CINECLASSIFICA | Anno 2020

la classifica dei Cinecritici per l'anno 2020 (e una coda del 2019)

FAVOLACCE di Fabio e Damiano D’Innocenzo – 3 segnalazioni
IL PROCESSO AI CHICAGO 7 di Aaron Sorkin – 3 segnalazioni

MANK di David Fincher – 3 segnalazioni

DIAMANTI GREZZI di Josh e Benny Safdie – 2 segnalazioni

ROUBAIX, UNA LUCE NELL’OMBRA di Arnaud Desplechin – 2 segnalazioni

SORRY WE MISSED YOU di Ken Loach – 2 segnalazioni

STO PENSANDO DI FINIRLA QUI di Charlie Kaufman – 2 segnalazioni

THE LIGHTHOUSE di Robert Eggers – 2 segnalazioni

VOLEVO NASCONDERMI di Giorgio Diritti – 2 segnalazioni

 

  1. Mank di David Fincher
  2. Roubaix, una luce nell’ombra di Arnaud Desplechin
  3. Alla mia piccola Sama di Waad Al-Khateab, Edward Watts
  4. Il lago delle oche selvatiche di Diao Yi’nan
  5. Ema di Pablo Larraín

 

2020. È possibile che le sensazioni e le emozioni, che tanto peso hanno nella riuscita di un film, siano percepite diversamente in sala o in streaming? Forse. Si dice possa dipendere dal film stesso o dallo spettatore; oppure non c’è una risposta univoca. Fincher ha osato e ha dato in pasto alle piattaforme Mank che, raccontando di cinema arcinoto, con personalità coglie nel segno.

2020. È inevitabile: i film suonano anomali e sganciati dalla realtà; ancora non c’è traccia dell’epidemia globale né delle conseguenze sulla democrazia e sulla vita sociale. Ma il disagio, le prevaricazioni, gli orrori e le diversità emergono vividamente e si assestano come pugni nei due diversissimi lavori di Arnaud Desplechin e Waad al-Kateab.

2020. È globale e contagiosa la qualità mostrata ai diversi capi del mondo. Dal noir cinese di Diao Yi’nan al dramma cileno di Pablo Larraín. Spettacolari visioni che, come virus, non si curano delle frontiere.

2020. È scorretto? Permettetemi, almeno ufficiosamente, una “sesta” citazione: con un ultimo colpo di coda l’anno ci consegna Sound of Metal di Darius Marder. Film intimo e sorprendente che racconta di un’improvvisa sordità. Chi non ha avuto voglia, almeno per un momento, di tapparsi le orecchie per escludere brusio ed urla di una realtà sempre più incerta sognando di riaprirle in un mondo guarito?

Hidden Life dell’indiscutibile Malick, per il respiro della pellicola, l’uso della camera circolare o dal basso verso l’alto, sua caratteristica come il rapporto mistico con la Natura e il mondo, che qui diventa credo religioso.

 

The Lighthouse di Eggers con l’impeccabile interpretazione di Dafoe e Pattinson che mischia realtà, onirismo ed allucinazione in un B/N che anche nelle inquadrature rimanda talora a Tarr.

 

Dogtooth di Lanthimos col suo tema assurdo ed allegorico che ci fa riflettere sul potere sulla mente delle dittature di cui analizza minuziosamente i meccanismi.

 

E che dire del corto What Did Jack Do? di un Lynch sperimentale, surreale, anche qui in B/N che riprende il dialogo sconclusionato tra una scimmia (con la bocca di Lynch) sospetta omicida e Lynch stesso detective, piccolo gioiello contenitore dei tratti distintivi dell’arte visionaria dell’autore?

 

E infine Mank sempre nel bel B/N che ci permette di scrutare nelle pieghe della sceneggiatura che vede come protagonisti sia Mank che Welles per lo splendido Quarto Potere.

 

Cinque perle, a mio parere, che scrivono pagine importanti nella storia del cinema. Anche se creati in epoche diverse ma distribuiti in Italia nel 2020, hanno reso con la loro arte più sopportabile un anno così difficile.

