AMERICA LATINA | Il castello di carte

Regia: Damiano e Fabio D’Innocenzo

Anno: 2021

Produzione: Italia, Francia

una recensione a cura di Liliana Giustetto

I fratelli D’Innocenzo ci catturano in un sereno ambiente e ci trasportano in una profondità che non ci saremmo aspettati.

Massimo Sisti è un giovane, professionale dentista, titolare di uno studio candido e modernissimo.
La sua vita è tutta dedita al lavoro e alla sua adorata famiglia: moglie e due figlie nei dintorni dell’adolescenza, che lo deliziano con sonate al pianoforte.
Vivono in una villa nelle campagne di Latina che è il loro rifugio tranquillo, ma che sembra anche uscita dalle pagine di un blog di architettura terribile.
Unica parentesi quotidiana è la birra dopo il lavoro con l’amico di sempre.
Quando un giorno, Massimo, scende in cantina e trova una ragazzina legata ed imbavagliata, la sua pace finisce di colpo.

Da subito cogliamo un senso di non normalità nella normalità.
Le riprese sono tutte in controluce, sfocate, in primissimo piano, al buio, di spalle, riflesse nei vetri e nel brodo.
Le immagini sono tuttavia molto limpide e la fotografia è pulitissima, quasi come guardare in un microscopio.
Sulle pareti di casa predomina un rosso cupo.
Il bar dell’amico è al momento di chiusura, non illuminato.
Vediamo il contrasto tra un ambiente pulito e sterile con un ambiente sporco ed invaso da immondizia.
E poi l’acqua: le lacrime, la piscina, le bottiglie, il tubo rotto, a rimarcare l’effetto del naufragio.

Il personaggio ci trasmette la sua ansia crescente che dimostra nell’atto di mangiarsi le unghie, abusando di alcoolici ed ingoiando psicofarmaci.
In contrasto con la serenità e leggiadria delle donne della famiglia, che sembrano tre bambine immacolate.

Massimo non si confida con nessuno e cerca di trovare da solo una spiegazione.
I contrasti nella sua vita diventano sempre più insostenibili.

Non è difficile trovare parallelismi con il cinema di Yorgos Lanthimos, quasi un – Kynodontas – al contrario, pur non contenendo alcuna violenza, o – Il sacrificio del cervo sacro -, per la situazione di claustrofobia di certe situazioni.
Ma fin qui ci hanno portati, ad occhi chiusi, i registi.
Poi è il momento di aprire gli occhi e di capire.

Bravi i D’Innocenzo che hanno giocato benissimo le carte della suspense e del disagio fatto provare agli spettatori, anche se, verso la conclusione, hanno un po’ perso l’orientamento.
Supportati da Elio Germano, che si dimostra ancora una volta un interprete maturo e versatile.

Se con Favolacce avevano spinto troppo sul pedale del grottesco, fino ad un finale di una improbabile verosimiglianza, qui usano la surrealtà della sopravvivenza. In tutti i sensi.

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