune soluzioni estetiche pregevoli, fino alla colonna sonora alla Zimmer (Max Richter, Lorne Balfe), impianto che avrebbe probabilmente consegnato la pellicola alla storia del cinema di fantascienza nelle mani di un Malick o Villeneuve, e, stavolta a ragione, su una metratura ben più estesa.

James Gray punta ad astra, e per questo si fa fatica a non provarne simpatia e ammirazione, ma durante la scalata l’enorme esplosione di una scalcinata sceneggiatura lo scaraventa giù dall’impalcatura, come il maggiore McBride nello straordinario incipit.
O forse, a ben vedere, come un disperato suicida dalle Twin Towers in fiamme.