Tiziana Garneri

 

  1. Hidden Life di Terrence Malick
  2. The Lighthouse di Robert Eggers
  3. Dogtooth di Yorgos Lanthimos
  4. What Did Jack Do? di David Lynch
  5. Mank di David Fincher

 

 

  1. Sorry We Missed You di Ken Loach
  2. Richard Jewell di Clint Eastwood
  3. Roubaix, una luce nell’ombra di Arnaud Desplechin
  4. Diamanti grezzi di Josh e Benny Safdie
  5. Motherless Brooklyn di Edward norton

 

Il filo che lega questi film, oltre al grande impatto emotivo, per me è quello di avere un protagonista forte. Cinque uomini che vivono intensamente la loro esistenza, combattendo, ognuno a modo suo, una battaglia personale di riscatto.


Un padre di famiglia scopre le nuove dinamiche di mercato e che la schiavitù ha solo cambiato nome.


Una guardia notturna combatte contro i giornalisti che lo hanno fatto passare da eroe ad attentatore, inscenando un processo mediatico feroce.


Un commissario algerino cerca di risolvere i casi criminali usando umanità e compassione sia per le vittime che per i colpevoli.


Un investigatore con la sindrome di Tourette, uscito dall’orfanotrofio, cerca di trovare chi ha ucciso il suo protettore.


Uno scalcinato gioielliere newyorkese viene travolto da un’escalation di eventi disastrosi, dovuti alle sue scelte, ma mantenendo costantemente il sorriso sulle labbra.


Cinque esempi di ottima recitazione.

Liliana Giustetto

In quest’anno di stravolgimento totale dove è facile lasciarsi andare il coraggio è una dote essenziale per travalicare i confini del mondo e conciliarli, se possibile, tra conflitti e speranze con la nostra umana finitezza. E dunque (senza ordine):

 

Tenet di Christopher Nolan. Per il coraggio di essere tenacemente coerenti a se stessi, nell’ardire costante di dare ordine al caos.

 

Favolacce di Fabio e Damiano D’Innocenzo. Per il coraggio di bucare i timpani della nostra silente acquiescenza, mostrandoci come mai prima i mostri normali nella loro faccia più agghiacciante.

 

Matthias & Maxime di Xavier Dolan. Per il coraggio di “tornare a casa” ormai meno enfant ma sempre prodige nel registrare i passaggi disperatamente cruciali dell’età in divenire.

 

Sorry We Missed You di Ken Loach. Per il coraggio necessario, doloroso e militante di un vecchio con un “piede nel passato e lo sguardo (ancora) dritto e aperto nel futuro”.

 

Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman. Per il coraggio di giocare con lo spettatore, prenderlo per mano, irretirlo facendogli credere una cosa che poi era un’altra e scomponendo la materia di cui siamo fatti in un sogno/incubo ad occhi aperti.

Elena Pacca

 

  • Tenet di Christopher Nolan
  • Favolacce di Fabio e Damiano D’Innocenzo
  • Matthias & Maxime di Xavier Dolan
  • Sorry We Missed You di Ken Loach
  • Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman

 

 

  1. Favolacce di Fabio e Damiano D’Innocenzo
  2. L’uomo invisibile di Leigh Whannell
  3. Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman
  4. Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin
  5. Volevo nascondermi di Giorgio Diritti

 

Lo confesso, con la chiusura dei cinema, a marzo, volevo nascondermi in una sala e rimanerci dentro, fino al termine della pandemia, davanti a uno schermo nero.

O diventare un uomo invisibile per poterci entrare di nascosto tutte le volte che avessi voluto, senza controlli.

Stavo addirittura pensando di finirla qui, ma poi ho tirato il fiato e riflettuto.

E ho pensato che il cinema non potesse che emanciparsi dal mezzo, e raggiungere in un modo o nell’altro chi lo avesse desiderato davvero, come fa un fiume coi suoi rivoli, verso il mare.

Quella sera mi arresi e guardai su Netflix Il processo ai Chicago 7.

Era vero: il cinema era ancora lì, vivo, brillante, su uno schermo casalingo come su quello di un pc, forse anche su un cellulare.

E compresi che quando sarebbe finita tutta questa sporca faccenda ce la saremmo ricordata ancora, sì, ma solo come un unico piano-sequenza.

