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BARDO, LA CRONACA FALSA DI ALCUNE VERITÀ | Un auto-omaggio all’ego ipertrofico di Iñárritu

Titolo originale: Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades

Regia: Alejandro González Iñárritu

Anno: 2022

Produzione: Messico

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Bardo, La cronaca falsa di alcune verità di Alejandro González Iñárritu affronta un tema da sempre centrale nella produzione cinematografica e letteraria (e, più in generale, artistica) e cioè l’accettazione di sé e il confronto fra quanto si è realizzato nel corso della vita e le aspirazioni e gli ideali che hanno fatto da sfondo all’esistenza, al lavoro e alle scelte fatte. Qualcosa di vicino, quindi, ad un bilancio umano e artistico – in questo particolare caso – del regista, attraverso la narrazione delle vicende di un suo (per nulla) ipotetico alter ego. Che in Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza) era l’attore (interpretato da Michael Keaton) che aveva avuto successo in passato e cercava di recuperarlo e riscattarsi con una regia teatrale, mentre qui è un giornalista (Daniel Giménez Cacho) che il successo lo sta pienamente vivendo – deve infatti ritirare un ambito premio negli Stati Uniti – ma pensa di averlo ottenuto tradendo le proprie peculiarità e, in particolare, le sue origini messicane adeguandosi alla cultura yankee, così lontana – almeno idealmente – dal suo mondo interiore e dal suo paese. Dicotomia che riemerge più volte nel corso della vicenda, che rivela come l’integrazione sia ancora tutta da realizzare, in particolare al ritorno del protagonista negli Stati Uniti dopo un viaggio nel natio Messico.

Bardo img 1 beppe e chiara

A questo si affianca l’importante tematica della dimensione intima e familiare del personaggio principale, che assume la forma del sofferto rapporto con la figlia nel già citato Birdman e della difficile elaborazione e accettazione del lutto per la morte di un figlio pochi giorni dopo la nascita, in Bardo.

Bardo img 2 beppe e chiara

Tutti i temi sono trattati in modo quasi trasognato, con una dimensione onirica a volte marcata ed evidente, a volte – invece – collocata in una zona liminale tra sogno e realtà. Anche l’andamento temporale della storia contribuisce a creare spaesamento, essendo circolare e non lineare come avviene comunemente. La valenza autobiografica dell’opera, già presente in Birdman, è qui ancora più forte. E la morte è rappresentata con tutto il suo alone di mistero e di sospensione: il suggerito (e non visto) salto del protagonista di Birdman e i grandi balzi dell’ombra di un uomo nel lungo piano sequenza iniziale e finale del film, in Bardo.

Bella la fotografia – curata per la prima volta dall’iraniano Darius Khondji – e davvero molto belli alcuni piani sequenza e in particolar modo i due all’interno delle case, quando il protagonista insegue giocosamente la moglie (il primo) e fa visita alla madre (il secondo).

Un’annotazione negativa sulla politica distributiva di Netflix, che avendo scelto un limitatissimo passaggio del film nelle sale, ha reso la sua fruizione – tramite il piccolo schermo – sicuramente penalizzante sotto il profilo della qualità delle immagini.

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