DUNE vs DUNE | Film contro Film

una recensione a cura di Liliana Giustetto

Titolo: Dune (Dune)

Regia: David Lynch

Anno: 1984

Produzione: Stati Uniti d’America, Italia, Germania

Il Dune di Lynch è un film da trattare con tutto rispetto perché fa parte della storia del cinema.
Nonostante ciò, a riguardarlo ora, anche se al tempo poteva essere piaciuto molto, pone molte domande.
Ben sapendo che il regista fu costretto dalla produzione a un drastico e rovinoso taglio delle scene, con l’imposizione di tagliare di un terzo il girato, di rigirare nuovamente alcune scene considerate intoccabili e a inserire una narratrice iniziale che spieghi gli antefatti. Lynch, infatti, decise, infrangendo una regola d’oro del cinema di finzione – “mostrare, non spiegare” – di caratterizzare il film con una scelta di stile estrema (ispirata dal romanzo di Herbert), con i personaggi che spiegano quello che stanno pensando tramite una voce fuori campo. Tale scelta, accettabile durante la lettura, diventa obnubilante nel corso della visione. Proprio il maestro David Lynch da sempre sempre si caratterizza per l’offerta di opere inintelligibili: in ciò consiste gran parte del fascino del suo lavoro: “prendere o lasciare”. In Dune, invece, ci viene proposto un continuo e imbarazzante “spiegone” di quel che succede, quasi come se si volesse negare la possibilità allo spettatore di scoprire da solo i pensieri o le sensazioni dei personaggi. 

Così come, costruiti dal divino creatore di cattivi con la “C” maiuscola, perturbanti ed angoscianti – come il Frank di Velluto blu o il  Killer Bob di Twin Peaks -, i cattivi di Dune sono delle caricature quasi ridicole: come ad esempio Sting (che interpreta Feyd-Rautha Harkonnen), che cerca di fare il cattivo un po’ psicopatico e un po’ punk senza spaventare nessuno. Perché, purtroppo, nonostante questa scelta, il film appare poco coerente, saltando da un pezzo di racconto all’altro senza offrirci alcun climax.
Il maestro delle dimensioni ignote nei piccoli spazi – vedi Velluto blu, Twin Peaks, Mulholland Drive -, qui, in questo viaggio tra spazi, dimensioni e pianeti, non riesce a esprimere il senso dell’ignoto e dell’inquietante.

Inoltre il barone Harkonnen (interpretato da Kenneth McMillan), oltre ad essere un ridicolo grassone volante, grottesco ma comunque sufficientemente gotico e steampunk, fu anche contestato dalla comunità gay perchè rappresentato come un omosessuale crudele (nella scena in cui aggredisce sessualmente un giovane, uccidendolo, unica scena in cui speriamo veramente di non dover vedere cosa sta succedendo) e caratterizzato da una malattia della pelle che all’epoca poteva ricordare le piaghe dell’AIDS (siamo negli anni ‘80).

Ovviamente ci sono nella versione di Lynch anche molti aspetti positivi. C’è una scena maestosa e criptica, in cui l’Imperatore (José Ferrer) incontra una Gilda Spaziale, attraversata da una sorta di magia nera, che ricorda alcune scene di Twin Peaks. Le scenografie barocche degli interni sono ineccepibili e molto lynchiane, vista la sua specialità di costruire ambienti raccolti e claustrofobici.
Anche le musiche sono di prim’ordine e molto suggestive: i Toto, coadiuvati da Brian Eno e da Daniel Lanois.
Dopo l’esperienza di Dune, il regista comprese che più che di soldi la sua arte aveva bisogno di libertà creativa e così si dedicò ai film che lo hanno fatto diventare un mito per i suoi appassionati.
Per il resto e in ogni caso, per molti di noi, il ricordo dei vermoni, abbastanza riusciti nella loro spaventevolezza, e delle tute filtranti restano un motivo di miticità epocale.
Poi è arrivato Denis Villeneuve.

