AD ASTRA | Una visione del mondo

una recensione a cura di Ezio Genitoni

Accolto, probabilmente a ragione, non come un capolavoro, sia per lo sviluppo narrativo, sia per le performance degli attori, il film di James Gray porta con sé anche spunti interessanti e denota la particolare visione dell’autore.

Futuro. L’astronauta “maggiore Roy McBride”, dotato di eccezionali qualità, dedito ai propri compiti anche a scapito degli affetti, è chiamato a ad una missione salva-umanità ai confini del Sistema Solare, da condurre contro il proprio padre fino a quel momento creduto morto.

Le immagini iniziali, dove il protagonista compie drammatiche evoluzioni ai confini dell’atmosfera terrestre piombano addosso vertiginosamente, preannunciando una visione che sarà fotograficamente appagante. Allo stesso tempo durante tali sequenze, nonostante la loro potenza visiva, grazie anche alla “voce pensante” e ai silenzi della colonna musicale, sussiste quello che sarà un motivo dell’intero film: il confronto permanente ed intimo con il pensiero del protagonista e con la sua psicologia.

Sequenza spettacolare ed immersiva ai confini dell’atmosfera
Protetto dal casco, il maggiore McBride non si dà pace
Premesso ciò, il richiamo che Brad Pitt (Roy) esercita in modo indubbio sul pubblico mette l’accento su un film che racconta in prima lettura la ricerca di un padre (e di un sé), narra in seconda lettura la caccia ad un eroe diventato spina nel fianco, e infine, uno dei temi principali, teorizza l’inconsistenza di ricercare verità e soluzioni altrove.

Una riflessione universale quindi che, giustificando la scelta della fantascienza (nuova per l’autore), si presenta coadiuvata dalle incursioni profonde nello spazio e nel tempo. Interessante, in tal senso, la sequenza in cui Roy McBride tenta di inviare un messaggio al padre Clifford in una camera che assomiglia al “tesseratto” dal quale, in Interstellar di C. Nolan, Joseph Cooper tenta di comunicare con la figlia Murph. Evocativa, inoltre, la sequenza dove improvvisamente compaiono feroci primati che ci riportano indietro alle antiche origini: immense ed inafferrabili distanze spazio-temporali.

Ricorda il tesseratto?

Il tema è di nuovo supportato con efficacia (punto di forza del film), dall’utilizzo della fotografia, affidata al notissimo Hoyte van Hoytema, già apprezzato nel citato Interstellar. Vengono infatti regalate allo spettatore immagini che, senza penalizzarne la bellezza, accentuano ora l’inospitalità ora l’indesiderabilità dei luoghi extraterrestri.

Deserto marziano
I mondi ipotizzati, osservati negli anni durante la “fallimentare” missione dal padre di McBride, sono bellissimi ma disabitati, irraggiungibili. Meglio chiudere, sembra dire l’autore, con un passato di esplorazione e di apertura, quasi temendolo, e rivolgersi verso una sfera più intima impegnandosi nel risolvere i nodi all’interno del nostro “mondo”. Condivisibile? Non necessariamente!


I temi, di grande attualità, sembrano chiari, ma il film, nel suo complesso, al di là di indubbie peculiarità che lo rendono piacevole ed a tratti profondo, non è pienamente convincente. Impreziosiscono il cast, la presenza di Tommy Lee Jones e Donald Sutherland (già in Space Cowboys di Clint Eastwood) e Liv Tyler (già in Armageddon), che contribuiscono, però, in minima parte all’appagamento dell’immaginario dello spettatore.

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