associazione di promozione sociale

AMSTERDAM | Crimini e misfatti

Regia: David O. Russell

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America, Canada

una recensione a cura di Elena Pacca
Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, senza macigni sul cuore.

Italo Calvino – Lezioni Americane

A voler guardare un film aspettandosi altro si finisce con il deludere le proprie aspettative. Questo deve essere quanto capitato a critici, recensori e quant’altro che dai titoli – a quello mi sono limitata – ha stroncato un film che vale il gusto di prenderlo per quello che è, una commedia romantica tinta di giallo a metà tra un plot alla Agatha Christie e una piece teatrale dagli echi pirandelliani, condita da un gusto per il divertissement che nulla deve dimostrare se non il senso di quel camminare di tutti, sull’asse di equilibrio fra leggerezza e serietà, fra amore e odio, fra commedia e dramma, quando non tragedia, fra piccole storie e grande Storia.

L’amore non basta. Devi lottare per proteggere la gentilezza”. Basterebbe ricordarci questo, per apprezzare un film che vale, per l’appunto, il gioco che inscena, un gioco dove nulla è dato per scontato, a partire da colui che tira le fila di tutta la storia, un Christian Bale che a tratti ha la sgangheratezza un po’stropicciata del tenente Colombo ma sotto sotto non perde mai il controllo e tiene la barra dritta sino alla fine.

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Dove un cast stellare (parola prevalente in tutta la titolazione re/censoria) non gioca al puro presenzialismo ma sfodera – Margot Robbie, Robert De Niro e Christian Bale su tutti – una performance di assoluto e deliziosamente compiaciuto rilievo. Amsterdam, intesa come città dove tutto è più permesso che altrove, è quell’unità fra tempo luogo e spazio che tiene insieme non solo la perfezione scenica ma quella di Burt Berendsen/Christian Bale, Harold Woodsman/John David Washington, Valerie Voze/Margot Robbie che in questa sorta di Eden appena post bellico – siamo nel 1920 circa – vivono il tempo che vale una vita intera, quell’inesauribile serbatoio di vitalità, gioia, armonia, amore e amicizia che un sodalizio e poi un patto quasi formale rinsalderà ulteriormente, cui poter attingere nei momenti più aridi, quei tempi bui che di lì a poco si presenteranno.

La guerra è il momento di incontro dei tre ed è lo spartiacque narrativo tra un prima e un dopo. La guerra è elemento di rottura. Tra chi va al fronte e chi rimane a casa. Tra chi torna e chi no. Tra chi torna straziato non solo metaforicamente ma fisicamente. Tra chi porta sul proprio corpo i segni di ferite e mutilazioni e chi quei segni non vorrebbe più vederli attorno a sé perché ricordano un periodo da dimenticare. I reduci sono persone scomode perché faticano a ritornare a una normalità che sembra volerli ignorare, non solo privandoli o non restituendo loro un lavoro, ma dimenticando quei sussidi e quei sostegni promessi.  E’ la condizione drammatica di una generazione che solo facendosi corpo d’armata non belligerante trova senso nella propria esistenza lacerata, a pezzi. Quei pezzi – le schegge di metallo che Valerie infermiera al fronte estrae dai corpi devastati – che riutilizza assemblandoli in servizi da thè o altre forme artistiche perché una cosa brutta non sia anche inutile e possa far scaturire qualcosa di bello, qualcosa in grado di vincere gli orrori della guerra, ed esserne testimonianza.

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Lasciarsi trasportare dal flusso delle storie che si dipanano inseguendo i flash back, con il piglio picaresco e scanzonato per raccontare una Storia che avrebbe potuto andare diversamente se l’America anziché contribuire a liberare l’Europa dal nazifascismo fosse stata la sua maggior potenza alleata. Lasciarsi andare al racconto senza voler effettuare un esame autoptico (elemento che nel film rivelerà che una presunta morte naturale, così naturale non è) per indagare le cause e le motivazioni di ogni fotogramma, di ogni dialogo, di ogni sguardo che intercorre tra gli occhi dei protagonisti – tutti a loro modo lo sono, che stiano in scena per pochi minuti o per quasi tutto il film – occhi che a volte hanno la fissità di un bulbo vetroso che, come a Christian Bale, “scappa” dal suo domicilio oculare per rovesciarsi a terra, o la bellezza incantevole e ipnotica di quelli di Margot Robbie, o la straordinaria e inquietante gigantezza di quelli di Rami Malek e Anya Taylor-Joy.

Il regista sa di avere una mano vincente e gioca bene le sue carte. Tutti gli attori concorrono a calare i  punti al meglio,  diretti con furioso entusiasmo che trova misura nel concerto di intenti, perché David O. Russell sa che il caos fa parte della vita e non ha senso negarlo. Non vuole essere didascalico, pedante, non ha velleità moraleggianti palesi o nascoste, libera una storia che tramuta il sollievo finale in un disilluso contrappasso per ciò che viene riservato ai colpevoli. I veri colpevoli che pur senza raggiungere lo scopo sconteranno poco o nulla, nascondendosi e integrandosi nei sicuri meandri del capitalismo che sacrifica l’ideologia ma salva sempre sé stesso.

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