BELFAST | Una fiaba nera

Regia: Kenneth Branagh

Anno: 2021

Produzione: Regno Unito

una recensione a cura di Donatella Ramondetti

Belfast di Kenneth Branagh inizia con le immagini a colori della città di Belfast ripresa ai giorni nostri per poi transitare, scavalcando un muro, verso le immagini in bianco e nero della città alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, evocando una città e una storia di guerra civile fra cattolici e protestanti. Una storia che lo spettatore conosce bene attraverso i racconti, le news d’epoca, gli stessi libri di storia, ma forse principalmente grazie al cinema che, di quell’epoca, ci ha trasmesso immagini portatrici di tragiche emozioni.

I film [1] di Neil Jordan, di Jim Sheridan, ma anche di Ken Loach e di Steve McQueen, ci hanno lasciato negli occhi, attraverso il verde intenso della campagna irlandese, il grigiore fumoso delle città operaie e la pietra nuda delle carceri, la verità drammatica di lotte intestine e fratricide, di vessazioni e di speranze estreme, che ci trascinano nel dramma di una realtà universale, ma, allo stesso tempo, calata in un contesto specifico, di cui riusciamo a sentire l’odore intenso dell’erba, il fumo delle fabbriche, l’umidità di mura nude e grigie.

Il film di Branagh, all’interno della filmografia della questione irlandese, è un’altra cosa. Vira verso una dimensione più intima, meno legata ad un contesto specifico. La realtà di quegli anni e di quella città simbolo che è Belfast è vista attraverso gli occhi di un bambino. La dimensione della fiaba, seppur nera, è già presente nell’incipit della parte ‘storica’ del film, in cui il nostro giovane protagonista sta combattendo contro i draghi, nella via davanti a casa, con in mano, a fargli da scudo, il coperchio rotondo di un bidone dell’immondizia. Quello stesso coperchio che userà sua madre per difendere stessa e suo figlio dai colpi che di lì a poco scoppieranno in strada e dal ‘drago’ che improvvisamente si incarnerà in un auto bomba, dalla quale le fiamme arriveranno a lambire e poi ad entrare nelle case degli abitanti di una strada di Belfast, in cui convivono fianco a fianco cattolici e protestanti. Strada ricostruita in studio, a simboleggiare un luogo in cui la fede religiosa separa chi fraternamente divide gli stessi spazi e la stessa quotidianità fatta di piccole cose.

Il film prosegue in questa direzione, seguendo le vicissitudini della famiglia del piccolo Buddy a cui, malgrado la difficile situazione, vengono insegnati i giusti valori di fratellanza e viene mostrato come affrontare le difficoltà di chi decide di abbandonare i luoghi in cui è nato e vissuto.
In questo modo però il film, pur intimo e sentito, non raggiunge la dimensione tragica di cui la questione irlandese, vista da pur diverse angolazioni, è in assoluto portatrice. L’immaginario dello spettatore, plasmato dai film dei registi sopra citati, si scontra allora con una visione dell’Irlanda che assurge a visione universale di una lotta fratricida che parte da Caino e Abele e arriva ai giorni nostri, ma che nel film di Branagh non riesce ad affondare le sue radici in una realtà che è forzatamente cruda e che, di questa annosa questione, ci deve trasmettere il suo radicarsi in una terra che è stata inevitabilmente segnata dall’odio e dal sangue versato.

[1] Si vedano, fra i tanti, i film Nel nome del padre di Jim Sheridan (1993), Michael Collins di Neil Jordan (1996), Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach (2006), Hunger di Steve McQueen (2008).

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