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BABYLON | Del cinema del tempo che fu e dei suoi eccessi

Regia: Damien Chazelle

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

In premessa alla recensione della nuova opera di Damien Chazelle, è doveroso rimarcare come un’attenta analisi del suo contenuto richiederebbe una lunghezza del commento pletorica almeno quanto l’incredibile durata del film, di poco superiore alle tre ore. E ciò senza l’obiettivo di riassumerne in modo anche solo sommario il plot ma semplicemente puntando alla straordinaria densità di personaggi “tipologizzati”, ai continui richiami all’epoca in cui la vicenda è ambientata e ai fondamentali riferimenti alla storia del cinema nel delicato passaggio dagli anni ’20 agli anni ’30 del secolo scorso.

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E la scena iniziale, in cui si assiste al trasporto con un piccolo camion di un improbabile elefante lungo una strada accidentata, fa sin da subito presagire che l’eccesso e l’incontinenza saranno la cifra di riferimento del film e così sarà, a tutti gli effetti, almeno per la prima ora abbondante. Le vicende raccontate si collocano, infatti, nella fase di transizione del cinema dal muto al sonoro e per meglio rendere il tono dell’epoca il regista sceglie di seguire più storie tra loro intrecciate, il cui iniziale punto di contatto è la lunghissima, incredibile e rutilante festa iniziale, enfatica ed orgiastica come poche altre viste in passato. In un colorato e frenetico accalcarsi di immagini e figuranti – degno del miglior Luhrmann anche se privo della sua ricercata eleganza – si presentano in (dis)ordinata sequenza tutti i personaggi chiave: il divo del cinema Jack Conrad (Brad Pitt), l’ambiziosa starletta Nellie LaRoy (Margot Robbie) e l’immigrato messicano Manuel “Manny” Torres (Diego Calva) che, insieme ad alcune figure secondarie ma fondamentali come la cantante queer Fay Zhu (Li Jun Li) e il musicista jazz afro-americano Sidney Palmer (Jovan Adepo), forniscono al film il flavour desiderato da Chazelle e permettono di raccontare la mutazione epocale dell’industria del cinema da punti di vista artistici (e professionali) differenti.

In tale contesto, spetta a Jason Conrad il ruolo della star che entra in crisi irreversibile con l’avvento del sonoro – come fu per George Valentin in The Artist di Michel Hazanavicius –, a Nellie LaRoy quello dell’outsider eccessiva e fuori controllo che fra droga e gioco d’azzardo passerà in pochissimi anni dall’anonimato al successo mondiale e – infine – alla tragica decadenza e a Manny Torres quello dell’altrettanto giovane sconosciuto che si farà strada nel settore della produzione anche grazie ad alcune felici intuizioni legate alle nuove possibilità introdotte dal sonoro. Al trombettista di colore e alla sua orchestra, infine, il compito di alludere al discorso musicale sempre caro al regista. Il tutto in un tourbillon che rende bene la frenesia creativa, e in parte l’ingenuità, di un ambiente in cui in spazi ristretti si giravano più film contemporaneamente e si poteva incappare in incidenti quale quello che costringe Manny a pietire per un’intera giornata una nuova macchina da presa in sostituzione di quella rotta.

La crisi del muto ritratta da Chazelle è complessa ed è affrontata sotto vari profili, dalle difficoltà tecniche legate al sonoro alla potenziale inadeguatezza di attori che puntavano tutto sulla presenza scenica, dalla necessità di trame più articolate e meno improvvisate allo spazio da riservare a nuovi elementi come l’orchestra (una delle già citate intuizioni di Manny). Il regista, inoltre, accenna in modo sottile ma efficace come ciò s’intrecci con la moralizzazione del settore cinematografico americano dovuta all’applicazione del Codice Hays, che stabilì rigide linee di comportamento degli attori sullo schermo e nella vita, contribuendo alla fuoriuscita dal mondo del cinema, o da ambienti collaterali, di molti “tipi” umani protagonisti dei cosiddetti Roaring Twenties, dei quali Hollywood è stato forse una delle ultime espressioni.

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Un film, quindi, di roboante impatto ed estrema lunghezza ma capace di mantenere il ritmo e il filo del discorso per tutta la sua durata. Belle le ambientazioni e i costumi, nonostante la scelta discutibile – e in un certo qual modo anacronistica – di caratterizzare Nellie con abiti, trucco, acconciatura e atteggiamenti più attuali che consoni al primo trentennio del Novecento, per un risultato di parziale incoerenza che, evidentemente, non interessa a Chazelle. Come confermato dalla parte finale del film, quando Manny – con una figlia troppo piccola e poco invecchiato per l’età che avrebbe dovuto avere ad inizio anni ’50 – assiste ad una proiezione di Ballando sotto la pioggia di Stanley Donen (1952): più della coerenza temporale è importante rendere omaggio ad un film che al di là dei meriti intrinseci è diventato un punto di riferimento per descrivere la trasformazione del cinema con l’arrivo del sonoro.

Davvero coinvolgenti sia l’orgiastico baccanale d’apertura, sia la scena in cui un Tobey Maguire tossico e delinquenziale accompagna Manny e il suo stralunato amico in un autentico viaggio dantesco verso le profondità sotterranee della città. All’altezza del compito Margot Robbie (ormai abituata a calamitare la scena), Brad Pitt e il quasi esordiente (a Hollywood) Diego Calva, nonostante i loro personaggi si caratterizzino più per una componente didascalica che per un’introspezione psicologica capace di creare empatia nello spettatore.

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