Titolo: Dune (Dune: Part One)

Regia: Denis Villeneuve

Anno: 2021

Produzione: Stati Uniti d’America, Ungheria, Canada

Grandiosa impresa il rappresentare questa enigmatica e densa saga fantascientifica senza l’imposizione di tempi stretti. Questa versione di Dune si è fatta attendere molto, facendo innalzare pericolosamente le aspettative degli appassionati.
Villeneuve ci accoglie con il suo “taglio”, totalmente riconoscibile: non più fantascienza umanistica come in Arrival ma fantascienza spirituale evolutiva.
Il suo Dune è un’opera elegantissima che si dilunga il giusto e si prende tutto il tempo di cui necessita: ci presenta infatti solo metà del racconto, pur non lasciando insoddisfatti gli spettatori, tale è la completezza delle scene proposte.
Inevitabile il confronto con la versione di Lynch, che, pur incolpevole dei tagli che avevano deturpato il suo script, ci aveva sottoposto, per sua scelta, all’immersione in una sarabanda di pensieri enunciati e di imbarazzanti personaggi.

Villeneuve, invece, batte sentieri totalmente diversi. Il maestro dei viaggi tra gli spazi e le dimensioni ci propone interni ed esterni iniziali totalmente fantasy, a differenza delle ambientazioni barocche steampunk di Lynch. Le musiche grandiose di Hans Zimmer, come sempre, non necessitano di commenti.
Il Duca Leto Atreides (Oscar Isaac) è convincente nel suo ruolo di figura-ponte, quale padre e capo del casato.
Lady Jessica (Rebecca Ferguson), madre di Paul Atreides, è magnifica nella sua consapevolezza del destino del figlio, a cui intende passare i poteri delle Bene Gesserit (ordine matriarcale di cui fa parte), come vuole il suo istinto materno.
Paul Atreides (Timothée Chalamet) ci trasmette tutta l’ansia di essere all’altezza delle aspettative dei genitori e dei timori derivanti dai compiti che gli sono affidati: diventare addirittura Kwisatz Haderach, cioè il messia, per il suo popolo. In tutto ciò il personaggio mi è parso molto più nobile e convincente del bamboleggiante precedente (interpretato in Lynch da Kyle MacLachlan), pur apparendo in tutta la sua fragilità e delicatezza giovanile.

Finalmente i buoni sono nobili ed arditi e i cattivi non sembrano macchiette da deridere.
Il Barone Vladimir Arkonnen, il cattivo per eccellenza, è davvero inquietante e per nulla ridicolo, a differenza della versione di Lynch.
Stellan Skarsgård interpreta qui uno spietato barone che non fa spettacolo della sua malvagità, ma le sue apparizioni sono il distillato dell’inquietudine, tra cui spicca una magnifica citazione di Apocalypse Now, quando emerge con il capo da una vasca dove è immerso in un liquido petrolifero con chiazze d’oro fuso.

Dune (2021)
Apocalypse Now (1979)

Ma, soprattutto, è da notare e non dimenticare il viaggio tra i pianeti dell’Imperium, con le loro diverse caratteristiche ed atmosfere, sia fisiche che sociali. In questo Villeneuve gioca in casa, essendo questa la sua migliore abilità: viaggiare attraverso gli spazi. E infatti ci fa scendere su ognuno dei pianeti che visitiamo, con la percezione perfetta dell’ambiente in cui ci troviamo e il benessere o il disagio che ci vengono trasmessi.
Arrakis è una terra che, nonostante i deserti, ci affascina e ci fa preludere a ricchezze naturali infinite. I Fremen sono una stirpe riservata e gloriosa che desidera solo la libertà dalla schiavitù del Melange, la Spezia, a causa della quale il loro pianeta è stato saccheggiato e si è desertificato.
I Vermi delle Dune sono meno maestosi e scenografici di quelli di Lynch, e questa volta il vero nemico di Paul Atreides è l’intrigo politico tramato dall’Imperatore e dagli Arkonnen.
Ma questa parte della storia deve ancora venire, e speriamo che arrivi.
Essere fedeli al romanzo non è obbligatorio, ma il prendersi tempi lunghi, facendo sperare in una saga tipo Il Signore degli Anelli è quanto di più rispettoso dell’opera di Herbert che si potesse sperare.
Anche se questa prima parte è più suggestiva all’inizio e si svuota parecchio verso la fine, riesce benissimo a prepararci a un seguito, senza la brama di vedere una fine. Anzi, per gli amanti del genere storie così potrebbero essere infinite. Altro che serie tv.

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