La parola Gaza – un laboratorio permanente.

Una giornata (e due momenti) di discussione aperta sulla scrittura durante il genocidio.

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Quando questo laboratorio si è riunito per la prima volta nel suo nucleo iniziale, una frase ha riecheggiato su tutte, ci ha portato al silenzio e a una riflessione profonda. Tra noi aleggiava una frase: «Cambia la vita, cambia la letteratura», mentre intorno a noi il genocidio si trasformava nell’ennesima questione di oscillazioni, opportunismi, lanci promozionali, o, per usare le parole di Jean Genet, «rendite di posizione». Cambiare è questione di confronto e pratica. Con La parola Gaza dichiariamo una pratica e cerchiamo un confronto con coloro che, come noi, si occupano di leggere, scrivere, tradurre, pubblicare, diffondere letteratura dalla faglia.

Invitiamo chiunque a prendere attivamente parte alla giornata di discussione che si terrà presso la sede di Babelica (via Fossano 8, Torino) il 17 ottobre 2026, in due momenti distinti (mattina e pomeriggio). Con il collettivo letterario che propone il laboratorio, e che modererà gli incontri, ci saranno ospiti i cui interventi serviranno come punto di partenza per una discussione collegiale. Il dibattito sarà infatti aperto a qualsiasi persona voglia portare le sue riflessioni, discutere il tema oggetto del laboratorio, leggere un testo proprio o altrui, sollevare un dubbio: per quanto possibile, ci piacerebbe infatti che il confronto avvenga in maniera assembleare, senza cattedre e protagonismi.

MOMENTO #1
Dalle 10 alle 12:30 – La testimonianza, il documento, l’archivio

Cosa vede chi testimonia? Cosa testimonia chi scrive? Posto che portando all’estremo questo concetto, il vero testimone non è più qui (Primo Levi, I sommersi e i salvati), che tipo di testimoni siamo noi che, all’altro estremo, guardiamo il genocidio in diretta? In mezzo, tra i morti e il pubblico, c’è l’urgenza del popolo ancora attualmente oppresso. Quanto conta la postura testimoniale nella scrittura e nella ricezione della letteratura palestinese in questi anni? Quanto conta la posizione della testimonianza? Qual è il valore letterario di una funzione che agisce sul presente e che diventa documento solo nel tempo e in prospettiva? Un archivio può essere una forma di resistenza? Un archivio, che per sua natura è anche distruttivo, può essere una forma letteraria? La letteratura stessa è un archivio? In che misura l’archivio (dei documenti del genocidio) rende possibile la costruzione di contronarrazioni che invalidino la vulgata sionista? E allo stesso tempo: lo studio della vulgata sionista come strumento per decostruirla e permettere l’articolazione di contronarrazioni; il documento è allora uno strumento per smontare il discorso del nemico?

MOMENTO #2
Dalle 15:30 alle 18 – Forma e militanza

Cosa significa leggere, scrivere, pensare la letteratura da dietro il «grilletto dell’Impero»? Quali pratiche, sforzi, ricerche mettere in atto per dare vita a un cambio di prospettiva? Cosa significa decolonizzare una letteratura? Cosa significa non scrivere per la commozione, per la vittimizzazione, per l’autoassoluzione? Cos’è una scrittura politica? Quali sono gli esempi di scritture politiche?  In che modo, nella pratica della composizione, il lavoro sulla forma può permettere (o ostacolare) la messa a nudo della faglia in cui ci troviamo? Quali sono le pratiche compositive che permettono al testo letterario di mettere a nudo e di affrontare i conflitti del proprio tempo senza esserne schiacciato, e senza neutralizzare e strumentalizzare il conflitto? Quali sono le armi della forma? Perché il frammento è un’arma della forma? Perché la traduzione è una necessità di resistenza? Il genocidio palestinese ha rivelato una questione linguistica? Come agiscono censura e autocensura? Cosa significa essere qui, oggi?

 

OSPITI
Jasmine Barri artista visuale italo-palestinese di seconda generazione nata nel 1997, studia Arti visive presso lo IUAV Venezia. La sua ricerca si concentra sull’archivio fotografico come forma di preservazione e memoria della cultura palestinese.

Adel Jaser, figlio di Adnan, palestinese in diaspora nato nel 1941 a Taybeh, Palestina.

Sami Hallac nato nei territori palestinesi occupati nel 1967 e attivo in Italia in vari comitati e associazioni locali e nazionali a sostegno della Causa Palestinese. Con l’intento di dare spazio e forza alla voce di chi vive sulla propria pelle l’occupazione coloniale di insediamento, traduce, assieme a tanti/e altri/e, articoli, ricerche e libri scritti da palestinesi, che sviscerano il senso e il significato della resistenza e del sumud palestinese.

 

LA PAROLA GAZA – Laboratorio permanente

Dal 7 ottobre 2023 viviamo, leggiamo, scriviamo da una faglia, una faglia che già esisteva, ma che per molto tempo abbiamo scelto di non vedere. La faglia non è circoscritta; percorre invece il mondo e la letteratura in senso longitudinale e verticale. In entrambe le direttrici, l’orizzonte è un genocidio.
La letteratura a noi immediatamente vicina, la nostra letteratura, nasce da un genocidio, quello che la Germania nazista, sostenuta dai suoi alleati, applicò in maniera sistematica ai danni degli ebrei, dei rom e dei sinti d’Europa, con la complicità dell’intero sistema economico e culturale occidentale; senza dimenticare la propria provenienza, la nostra letteratura, la letteratura a venire, ne abbiamo la convinzione, dovrà fondare i suoi presupposti sul genocidio che lo stato di Israele, appoggiato da un Occidente che fonda la propria irrealizzata identità su idee e pratiche di stampo colonialista e imperialista, sta perpetrando nei confronti della popolazione palestinese.

Scrive Mahmud Darwish: «Bisogna portare rispetto al terrore che incutono queste ore, ore in cui l’esistenza umana passa da una riva all’altra, da un’era all’altra».

Viviamo, leggiamo e scriviamo dalle fila degli oppressori, dei suprematisti, dei fantasmi del capitale, e ci domandiamo: come fare a rivolgere le traiettorie delle nostre parole nella direzione giusta, a non fare delle nostre parole l’ennesima arma del nostro privilegio?