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AMSTERDAM | Una storia su un passato che interroga l’America di oggi

Regia: David O. Russell

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America, Canada

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Amsterdam del regista David O. Russell (Il lato positivo, 2012 e American Hustle – L’apparenza inganna, 2013 i suoi film più importanti) si caratterizza per la presenza di un cast d’eccezione sia nei ruoli principali (Christian Bale, John David Washington e Margot Robbie), sia in quelli secondari (Rami Malek, Anya Taylor-Joy, Michael Shannon, Zoe Saldana e, soprattutto, Robert De Niro).

La vicenda narrata si svolge in due momenti distinti della storia americana (ed europea) del XX secolo, collocati – rispettivamente – negli anni 1918 e 1933. Il tema di fondo, trattato sullo sfondo di una storia d’amicizia in salsa noir, è quello delle condizioni di vita e della conseguente collocazione sociale dei reduci della Grande Guerra, il conflitto nel quale per la prima volta gli Stati Uniti d’America e il loro apparato industriale fecero capire al mondo intero che era finita sia l’epoca dei grandi imperi europei – travolti quasi tutti dal conflitto appena conclusosi – sia il dominio delle potenze coloniali europee per eccellenza, la Francia e il Regno Unito.

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E in filigrana alle vicende personali di due membri di importanti minoranze etniche americane – il mezzo-ebreo Burt Berendsen (Christian Bale) e l’afro-americano Harold Woodman (John David Washington), che stringono un inseparabile sodalizio con un’infermiera dell’upper class – traspaiono i chiari riflessi di ciò che, al di là dell’oceano, sta accadendo in Italia, prima, e in Germania, poi.

E la più generale vicenda dei reduci di guerra americani – trascurati e abbandonati dal governo nonostante l’impegno e il sangue versato per la nazione – si affianca idealmente a quella dei maltrattati e negletti reduci italiani e tedeschi che, vittoriosi i primi e sconfitti i secondi, hanno rappresentato il grimaldello utilizzato dal Fascismo e del Nazismo per salire al potere.

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Il film si colora, quindi, di venature storiche pur costituendo un prodotto d’intrattenimento confezionato in stile noir, che prende avvio dalla misteriosa morte per avvelenamento del generale Bill Meekins (Ed Begley Jr.) e si snoda attraverso le disavventure dei due protagonisti ex-combattenti, che rischiano – dopo aver ritrovato l’infermiera a più di dieci anni di distanza dallo spensierato periodo di Amsterdam – di essere accusati dell’omicidio della figlia del generale, anch’essa assassinata.

Il corso degli eventi farà emergere una realtà in cui la distanza fra la grande democrazia americana e le dittature europee si fa sempre più piccola a causa della cospirazione di alcune potenti famiglie d’affari, che vedono nel mito dell’uomo “forte” – incarnato da Mussolini e Hitler – la salvezza degli Stati Uniti e della vecchia Europa. Al punto da ordire un vero e proprio colpo di stato a danno del presidente Franklin D. Roosevelt, considerato solo un debole invalido. E al centro di tutto si scoprirà essere proprio la famiglia di appartenenza dell’amica infermiera Valerie Voze (Margot Robbie), il cui fratello – un autentico villain vecchio stile (Rami Malek) – risulterà essere uno degli artefici del complotto.

Si tratta di un film, quindi, che sotto una vernice di genere noir e la presenza di alcune grandi star di Hollywood, si propone come un’opera che parla dell’attualità agli uomini di oggi, con una modalità non troppo diversa – anche se meno riuscita – da quella utilizzata da Roman Polanski ne L’ufficiale e la spia di tre anni fa. E che interroga (e ammonisce) lo spettatore nazionale e internazionale sulla crisi d’identità della democrazia americana, la cui torsione subita nei quattro anni di presidenza Trump è non solo evidente ma anche, e soprattutto, incombente, trattandosi di uno nazione compressa da fondamentalisti cristiani che a vario titolo impongono l’agenda politica statunitense. E in qualità di “portavoce” del cinema americano, che così spesso si è contrapposto a Donald Trump, non è casuale la presenza di quel Robert De Niro che dell’opposizione all’ex-presidente ha fatto una bandiera durante il difficile periodo che gli Stati Uniti d’America hanno vissuto (e stanno ancora vivendo) da alcuni anni, come testimoniato dall’attacco al Campidoglio del gennaio 2021.

Per concludere, un lavoro di David O. Russell meno riuscito di altri, al di sotto delle aspettative e – forse – eccessivamente lungo. Ma capace, nonostante tutto, di puntare direttamente al cuore politico dell’America contemporanea, pur narrando una vicenda apparentemente lontana nel tempo poiché collocata fra le due guerre. Bravissimo come sempre Christian Bale e di buona presenza scenica la grintosa Margot Robbie, mentre ancora una volta si segnala per la sua inespressività un John David Washington che dai tempi del brillante BlacKkKlansman di Spike Lee non è più riuscito a ripetersi.

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