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IL MALE NON ESISTE | L’inconciliabile iato fra Uomo e Natura

Titolo originale: Aku wa sonzai shinai

Regia: Ryûsuke Hamaguchi

Anno: 2023

Produzione: Giappone

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva
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Il male non esiste del regista Ryūsuke Hamaguchi narra la vicenda della (possibile) costruzione, in un piccolo paesino della provincia giapponese, di un cosiddetto glamping – cioè un glamour camping in cui si può godere sia dell’immersione nella natura tipica di un normale campeggio, sia della comodità di un vero e proprio resort. L’arrivo da Tokyo di due emissari dell’azienda di intrattenimento che ha acquistato i diritti di costruzione della struttura, è un’occasione di confronto fra due modi diversi di intendere il rapporto dell’uomo con la natura e, filosoficamente, con la vita: quello di chi vive nella grande città – per cui la campagna e la montagna sono due fra le tante differenti possibilità di svago che il denaro consente di acquistare – e quello di coloro che vicino alla natura vivono quotidianamente, conoscendone gli equilibri e rispettandoli. Al centro del disaccordo fra l’azienda della capitale e gli abitanti del luogo vi è la posizione del futuro campeggio, che trovandosi a monte della sorgente di acqua potabile del paese rischia di diventare una fonte di inquinamento per la stessa e una possibile causa di incendi dovuti al comportamento maldestro delle persone provenienti dalla città, desiderose di divertimento e poco abituate al contatto con la natura.

Il film è anche il racconto dell’inaspettata conversione dei due messi dell’azienda, Takahashi e Mayuzumi, che – affascinati da un mondo naturale per loro sconosciuto e quasi arcano – iniziano a nutrire dubbi sulla bontà del progetto che devono portare avanti ed entrano in relazione con Takumi, il boscaiolo conosciuto durante l’incontro aperto con la cittadinanza. Questi vive solo con la figlia Hana e nonostante sia una persona di poche parole e quasi scorbutica, esercita un fascino incomprensibile e altrettanto arcano su Takahashi e Mayuzumi, che sono irresistibilmente attratti da gesti semplici e per loro alieni come raccogliere l’acqua della sorgente per portarla al ristorante del paese o spaccare la legna con l’ascia. A nulla serviranno i tentativi di convincere Takumi a diventare parte in causa di un progetto – magari lavorando come guardiano della struttura – nel quale, ormai, loro stessi non credono più.

Il film racconta, con un ritmo lento ma estremamente efficace, di una doppia incompatibilità: quella fra gli stili di vita degli abitanti di una grande città come Tokyo e dei paesani di una piccola località di montagna e quella, filosoficamente più rilevante, fra il genere umano e la Natura in quanto tale.

La prima è trattata descrivendo con tono quasi asettico le modalità tipiche dell’agire umano legato agli affari e al guadagno, che evidenziano l’assoluta inconciliabilità dei fini e degli interessi fra due modi di interpretare la vita e l’esistenza umana, nonché l’insinuante tentativo di vincere la resistenza del principale oppositore del progetto, Takumi, a cui viene offerto un lavoro.

La seconda è, come accennato, di natura più filosofica e corrisponde all’autentico nucleo centrale dell’opera, il cui finale – aperto e drammatico – sancisce la difficoltà di armonizzare l’azione dell’uomo, anche quando vicina alla natura e attenta agli impatti su di essa – con gli equilibri naturali. La Natura non è descritta come “buona” o “cattiva” in sé: semplicemente “è”, con il suo andamento ciclico, le regole interne e gli equilibri che il genere umano fatica a comprendere e, quindi, a preservare, poiché anche l’uomo – da parte sua – è quello che è o, meglio ancora, è ciò che è diventato uscendo dal suo stato di natura.

Il male non esiste è caratterizzato da immagini potenti e da una bella fotografia, oltre che dai suggestivi piani sequenza con cui si apre e si chiude. In ambedue i casi, ad essere riprese dal livello del terreno sono le alte cime degli alberi contro un cielo luminoso all’inizio del film e cupo alla fine, a cui si affiancano – nel corso della narrazione – le riuscite scene dell’attraversamento dei boschi da parte della piccola Hana, prima, e di Takumi, poi, ambedue ripresi da un cammino quasi parallelo.

Il film è accompagnato dalle belle musiche di Eiko Ishibashi, già collaboratrice di Ryūsuke Hamaguchi nello splendido e pluripremiato Drive my Car (2021), che muovendosi fra sonorità ispirate a Ludovico Einaudi e reminiscenze classiche conferisce e rafforza ulteriormente l’arcano senso di mistero che pervade la storia e il suo finale.

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