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[SPECIALE] INDIANA JONES E IL QUADRANTE DEL DESTINO | Tempus Fugit

Titolo originale: Indiana Jones and the Dial of Destiny
Regia: James Mangold
Anno: 2023
Produzione: Stati Uniti d’America

una recensione a cura di Elena Pacca

I nazisti vincono. No, non in senso storico, politico o ideologico. Ma, in senso scenico e strutturale. Sono il perfetto deuteragonista di Indiana Jones, quello in grado di esaltare le sue potenzialità, la sua carica, la sua voglia di vincere, la sua abnegazione, nonostante gli anni. Sì, perché sebbene all’inizio – siamo nel 1944 e il nostro è alle prese per l’appunto con i seguaci del Fuhrer ed è quindi ragionevolmente giovane – lo ritroviamo poi in quel 1969 che, mai come prima, è stato la porta verso il futuro. Un nuovo futuro, non sembrasse una tautologia bella è buona, perché il futuro, a rigore, è sempre nuovo, ma, in questo caso, lo è di più di quanto si potesse immaginare. Il professor Henry Walton Jones Jr. pervicacemente ancorato sul pianeta terra, a dispetto della conquista americana della Luna di cui è in corso la parata celebrativa, è al suo ultimo giorno di insegnamento, nessuna passerella finale con tanto di tunnel applausi e standing ovation come quella tributata nella realtà a due professori di liceo in Italia. La pensione incombe e apparentemente il prosieguo di vita del nostro non ha nulla di avventuroso, ma, forse, il buon vecchio Indy ha appeso il cappello al chiodo e, un po’ imbolsito ma neanche troppo, si avvia verso il crepuscolo di una vita che ora appare seppiata e dimessa e non rutilante e colorata come un tempo. Ma c’è un ma. Perché a volte ritornano. Chi? Ma i cattivi, ovvio! Quelli che vengono a interrompere la quiete di uno stagno liscio come l’olio con quella pietra che infrange l’acqua e sprigiona sommovimenti tali da modificare il corso delle cose se non della storia, maiuscola e minuscola. Mads Mikkelssen/Jürgen Voller/Dr.Schmidt, ha la faccia giusta, la giusta ambizione e la tigna necessaria per voler risolvere un “problemino” alla fonte. Perché va bene – si fa per dire – essere nazisti, ma gli errori, soprattutto a certi livelli, si pagano.

Indiana Jones 5 img 3 elena

Sempre ottimo Toby Jones*/Basil Show che infonde al vecchio compagno di avventure quella giusta dose di stralunata follia mista a genio che conduce a un’ossessione dai più considerata la deriva eccentrica e maniacale di un uomo che ormai è preda e ostaggio dei propri vaneggiamenti. Spaesata, invece, Phoebe Waller-Bridge/Helena Show, la figlioccia indisponente, che zompa senza troppa convinzione, come avesse le ali, quanto meno per indole e spirito, tarpate, chiamandosi chiaramente fuori contesto, e non in grado di sostenere le occhiate bonario/perplesse/preoccupate di “zio” Indy, quanto invece era un florilegio di meravigliosi ammiccamenti con Hot Priest/Andrew Scott in quella cosa stupefacente che è stata Fleabag, (recuperare per credere). Antonio Banderas/Renaldo, catapultato nell’Egeo è invece più dalle parti della famosa pubblicità in cui si interfacciava con la simpatica gallina che non sul versante di prove attoriali di altro spessore, quand’anche brillanti.

Da ultimo, la rappresentazione della battaglia tra romani e siracusani del 212 A.C. ha un che di fumettoso, cartoonistico più che un utilizzo della CGI e sembra uscire da una delle tante storie del Topolino con le avventure nel passato. Topolino all’inseguimento dell’anacronismo multiuso o il Faro di Paperandria, per dire.

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Detto ciò, perse per strada quelle simpatiche canaglie di Spielberg & Lucas, per onorare il motto di Indiana Jones “il punto non è a cosa credi ma con quanta forza ci credi” James Mangold, ci crede a voler portare a casa un buon prodotto, con l’iconico ultraottantenne che ha maramaldeggiato per decenni a destra e a manca, lungo le ascisse e le ordinate spazio temporali, e come in Robin e Marian di Richard Lester, ci mostra l’eroe per quel che è, fiero ma anche un po’ stanco, indomito, ma anche un po’acciaccato, mostrando l’imperfezione fisica che lo umanizza e lo colloca sotto una luce nuova, venata di malinconie esistenziali. Il futuro che si immagina il buon vecchio Indy non è sulla Luna, non ha alcun senno da recuperare ormai, ma è invece il passato, quel passato così remoto dove forse potrà insegnare ancora qualcosa a studenti meno svogliati.  E per un attimo ci speriamo che quello sia davvero il suo nuovo mondo ma… non abbiamo fatto i conti con Helena che con un ben assestato gancio sinistro dà vita al momento “WhatTheFuck”, per citare l’ultimo Moretti, e wow!, qui sì che si apprezza il registro scanzonato che troppo poco è stato sfruttato nel film.

Un film che poggia sul tempo precario di un quasi fine corsa, un merry go round che sta per esaurire il suo giro, si spengono i riflettori, tocca scendere, tornare a casa, abitare quelle mura domestiche di rinnovato calore e intimità, perché randagio sarà l’eroe, ma, alla fine, Home is where the Heart is. Fine. Titoli di coda. La testa è già altrove.

* che meriterebbe a pieno titolo una caratterizzazione da parte di Stefano Bessoni, illustratore, regista e animatore cui è dedicata sino all’11 settembre la bella mostra La Mole delle Meraviglie al Museo del Cinema di Torino

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