BLACK WIDOW (2021) | Il film della settimana

una recensione a cura di Umberto Mosca

Ci sono tante ragioni che concorrono nel fare di Black Widow un film interessante e robusto, pur nella sua struttura mainstream. Innanzitutto il modello narrativo psicologico del “viaggio dell’eroina”: da un lato il livello in cui il personaggio femminile si affranca dal contesto della Madre e del Padre, dall’altro, più avanti, il fatto che il personaggio ne recuperi i valori e i significatii. Ma non senza prima aver nutrito dubbi sulla buona fede di ciascuno dei propri genitori, separatamente. E se nel modello simbolico ideale descritto da Maureen Murdoch il percorso dell’eroina è teso a raggiungere un livello più complesso di femminilità, interessanti sono in questo film le variazioni sul tema che riguardano i personaggi delle sorelle Romanoff, private sin da giovanissime della loro sessualità e condannate a diventare strumenti di un potere cinico e autoreferenziale.

In questa prospettiva, attraverso il pattern del racconto fondato sulla psicoanalisi, il discorso di Black Widow si carica così di un significato politico globale, diventando la metafora di un impero che trova uno dei suoi fondamenti in quel mercato delle schiave del sesso che ne rappresenta una delle voci economiche più rilevanti, solo apparentemente sommerso. Ed è proprio in questo paradosso di una sessualità asservita e negata al tempo stesso che lo storyworld del film si dota del suo specifico tematico più originale.

Poi c’è la trasformazione di una resa dei conti familiare in qualcosa di epico, ma del resto sappiamo bene come si possano apprezzare completamente gli Avengers soltanto se si conoscono bene le mitologie della creazione.

C’è il vertiginoso volo libero che rappresenta il più autentico mito individuale che accomuna i vari personaggi super eroici; c’è un geniale gioco di ruolo in cui il padre russo di Natasha si traveste da super eroe americano per eccellenza; ci sono gli omaggi al Tarantino di Kill Bill nel primo incontro/scontro tra le due sorelle in cucina, poi c’è la pietas come antidoto alle crudeltà della real politik internazionale (i riferimenti al Munich di Spielberg che ispirano i dettagli dell’attentato a Dreykov, con la figlia che viene sacrificata a una causa superiore restando sfigurata per sempre…)

“Papà, per te io ero l’incombenza delle cose che tu non volevi fare”, recita una delle battute più illuminanti del film. Di questi tempi, insomma, è quasi un passaggio obbligato che le colpe dei padri ricadano sui figli. La buona notizia è che questi temi e metafore abbiano poco a che vedere con il resto della storia degli Avengers e che in quest’opera esistano tanti collegamenti con i fatti della Civil War in corso nella serie più in generale (e che non tutti gli spettatori possono conoscere): Black Widow, infatti, è un film che sta in piedi da solo, proprio perché è uno degli episodi che più immerge i personaggi nella vita ordinaria e dimessa, facendone per lunghi tratti lo scenario principale.

Natasha e Yelena Romanoff confessano i loro desideri e ci raccontano le loro storie: per un pubblico che non riconosce più la differenza tra persone e personaggi il bagno di realtà è sempre più necessario.

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