associazione di promozione sociale

ARGENTINA, 1985 | Nunca Mas

Regia: Santiago Mitre

Anno: 2022

Produzione: Argentina

una recensione a cura di Elena Pacca

Tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo
Primo Levi

Ad avere gli anni giusti, si ricordano gli anni di un mondiale di calcio che si doveva giocare o non giocare? Si ricorda per chi è da sempre considerato dalla parte sbagliata del tifo, il gol di Bettega, la testa canuta che poi pubblicizzò il Color Comb magico pettine che tramutava i capelli in una zona grigia che mischiava il bianco con il nero ma non nell’accezione di Paul McCartney & Stevie Wonder.

Gli anni di due dittature contigue, al di là dell’Oceano, Cile e Argentina, strette in un abbraccio mortale che suscitavano desiderata nefasti, fra le fila di coloro che oggi governano l’Italia nostra. Erano gli anni in cui uno slogan schifoso paventava un futuro similare “Cile, Cile, Argentina, l’Italia come l’America Latina”.

Questo per dire che chi ha un certo vissuto non potrà che commuoversi al termine dell’arringa finale – trasposta nella sua puntuale esattezza semantica e filologica – di Julio Strassera, procuratore incaricato di allestire – per la prima volta non presso un tribunale militare ma dalla Corte d’Appello Civile – il procedimento penale per crimini contro l’umanità contro nove generali responsabili del genocidio argentino perpetrato tra il 1976 e il 1981, genocidio che annullò un’intera generazione.

Argentina 1985 img 1 elena

Ricardo Darin, chiamato nuovamente ad un ruolo giudiziario come ne Il segreto dei suoi occhi coevo per ambientazione spazio temporale, ricopre le due ore del film assumendosi il peso di un uomo solo o quasi – poiché fu affiancato e sostenuto dal giovanissimo procuratore aggiunto Luis Moreno-Ocampo – che si assunse con qualche titubanza, ma con assoluto senso del dovere, un incarico pericoloso, delicato e sicuramente preventivamente non immaginato così doloroso e devastante in virtù del contributo delle circa ottocento testimonianze dirette.

Il film corre lungo il filo di una corsa contro il tempo per produrre quella mole di prove inconfutabili senza le quali le tesi accusatorie potrebbero vacillare. Assume la forma del legal drama con la commistione della ricerca spasmodica delle prove affidata ad una squadra assai giovane, intraprendente e coraggiosa, scelta non senza difficoltà dopo che tutti coloro che avrebbero potuto aiutare Stassera hanno declinato l’invito.

Compito improbo, volto non solo a documentare la violenza, ma soprattutto a scardinare o quantomeno a far breccia nella solida e stolida impassibilità dei benpensanti, quelli che preferirono girare la testa e far finta di non vedere, per non aver turbamenti morali, continuando ad andare a messa tutte le domeniche, magari persino nella stessa chiesa in cui devotamente praticava la famiglia Videla, insomma quella vecchia cara borghesia che non si sa (ancora) se faccia più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Teso, emozionante, coinvolgente, affida al potere della parola – non compaiono sequenze cruente – la capacità evocativa di farci vedere, sentire e percepire comunque l’orrore, l’insensatezza e l’accanimento di quello che non fu una lotta per reprimere un attacco allo stato ma un programmato venir meno di tutte le garanzie costituzionali a favore di un massivo utilizzo del sopruso e dell’abuso, della carcerazione, della tortura e infine della sparizione e della morte e dell’operazione finale di “smaltimento” dei cadaveri attraverso gli aerei della morte. Perché, come afferma Strassera nell’arringa, “il sadismo non è un’ideologia politica né una strategia militare, è solo una perversione morale di un potere feroce, clandestino e codardo”.

Alla contentezza che spontaneamente sale in chiusura, si affaccia l’amarezza del dopo. Delle “leggi del punto finale” e “dell’obbedienza dovuta” che vanificarono – quantomeno per un certo periodo – le sentenze precedenti. E il fatto – citato e ribadito dai più – che tanti che pure parteciparono alla mattanza, li potevi incontrare in giro, nei loro abituali mestieri di sempre, con lo sguardo di chi, se potesse, avrebbe rifatto le stesse cose.

Il non riuscire a fare i conti con il proprio passato è un vizio comune. In qualche modo le dittature sanno di poterla fare franca. Pochi pagheranno, molti continueranno la propria vita girando per il mondo che non avranno cambiato ma avranno minato, lasciando covare sotto la cenere un fuoco capace di resistere per anni e di ritornare, uguale e mutato, nel momento opportuno, quando la debolezza e la fragilità dei tempi, presteranno loro il fianco.

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