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BELFAST | L’infanzia etica di Buddy

Regia: Kenneth Branagh

Anno: 2021

Produzione: Regno Unito

una recensione a cura di Alessandro Cellamare

Basta un discreto bianco e nero a elevare un film contemporaneo a cinema d’autore?
La risposta è ovviamente no, e tanto non è sorpresa come la domanda non è più provocazione. I registi da tempo vi ricorrono di rado e a fronte di buone ragioni: ammantare la pellicola di questo vezzo stilistico è una lama a doppio taglio, che allontana da un lato il pubblico allergico al monocromatismo e dall’altro insospettisce lo spettatore più scafato su un’inopportuna referenzialità giocata a mo’ di esca.
Purtroppo la sensazione che Kenneth Branagh, inglese di estrazione teatrale che ben conosce il fascino della messa in scena, abbia provato a caricare la sua ultima pellicola di questa pallottola – e che abbia sparato a salve – non smette di far inciampare i pensieri per l’intera durata della proiezione. E accade probabilmente perché non solo la carica vintage di Belfast non lo richiedeva, ma perché lo spessore emotivo dell’opera non impressiona.

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Lavoro semi-autobiografico, Belfast è un grazioso cinema-teatro, intimo, ambientato in un quartiere della città irlandese alla fine degli anni 60, ai tempi delle rivolte di stampo religioso. Raccolto e raccontato su poche strade e case di rione, raccoglie spunti dal cinema alleniano – senza tuttavia averne la verve narrativa – mentre cerca l’adorabile traccia del racconto di formazione attorno agli avvenimenti visti dal giovane protagonista Buddy, quasi fosse una Infanzia di Ivan in cadenze da commedia-drammatica famigliare: i conflitti fuori, quelli tra le mura casalinghe, gli amori, le chiusure, il cambiamento, il coming of age.
Quel che serve è tutto lì, disposto come su una tavola imbandita con pietanze succulenti, attori e interpretazioni inclusi, eppure Belfast non graffia, non indigna, non lascia affezionare fino in fondo, reo di personaggi con una profondità solo tratteggiata e forse una sceneggiatura non all’altezza dei propositi.

Ma Belfast non è solo lacuna.
L’ultimo tentativo di Branagh, è vero, risulta in un film di superficie che lascia solo annusare le potenzialità già gustate nel cinema ispiratore, ma sotto la superficie del lago qualcosa scende e resta. Anzi di più: educa. La leggerezza del tratto sembra riuscire – non sappiamo quanto intenzionalmente – nel delicato dipinto della sobrietà del padre di Buddy e della sua integrità morale di fronte agli eventi, mai sottolineata, mentre la sua vita precaria scorre. Tanto fa di questa figura l’esempio di un’umanità e di una giustezza non spaccona ma radicata, una solidità così naturale da non lasciar spazio neanche alla glorificazione. Mentre il personaggio cresce pare così di avvertire un’eco a dirci che come uomini, quelli veri, “non si possa che essere in quel modo lì”, ammaliati da un portamento che diventa exemplum non retorico. E’ questa essenza, al contempo etica e semplice nel suo esporsi su schermo come normalità, a rendere prezioso il film di Branagh, nonostante le sue mancate aspirazioni, ancor più in tempi di tragedie e conflitti inaspettati.

Tanto basta per andare al cinema a vedere Belfast. E tanto basta per dire che Belfast è cinema.

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