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ARMAGEDDON TIME | Sopravvivere e (è) non guardare dietro di sé

Regia: James Gray

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America, Brasile

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Il nuovo lavoro di James Gray si muove fra due temi paralleli, intrecciandoli in modo tale da mantenere il primo ben in vista e lasciare il secondo sullo sfondo delle vicende narrate: l’adolescenza (o, ancor meglio, la preadolescenza) e l’inevitabilità di guardare sempre davanti a sé e mai indietro, tematica tutt’altro che secondaria nonostante non occupi, almeno in apparenza, una posizione preminente.

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Il protagonista del film è Paul Graff (Michael Banks Repeta) il figlio minore di Esther (Anne Hathawey) e Irving Graff (Jeremy Strong). Insieme a lui – a far da controcanto da ogni punto di vista – il compagno di scuola e amico Johnny (Jaylinn Webb), un ragazzino di colore che – come la stragrande maggioranza degli afro-americani dell’epoca (siamo nel 1980 ed è in arrivo la presidenza di Ronald Reagan, mentre il reaganismo è già imperante) – non se la passa granché bene. Due giovani, quindi, di differente origine e classe sociale che, nonostante l’assoluta diversità, sviluppano reciproca empatia e manifestano un’innata capacità di mettersi nei guai, ad esempio nel rapporto con il loro rigido (e persecutorio) insegnante. Il signor Turkeltaub (Andrew Polk), infatti, è un chiaro esempio di come si conformino i rapporti con e fra le varie etnie e classi sociali negli Stati Uniti d’America: se da un lato Paul è incalzato dall’insegnante per il suo essere distratto e sognatore, Johnny dall’altro alto è ignorato – quando va bene – o maltrattato a prescindere – quasi sempre –, poiché considerato senza speranza, con tutta evidenza a causa di un pregiudizio etnico e della complicata situazione famigliare.

Una serie di piccole e grandi disavventure vissute con la leggerezza e la spensieratezza tipiche dell’età dei due ragazzini, spingeranno la famiglia di Paul – genitori e nonni – a ritirare il giovane dalla scuola pubblica e inserirlo in un costoso istituto privato, dove – sperano – potrà esprimere meglio le proprie potenzialità artistiche ed entrare in contatto con classi sociali più elevate, senza le distrazioni (e i relativi impatti sul rendimento scolastico) dovute alla frequentazione di Johnny, oltremodo consapevole e oppositivo nei confronti del mondo che gli sta intorno, che – come si suol dire – gli “rema contro” in ogni modo possibile. E tutto ciò nonostante l’impegno in sua difesa di Paul, sollecitato dal nonno Aaron (Anthony Hopkins) ad uscire allo scoperto e a non aver paura di protestare contro le ingiustizie.

Muovendosi all’interno di questi ristretti confini, Gray racconta un breve tratto del percorso di formazione dei due ragazzi e, in particolare, di Paul. E quindi il comportamento in classe, gli errori commessi, le piccole e grandi bravate a causa delle quali finiscono nei guai, quando per un furto ideato da Paul e commesso in coppia per finanziare un fantasioso progetto di fuga da casa le cose si mettono male, costando al protagonista un quasi arresto e all’amico – con ogni probabilità – l’entrata in riformatorio.

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Apparentemente sullo sfondo della vicenda – ma centrale nel discorso del regista – si trova la famiglia medio-borghese di origini ebraiche di Paul, residente nel distretto del Queens. Gli “americani” di prima generazione provenienti dall’est Europa (Aaron Rabinowitz è il vero nome del nonno) arrivarono a New York per sfuggire alle persecuzioni antisemite e inseguire il sogno americano, nonché una scalata sociale che – seppur cercata con abnegazione per decenni – non sembra, però, a portata di mano. Con il risultato finale di aver plasmato una famiglia certo amorevole e coesa ma – altrettanto certamente – ingombrante e dalla quale Paul (e attraverso di lui lo stesso James Gray) fatica ad emanciparsi.

Un film personale, quindi, con una forte impronta autobiografica – come di recente hanno scelto di fare anche Steven Spielberg e Alejandro González Iñárritu – in cui il messaggio finale è l’inaggirabile necessità di sopravvivere ai duri ostacoli posti dalla vita. Superandoli – magari fortunosamente come nel caso di Paul, salvato da un poliziotto italo-americano che aveva conosciuto il padre qualche tempo prima –, lasciandoseli alle spalle e ringraziando per il colpo di fortuna o – in alternativa – ricominciando da zero se la sorte non arride. Un modo di porsi che è il distillato della resilienza ebraica di fronte a duemila di diaspora in ogni parte del mondo e, al contempo, una condanna dal sapore amaro a lasciare indietro molto se non tutto, come avviene con il povero Johnny nel caso di Paul.

Notevole il cast – su tutti Anne Hathaway, Anthony Hopkins e Jeremy Strong – che lascia intuire un vissuto dei personaggi molto più articolato di quanto la trama non riesca ad esprimere. E un buon film – con in filigrana il ritratto di un’epoca cruciale – che lascia, però, un senso di incompletezza e l’impressione di un’opera non del tutto riuscita.

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