[TFF39] GROSSE FREIHEIT | Each man kills the things he loves

Titolo internazionale: Great Freedom

Regia: Sebastian Meise

Anno: 2021

Produzione: Austria, Germania

Premio TFF39: miglior attore Franz Rogowski

una recensione a cura di Elena Pacca

Qual è il limite dell’amore? L’estrema libertà può diventare l’ennesima prigione? Il vizio un habitus coercitivo?
Nel 1969 tutte le televisioni, anche quelle accese in carcere, trasmettono le immagini straordinarie del primo uomo a toccare il suolo lunare. Il grande passo per l’umanità si sovrappone cronologicamente a quello piccolo per l’uomo, o meglio per l’omo, in questo caso. Il paragrafo 175 del codice penale tedesco, sino ad allora, considerava reato punibile con il carcere l’omosessualità e il suo esercizio in pubblico. Per questo motivo, Hans Hoffman passa dal lager in cui era stato internato dai suoi connazionali durante il nazismo al carcere per atti commessi nei bagni pubblici, sorvegliati dalla polizia della Repubblica Federale Tedesca, attraverso telecamere nascoste. E’ l’inizio di una plumbea odissea carceraria di derive e approdi verso un luogo che si fa centro gravitazionale in cui precipita la storia di Hans.

Tre date segnano gli ingressi e le detenzioni in un movimento meccanico e meccanicistico che fa sorgere legittimamente la domanda “perché” e “quanto” le sbarre siano mentali oltreché fisiche, dal momento che lì, tra le mura addomesticate del carcere, si finisce sempre per tornare. Hans è un uomo solo, privo di legami al di fuori della cella, assolutamente consapevole della propria omosessualità, di cui non fa mistero. In carcere incontra Viktor, uxoricida e tatuatore. Il primo gesto della loro amicizia sarà ricoprire il numero identificativo inciso sul braccio di Hans, lo stigma dell’internamento contraddistinto dal triangolo rosa.

L’amore è cercato, conquistato, rubato nei pochi momenti di pseudo libertà. Riviviamo il trascorrere di un tempo recluso, uguale a se stesso, in cui pochi sono gli accadimenti, alcuni rituali, ripetuti, altri devastanti, come il suicidio del ragazzo amato che non riesce a vivere la precarietà di un rapporto destinato a un fine pena mai. Alla sessualità frustrata fa da contraltare un affetto maturato nella condizione carceraria, in un ruolo che ritaglia attorno alla figura di Viktor i contorni di una figura protettiva, a tratti paterna. Forse non sappiamo se anche quello è amore, di sicuro è un affetto profondo, che trova il suo apice nella morsa dell’abbraccio che cerca di contenere il dolore, la rabbia e la disperazione esplose nel momento in cui Hans si accorge che Oskar non è presente nel cortile per l’ora d’aria e viene messo al corrente della sua morte.
Il regista di questo film, Sebastian Meise, sceglie un taglio sottilmente punitivo. Non c’è piacere ludico, né gioia, come se questo fosse un prezzo da pagare a essere ciò che si è, a nutrirsi di una forma di amore monco. E come se la conquista di libertà fosse soltanto relegata alla promiscuità dei club che, da quella data spartiacque in poi, inizieranno a proliferare nella Germania Ovest, a partire da Amburgo, dove sorse appunto il “Grosse Freiheit”. Come se il proibito – una volta perso questo status – perdesse d’interesse, e ciò per il quale si era rischiato così tanto nella vita diventasse un gioco a perdere. Come se una qualunque forma d’amore fosse impossibile alla luce del sole, tanto da spaccare la vetrina di una gioielleria per poter ritornare nel più apprezzabile e, nonostante tutto, confortevole universo carcerario.
Un film il cui finale paga pegno a un eccesso di drammaturgia che consegna Hans e il suo volto, “intristito a prescindere”, a un’estremizzazione un po’ forzata che pur a molti piacerà, in una sorta di autoreclusione sentimentale e sessuale probabilmente evitabile.

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