Blinded by the Light di Gurinder Chadha

una recensione a cura di Umberto Mosca

“Blinded by the light / Mama always told me not to look into the sights of the sun / Oh but mama that’s where the fun is”

Per tantissimo tempo Bruce Springsteen è stato il grande assente. Con la piccola eccezione di “No Nukes“, uscito al cinema nel 1980, in cui è filmato nell’esecuzione di un pugno di canzoni in un Madison Square Garden gremito dal pubblico anti-nucleare, il Boss è stato l’unico artista di valore assoluto a non abitare, almeno direttamente, l’immaginario cinematografico del Rock Movie. Niente rockumentary, niente biopic, niente rock opera, ma neppure nessun road movie, nonostante la centralità assoluta che le strade d’America e i viaggi notturni hanno da sempre nelle sue canzoni. Da citare, all’inizio degli anni Novanta, quasi soltanto il debutto alla regia di Sean Penn, quel “Lupo solitario” ispirato al testo di “Highway Patrolman“, e qualche anno prima la collaborazione mancata con il potente “Mask-Dietro la maschera” di Peter Bogdanovich (la provincia americana e le sue storie di resilienza). Un fatto paradossale, questa assenza, visto che le canzoni di Springsteen vengono definite, sin dal principio, le canzoni “cinematografiche” per eccellenza, per il loro modo di raccontare estremamente “visivo”, inquadrature brevi e frammentarie, dal taglio secco, che hanno bisogno di essere costantemente raccordate. Il Boss non ha bisogno del cinema perché ogni canzone del Boss è già un film d’autore (così come “Philadelphia“, Demme, e “The Wrestler“, Aronofsky, sono anche o soprattutto una sua canzone). Una valanga di concerti filmati, alcuni anche importanti dal punto di vista del concept produttivo (dalla serie “Storytellers” per Mtv al “Broadway” per Netflix), compreso l’esordio alla regia con “Western Stars” all’uscita imminente. Ma neanche una “storia rock”, dove i valori e la poetica di un musicista si trasformano esplicitamente in una narrazione, in un film biografico, oppure in una metafora artistica, in un’opera d’autore, o ancora in una messa in scena “da musical” che vada oltre lo spazio fisico, reale, del concerto. Anche per queste ragioni il Boss è unico, a differenza dei Beatles e di Dylan che hanno sperimentato tutti i generi e i formati del cinema, dei Rolling Stones che hanno usato il cinema per parlare di realtà e rappresentazione (da Godard a Scorsese), di Bowie che si è misurato con la fantascienza d’autore, dei Ramones che hanno frequentato con impertinenza il teen-movie.

Tutto questo per dire che è decisamente curioso, ma al contempo anche clamorosamente coerente, che il primo Rock Movie su Springsteen sia ambientato in un luogo che non potrebbe trovarsi più lontano dall’immaginario collettivo associato alle sue canzoni. Perché il film di Gurinder Chadha non è solamente un piccolo manifesto sul carattere universale della musica e sui meccanismi di identificazione che essa scatena, ma rappresenta la capacità che può avere un film popolare, per tutti (come “Sognando Beckham“, appunto) di intercettare l’heritage espresso da un artista, di riconoscere le sue radici profonde in una grande tradizione culturale e saperle incarnare in una storia di attualità (da Loach a Billy Elliot l’era di Margareth Thatcher si è trasformata nel racconto archetipico che racchiude tutti i miti del lavoro precario e dei tentativi di riscatto delle working class di ieri e di oggi, passando per “East is East“). E così quando il vicino di casa di Javed raccoglie i fogli con i versi poetici lanciati al vento dallo stesso protagonista, nel verso che vorrebbe tutti i fascisti “scaricati nel cesso” non possiamo non ritrovare (con precisione filologica) lo spirito e le gesta del grande Woody Guthrie, maestro di Dylan, di Springsteen e di più generazioni di songwriter, la cui chitarra riportava la scritta “la macchina che uccide i fascisti”. Al centro c’è sempre una guerra tra due generazioni, ma se i figli proprio non ce la fanno a identificarsi con i propri padri, è sempre nella generazione dei padri che i figli trovano il loro mentore. C’è bisogno di rimanere accecati per cambiare il proprio modo di vedere il mondo e le parole delle canzoni sono la materia viva da proiettare sul mondo fisico per ritrovarne un’immagine convincente, vale a dire un significato che ne guarisca le ferite. La storia del rock viene finalmente raccontata alle nuove generazioni e, grazie al cinema, la musica riesce a recuperare un proprio immaginario narrativo, costruito sulle esperienze, i valori e la vita vissuta.