AMERICA LATINA | Se tu scruterai a lungo nell’abisso

Regia: Damiano e Fabio D’Innocenzo

Anno: 2021

Produzione: Italia, Francia

una recensione a cura di Alessandro Cellamare

Esiste una prospettiva largamente condivisa per valutare l’importanza di un’opera cinematografica che è l’originalità, il suo essere unica anche nell’appartenenza a una categoria già nota. Pur essendo distante dal conferire a tale aspetto un peso troppo rilevante, diventa difficile non esserne travolti quando fa da amplificatore a una stoffa di pregio, che – ormai è assodato – è il tessuto del cinema dei D’Innocenzo.

I due gemelli si confermano prestigiatori del silenzio, del rarefatto e del sospeso, oggetti narrativi che spostano sotto i nostri occhi come carte da poker su un tavolo sporco e desaturato, un po’ rosso, un po’ verde, a tratti grigio.

I personaggi scorrono in scenografie-specchio del disagio, in America Latina praticamente senza decorazione musicale e con un unico uomo sotto la lente, un Elio Germano meno intenso che in Favolacce ma calibrato, sicuro ed efficace. I riflessi, gli sguardi, le sonorità dissonanti già incontrate nel lavoro di Egisto Macchi, ma qui ridotte a un estratto concentrato senza musica, puntellano atmosfere che rimandano a un Lanthimos meno compiaciuto e razionale, forse più il risultato di un percorso che di un’ispirazione – e comunque diverso.

Cosa accade al protagonista e cosa vede lo spettatore? Dove inizia e dove finisce il depistaggio (se c’è)?
Partendo da una traccia drammatica con innesti da crime-movie i D’Innocenzo imbastiscono un film del mistero etereo che dice ripetutamente una sola cosa cui non si riesce mai a credere fino in fondo, se non nel (didascalico) finale: che il nostro sguardo è lo sguardo di quell’uomo, il nostro affondare è il suo, spiazzati, destabilizzati, come su una sedia marcia in procinto di lasciarci precipitare. E’ una lenta compenetrazione che si abbandona solo sui titoli di coda, un risveglio che porta il sollievo di un’anima che lascia un corpo che si conosce troppo bene. E’ in questo parlare al preconscio, senza lasciare lo spettatore accorgersi di parole e significati, la sottile magia di un cinema che per immersione ricorda il Volevo nascondermi di Diritti o il Van Gogh di Schnabel, ma con l’unicità di farlo in un contesto cinematografico che spesso galleggia in superficie o, se scende più giù, non riesce a parlarci che con gli stilemi del noir.

America Latina è un film profondo giacché lascia sprofondare, lo spettatore a momenti impaurito dall’incubo nietzschiano di guardare troppo a lungo nell’abisso e superare “quella soglia”.
Ma non è questo il cinema, in fin dei conti?
Sì. Anzi di più.
E’ il grande cinema.

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