IL BUCO | Esordio con metafore: homo homini lupus

una recensione a cura di Tiziana Garneri

GALDER GAZTELU-URRITA, giovane regista basco, al suo primo lungometraggio, ma alla sua terza opera complessiva (913 nel 2004, La casa del lago nel 2011) confeziona nel 2019 questo film thriller/horror intitolato IL BUCO.
Un film con forte connotazione metaforica.
Il film si apre con l’immagine di una sontuosa cucina ove esperti chef preparano prelibati manicaretti. L’immagine rassicurante e idilliaca viene immediatamente raggelata dall’inquadratura di una fossa dai colori lugubri tendenti al nero, minimale e claustrofobica, un luogo simile a un carcere strutturato in verticale.
Un buco attraverso cui, due volte al giorno, scende una piattaforma che dai piani superiori raggiunge quelli inferiori, portando il cibo preparato, che è sempre più scarso poiché, scendendo, contiene soltanto i resti dei pasti consumati ai piani superiori.
A ogni piano (e non si sa quanti sono) vi sono due compagni di cella, casuali, che possono alimentarsi per un tempo che non può essere superiore ai due minuti e che non possono trattenere cibo pena l’ibernazione o l’incenerimento.

La storia ha come protagonista GORENG (che in lingua malese significa “fritto”) interpretato da un ottimo IVAN MASSAGUE’, un personaggio che pare abbia volutamente fatto la scelta di questa esperienza.
Ogni carcerato può portare con sé un oggetto.

GORENG ha scelto un libro, a differenza degli altri che hanno oggetti potenzialmente lesivi.
Si tratta di “DON CHISCIOTTE della MANCIA”, un’opera che per definizione tratta di una lotta contro i mulini a vento e di una utopia.
In questa sua esperienza il protagonista incontrerà vari personaggi e si scontrerà con la brutalità e l’abiezione a cui può giungere un umano posto in condizioni estreme.
GORENG viene informato sul funzionamento della fossa da TRIMAGASI, che lo paragona a una lumaca che deve spurgare (anche dei suoi difetti…) prima di venire cannibalizzata.
EL HOJO è sicuramente un film di denuncia sulla deprivazione della libertà, sulla ingiustizia delle classi sociali, sulla iniqua distribuzione della ricchezza e del cibo nel mondo.
Un tema non originale in assoluto nelle metafore della fiction comunque, trattato ad esempio già da BONG JOON-HO in SNOWPIERCER (2013). Storia di treno costretto a non fermarsi mai in un mondo ghiacciato ove in testa vi sono le carrozze dei ricchi sino a giungere in fondo a quella dei miserabili reietti.

Lo stesso tema trattato da Bong in linea orizzontale (la locomotiva) anziché in linea verticale.
Ma, tornando a questo film, credo si possano fare delle considerazioni sia di segno positivo che di segno negativo.
Sicuramente un’ottima fotografia sia nella luce, che arriva dagli infernotti, sia nelle luci rosse e verdi che si alternano per segnalare l’arrivo regolare dei pasti o il cambio di compagno che, a caso, avviene mensilmente. A illuminare in modo inquietante un luogo lugubre che sa di inferi.
Da sottolineare, inoltre, come la camera inquadri in modo ineccepibile il volto di GORENG, sempre più incredulo allo sguardo di quanto non lo siano i più scafati compagni di detenzione.
Le reiterate riprese di scene truculente ove gli uomini compiono atti cannibalici per sfamarsi, scene che il regista riprende con un certo compiacimento, con precisione chirurgica, indugiando a lungo, potrebbero anche risultare fastidiose allo spettatore.
Lo stesso messaggio, forse, avrebbe potuto arrivare in modo più raffinato e meno splatter, senza che la camera, come la lente di un microscopio, ci mostrasse come si tagliano pezzi del corpo di un uomo vivo, che urla di dolore, un pasto per bocche fameliche che nella voracità si imbrattano di sangue.
Viene quasi immediato il riferimento all’inferno dantesco con i suoi gironi ed in particolare al canto trentatreesimo, con riferimento al CONTE UGOLINO, che “la bocca sollevò dal fiero pasto”…
GORENG è un buono e un illuso. Vuole ribellarsi a questa condizione, ripristinare una situazione di maggiore equità, ove con una distribuzione razionale tutti possano sfamarsi. Ma il suo tentativo di dialogo si scontra con la bestialità e l’irragionevolezza umana. Dovrà anche lui piegarsi ad omicidi ed atti cannibalici.
Talora il racconto, per aumentare il livello di angoscia nello spettatore, inquadra corpi di suicidi che si gettano dall’alto, impossibilitati a reggere ulteriormente la situazione.
Tra i vari personaggi che GORENG incontra hanno una importanza particolare due FIGURE FEMMINILI. La prima è una orientale che passa per pazza alla ricerca di un ipotetico figlio (anche nella fossa si saprebbe che non possono entrare i minori di anni…) e che non esita ad uccidere in questa sua ricerca.

La seconda si presenta come colei che per venticinque anni ha (quanto inconsapevolmente?) amministrato questo inferno. Una dichiarazione che pone alcuni problemi: la responsabilità delle ingiustizie sociali a chi deve essere attribuita? Poiché vi è un continuo scarico di esse e pare che nessuno sia il vero responsabile.
La donna decide di suicidarsi e inculca nella mente di GORENG che ciò avvenga per aiutarlo, perché lui possa sfamarsi della sua carne, in quanto vede in lui il MESSIA che deve portare il messaggio. Un Messia, per le sue stesse parole, “della merda”, ma pur sempre un Messia.
In questa definizione si può, a mio parere, trovare una connotazione fortemente discutibile. Al limite della blasfemia.
Il fatto che il regista si avvalga di parole dette dalla donna, tratte dal VANGELO SECONDO GIOVANNI cap. 6 – “se non mangerete la carne del figlio dell’UOMO e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita eterna…” – sono fortemente irriverenti, anche per i non credenti, cacofoniche anche inserite in un thriller/horror, indicando una scelta registica di dubbio gusto. A mio parere assolutamente fuori luogo.
Tirare in ballo la figura del CRISTO con queste modalità e in un film di questo tipo è a mio parere inaccettabile!
In fin dei conti, GORENG si è macchiato degli stessi crimini di tutti. Anche se commessi per ristabilire un equilibrio, li ha commessi e li commetterà con il compagno BAHARAT, seppur con il fine di portare un MESSAGGIO che arrivi a tutti, rappresentato dalla simbolica “panna cotta”.

Al fondo della fossa GORENG troverà la bambina dagli occhi a mandorla e le consegnerà il dolce.
Il vero messaggio è la bambina che, addormentata, verrà caricata sulla piattaforma per risalire velocemente in alto, flebile segno di speranza.
GORENG coerentemente non risale: si è macchiato degli stessi crimini degli altri.
Il film termina con un’ultima inquadratura davvero efficace, ove nel grigiore più opprimente una lama di luce verticale inquadra in lontananza la piattaforma che farà risalire la bambina.
Parte della critica ha accolto questo film come foriero di speranza, di un mondo migliore, più equo. Ma forse la scelta del DON CHISCIOTTE ci indica che è sì una speranza, ma piena di utopia, laddove l’uomo è inesorabilmente homo homini lupus.
In sintesi: una flebile speranza controbilanciata dalla consapevolezza che l’uomo difficilmente è in grado di modificare la propria natura.