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EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE | Della vertiginosa difficoltà di vivere in un mondo multiforme

Regia: Daniel Kwan, Daniel Scheinert

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Il nuovo film dei Daniels (la coppia Daniel Kwan e Daniel Scheinert, alla loro seconda opera da registi e sceneggiatori) rappresenta un interessante esperimento di narrazione fantascientifica con personaggi caratterizzati da una personalità multipla/multiforme almeno quanto il multi-verso su cui la storia fa leva. Il concetto di multi-verso, già sfruttato dalla Marvel per la nuova generazione del suo Marvel Cinematic Universe (non a caso i produttori del film sono i fratelli Anthony e Joe Russo), si basa su alcune idee della fisica moderna derivanti dalla più estrema e rivoluzionaria interpretazione della meccanica quantistica, detta – non a caso – “a molti mondi” (Hugh Everett III e Bryce Seligman DeWitt i padri di questa possibile interpretazione). Al processo di misurazione di un’entità fisica che genera due o più mondi alternativi (e reali) nel momento in cui è eseguito da un opportuno apparato di misura, il film sostituisce la generazione di più multi-versi distinti nell’istante in cui una decisione più o meno importante è presa da una qualsiasi persona di uno dei probabilmente infiniti universi esistenti.

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Dalla capacità di alcune “versioni” alternative dei personaggi del film di muoversi nel multi-verso e di acquisire i “poteri” che caratterizzano gli altri se stessi di differenti universi (come nell’ambito dei giochi di ruolo e dei videogiochi altamente formalizzati), prende avvio una vicenda mirabolante e iper-cinetica con venature grottesche, in cui una star del cinema Wuxia, e non solo, di Hong-Kong (Michelle Yeoh, La tigre e il dragone di Ang Lee) e una vecchissima conoscenza del cinema d’avventura (Jonathan Ke Quan, il simpatico e intraprendente bambino di Indiana Jones e il tempio maledetto di Steven Spielberg) ci parlano – con una moderna e originale metafora – della complessità del vivere in un mondo così stratificato, mutevole e difficile da interpretare come quello odierno.

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E attraverso un incessante vortice di situazioni avventurose e grottesche – non sempre facili da seguire, peraltro – che spesso si dipanano sul sottile confine del ridicolo, è raccontata una storia di crescita della madre (piuttosto che della sua giovane figlia), che confrontandosi con differenti versioni alternative di se stessa (alcune delle quali fortemente desiderate nei sogni di un’intera vita) e dei propri cari, giunge ad una più matura accettazione del marito – che nel proprio universo è un onesto sempliciotto – e della figlia, la cui relazione affettiva con una ragazza occidentale – Becky – non era mai stata accolta con la giusta serenità.

Merita una citazione a sé stante il personaggio di Deirdre Beaubeirdre, autentico cerbero dell’ufficio delle tasse che mette sotto osservazione la conduzione della lavanderia di proprietà della famiglia Wang. A dargli corpo e personalità è un’irriconoscibile Jamie Lee Curtis, che si mostra coraggiosamente invecchiata e sovrappeso (anche se volutamente aiutata dal trucco) dopo essere stata un autentico simbolo di tonicità e sex appeal nel ruolo di Helen Tasker in True Lies di James Cameron… una sorta di personale multi-verso dell’attrice.

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