HOUSE OF GUCCI | Se il kitsch diventa grottesco

Regia: Ridley Scott

Anno: 2021

Produzione: Stati Uniti d’America, Italia

una recensione a cura di Tiziana Garneri

Ridley Scott, regista poliedrico che spazia tra vari generi filmici, confeziona questo film prendendo spunto dal libro di Sara Gay Forden, tratto da un fatto di cronaca del 27 marzo ‘95. L’omicidio per mano di due sicari di Maurizio Gucci (Adam Driver), freddato con tre colpi di pistola, rampollo della famosa Maison di alta moda, a conduzione famigliare, molto famosa in quegli anni anche se mal gestita imprenditorialmente.
L’omicidio fu commissionato dalla ex moglie Patrizia Reggiani (Lady Gaga), di estrazione sociale inferiore, arrampicatrice sociale, anche con discutibili e losche frequentazioni, tra le quali una maga cartomante (una Salma Hayek irriconoscibile nel trucco).
La Reggiani, forte di un aspetto esuberante strizzato in tubini aderenti, impersona il ruolo di seduttrice con mire sulla gestione della casa di mode.

“Nel nome del Padre, del Figlio e della Famiglia Gucci” recita, dando spunto a due osservazioni. Una sul personaggio arrivista, assetato di lusso e potere. L’altra sulla scelta del regista di sottolineare l’aspetto kitsch che vuol dare al suo film.
Scott inquadra correttamente il fatto nell’epoca yuppie della Milano da bere, calcando la mano sul trash, ove tutto è troppo. Le case, lo stile di vita, il lusso sfrenato.
Ma non sta a scandagliare le personalità dei protagonisti. Ci scivola sopra spalmandole di una patina di americanità, ove si intuiscono i rancori, i giochi di potere, le avidità, ma senza approfondimento.
Pur avvalendosi di un cast stellare, i personaggi non sono così ben delineati.
Adam Driver, un Maurizio timido e goffo dietro gli occhiali.

Lady Gaga, spesso ripresa con l’intento di sottolineare le curve prorompenti più che di evidenziare una recitazione discutibile.
Jeremy Irons, il padre di Maurizio, col suo usuale aplomb inglese che sembra aver poco a che fare col film.
Al Pacino, lo zio, in stile mafioso americano.
Jared Leto, Paolo, il cugino di Maurizio, dipinto come un idiota al limite del comico.

La fotografia non riserva particolari sorprese, se non all’inizio, quando Maurizio è inquadrato tra i camion della ditta di trasporti del padre di Patrizia mentre gli operai si divertono ad innaffiarlo con le pompe d’acqua. Per il resto vi sono campi e controcampi accompagnati talora da un tourbillon di brani di musica leggera, su toni tendenti al grigio chiaro, tranne il bianco e nero del matrimonio tra Maurizio e Patrizia.

Il movente di questo omicidio, più che sull’abbandono di Maurizio che intraprende una relazione con una amica d’infanzia, pare derivi dal fatto che la casa di mode sta fallendo e lady Reggiani Gucci perderà, con la vendita a dei compratori stranieri, tutti i privilegi di una vita dorata.
L’impressione che in fondo rimane è più quella di una soap opera stile americano, che non un fatto di cronaca di un omicidio.
La domanda può essere: perché il regista ha voluto dare questo tipo di taglio alla sua opera?
Per sottolineare la vacuità, la pochezza del jet set che imperava in quel periodo (e non solo in quel periodo)?
Forse…
Se così fosse non ci racconta nulla di nuovo od originale. L’originalità diventa allora il non sottolineare gli aspetti tragici, dando risalto piuttosto a quelli grotteschi.

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