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[SPECIALE] INDIANA JONES E IL QUADRANTE DEL DESTINO | Un intramontabile luogo del nostro immaginario cinematografico

Titolo originale: Indiana Jones and the Dial of Destiny
Regia: James Mangold
Anno: 2023
Produzione: Stati Uniti d’America

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Indiana Jones atto quinto. A quindici anni di distanza dall’ultima avventura e addirittura a quarantadue dalla prima, torna nelle sale uno dei personaggi più famosi della storia del cinema, nato da una feconda idea di George Lucas e portato sullo schermo – per ciò che riguarda i primi quattro episodi – dalla regia di Steven Spielberg. Per il nuovo Indiana Jones e il quadrante del destino è stato chiamato a dirigere un Harrison Ford ormai ottantenne James Mangold, noto per film quali Quel treno per Yuma (2007) e Le Mans ’66 – La grande sfida (2019) ma anche, e forse soprattutto, per due episodi del ciclo Marvel sugli X-Men: Wolverine – L’immortale (2013) e Logan – The Wolverine (2017).

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Si può iniziare affermando che tornare sul Professor Henry Walton Jones Jr. per una quinta volta (memorabile la rivelazione, nel terzo episodio, del diminutivo Junior proferito da Sean Connery, il Professor Henry Walton Jones Sr.) non era poi così necessario, dopo un quarto episodio che già giungeva a quasi vent’anni dal completamento della trilogia originaria. Ma è altrettanto giusto dire che il nuovo film si rivela migliore di quel che si paventava, alla luce delle notizie circolate durante la sua lavorazione e delle impressioni di chi aveva avuto modo di conoscerne il plot e il primo girato. Non memorabile, certamente, e con un intreccio al di sotto dei precedenti ma – tutto sommato – onesto e fedele al franchising. E che risponde, in fondo, a ciò che molti dei suoi fedeli aficionados si aspettavano.

Senza ombra di dubbio, infatti, il quinto episodio riprende un’interminabile serie di caratteristiche e stilemi della saga ben noti agli amanti del personaggio, con un ricorso all’auto-citazione fra il compiaciuto, il divertente e – con ogni probabilità – l’inevitabile. Le citazioni di generi, situazioni e ambientazioni dei film avventurosi degli anni ’30 del secolo scorso, infatti, erano già state abbondantemente saccheggiate da George Lucas sin dalle origini di Indiana Jones e non si poteva che fare riferimento, quindi, ai precedenti episodi poiché già entrati, in un qualche modo, nella storia del cinema d’avventura.

 

Nessuno spazio, quindi, a un Indiana Jones anziano e crepuscolare. Intendiamoci bene: il professore è non solo più anziano ma palesemente vecchio, anche se dal punto di vista anagrafico lo è meno di Harrison Ford, visto che ha appena raggiunto l’età della pensione. Non ci sono accenni, però, alla vecchiaia e alle sue implicazioni, anche se Harrison Ford mostra se stesso senza infingimenti e con tutti i suoi anni in bella vista. E allora spazio, come sempre, all’avventura priva di riflessioni sul tempo che passa inesorabilmente, anche se dopo Marcus Brody e il padre di Indiana è scomparso anche il figlio Mutt (Henry Jones III), co-protagonista del quarto episodio e morto in guerra (del Vietnam?).

L’auto-citazione – si diceva – la fa da incontrastata padrona: a partire dal classico prologo d’azione iper-cinetica sul treno (ci ricordiamo del giovane Indiana?) per finire ai nemici per eccellenza – gli immancabili nazisti – e all’altrettanto immancabile villain, impersonato stavolta da un Mads Mikkelsen davvero poco sfruttato e che richiama con minor fascino e ironia il René Belloq di Indiana Jones – I predatori dell’arca perduta. C’è da sperare per l’attore danese che non siano solo questi i ruoli che il cinema di Hollywood potrà riservargli nel prossimo futuro. Nel corso della vicenda troviamo, quindi, tutti i tòpoi dell’epica del nostro eroe: la storia che interseca la Storia e il fantastico/fantascientifico (in questo caso il viaggio nel tempo), il giovane aiutante (un Ethann Isidore che non può non ricordare il Ke Huy Quan di Indiana Jones e il tempio maledetto), le immancabili pistole spianate, gli insetti e i serpenti per i quali il nostro prova un’autentica fobia, la frusta e il cappello veri marchi di fabbrica del personaggio) nonché – è giusto rimarcarlo scherzandoci un po’ su – la scarsa attenzione per la conservazione di ciò che si trova intorno agli ambiti reperti, che devono sì stare in un museo ma il cui recupero porta con sé danni irreversibili a tutto il resto. Tòpos non ultimo per importanza, la compagna d’avventura Helena (una poco sfruttata Phoebe Waller-Bridge) figlia di un vecchio e geniale collega archeologo (Toby Jones) che si erge al ruolo di energica co-protagonista senza passare per l’essere una nuova fiamma di Indiana, sicuramente un segno dei tempi anche se già quarant’anni fa Karen Allen, per quanto relegata al più rassicurante ruolo di partner del protagonista – non mancava certo di determinazione. Tutto quel che ci si aspettava ci fosse, insomma.

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In conclusione, James Mangold confeziona un prodotto privo di guizzi memorabili (timore reverenziale per il mostro sacro Spielberg…?) ma piacevolmente fruibile dai fan, senza aprire spiraglio alcuno al tema del tramonto dell’eroe, come aveva magistralmente fatto – invece – con la malinconica descrizione degli ultimi giorni di vita del professor Xavier e soprattutto di Wolverine, nel duro e commovente Logan – The Wolverine. L’augurio è che il professore-archeologo possa finalmente trovare pace e tranquillità, senza che il suo personaggio sia ereditato da altri (o altre) avventurieri dell’archeologia. Perché il meritato riposo è ciò che, in fondo, è giusto aspettarsi. Da parte dell’eroe e dei vecchi fan dell’eroe medesimo.

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