Di terribili, misteriose ma affascinanti favolacce.

Alessandro Cellamare

Mank di David Fincher. Per la splendida fotografia in B/N, per la sceneggiatura, per l’utilizzo del flashback, sottolineando la manipolazione delle elezioni americane dell’epoca da parte dei media.

Ma Rainey’s Black Bottom di George C. Wolfe. Sempre in B/N, per l’ambientazione nel mondo razzista americano degli anni ’20.
Notevole la storia della musica jazz vista dall’ottica dei musicisti di colore.

The Lighthouse di Robert Eggers. Anche qui un eccezionale B/N per l’uso delle cineprese con lenti e filtri degli anni’30, per la sceneggiatura che ruota attorno al faro e i suoi segreti.

Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin. Perché politicamente impegnato, essendo un film processuale contro gli attivisti della controcultura americana degli anni ‘60.

Mosul di Matthew Michael Carnahan. Perché film senza edulcorazioni, che smitizza la guerra, che ci mostra gli orrori della distruzione esplorati con precisione dalla cinepresa.

Enrico Mane’

 

  1. Mank di David Fincher
  2. Ma Rainey’s Black Bottom di George C. Wolfe
  3. The Lighthouse di Robert Eggers
  4. Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin
  5. Mosul di Matthew Michael Carnahan

 

 

  1. Favolacce di Fabio e Damiano D’Innocenzo
  2. Diamanti grezzi di Josh e Benny Safdie
  3. Jojo Rabbit di Taika Waititi
  4. Volevo nascondermi di Giorgio Diritti
  5. Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin

 

In questi lunghi mesi di restrizioni e astinenze forzate, la visione in sala è stata una delle rinunce più faticose. Chiamatemi antiquato, probabilmente nostalgico, di sicuro romantico.

Dove non ha potuto la sala, sono arrivate, mai come nel 2020, le piattaforme digitali. Impossibile negarne le grandi potenzialità: se da una parte permettono di accedere agevolmente ad un numero smisurato di film, dall’altra possono però limitare la voglia di ricerca dello spettatore, facendone convergere l’attenzione su alcuni titoli a discapito di altri. 

Dall’unione delle due esperienze “visive” nasce questa piccola classifica dei titoli che a mio parere si sono distinti maggiormente nell’anno solare da poco concluso.

 

Il processo ai Chicago 7 ha la capacità di ricreare esattamente le atmosfere del ’68 e l’opposizione politica e giuridica ai movimenti della controcultura americana. Ritmo incalzante, brillantezza dei dialoghi ed un cast perfettamente in parte sono gli ingredienti di questo piccolo gioiello di genere.



 

Prosegue con coerenza il suo discorso sul realismo Giorgio Diritti, con Volevo nascondermi, portando in scena la vita di un artista controverso, a metà tra mondo degli uomini e regno animale, capace di ibridarne i linguaggi e di tramutarli in opere.

 

Come un acrobata sospeso sul filo sottile tra commedia e dramma, si muove Taika Waititi col suo Jojo Rabbit. Con la grazia e la malinconia dell’artista circense riesce a commuovere e a sdrammatizzare sul tema dell’Olocausto visto dagli occhi innocenti e spaesati di un bambino.



 

Diamanti grezzi è un delirio ipercinetico ed ansiogeno a firma dei fratelli Safdie, giovani cineasti indipendenti newyorkesi. La lotta per il riscatto e la ricerca di redenzione di un gioielliere sono il motore di un treno in corsa su cui lo spettatore viene scaraventato senza possibilità di fermata.

 

E’ infine cinema tagliente come lame affilate quello dei fratelli D’Innocenzo, e Favolacce ne è la conferma e la consacrazione.
 Uno spaccato lucidissimo sul malessere sociale, sull’abisso di incomunicabilità tra generazioni e sull’assenza di prospettive. Una favola nera senza alcuna speranza di veder arrivare l’eroe a cavallo all’orizzonte.

Alessandro Sapelli

BABELICA APS
associazione di promozione
sociale e culturale
no profit affiliata ARCI
Via Pacinotti 29 Torino

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