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IO CAPITANO | Affinché tutti, anche gli indifferenti, non possano dire di non sapere

Regia: Matteo Garrone
Anno: 2023
Produzione: Italia, Belgio

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Il nuovo film di Matteo Garrone – Io capitano, premiato con il Leone d’argento – Premio speciale per la regia alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e candidato italiano agli Oscar nella categoria miglior film internazionale – affronta uno dei temi più delicati dell’agenda politica e sociale italiana ed europea: l’immigrazione.

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Protagonisti della vicenda sono Seydou e Moussa, due giovani cugini di Dakar – in Senegal – che svolgendo ogni genere di lavoro cercano di risparmiare il denaro necessario per tentare il lungo viaggio verso l’Italia, dove sognano di diventare delle stelle della musica, essendo Seydou un aspirante rapper (memorabile, a questo proposito, l’ingenua frase di Moussa che rivolto al cugino dice “Fidati, quando arriveremo in Europa diventeremo delle star della musica e saranno i bianchi a chiederci l’autografo”). Le famiglie sono all’oscuro delle loro intenzioni e la mamma di Seydou è fortemente contraria – una volta comprese le intenzioni del figlio – al pericoloso viaggio, anche perché rimarrebbe da sola e senza aiuto a crescere e controllare la numerosa prole. Ma il viaggio si farà lo stesso, nonostante chi lo ha già tentato senza successo cerchi di dissuadere i due ragazzi.

Nell’ora e mezza successiva ai preparativi per la partenza e alla definitiva presa d’atto che non vogliono rinunciare alle (presunte) occasioni offerte dall’Europa, Seydou e Moussa vanno incontro a tutte le possibili disavventure e disgrazie che nel tempo abbiamo appreso possono accadere durante le disperate e spesso letali migrazioni della speranza. E quindi i cugini vivono il terribile attraversamento del deserto del Sahara, prima in auto e poi a piedi, con i morti abbandonati sulle sabbie poiché sbalzati dall’auto o perché incapaci a proseguire la marcia a causa della fatica e della sete. E poi le aggressioni e le rapine da parte dei predoni, che ben conoscono ogni trucco per trovare i soldi nascosti – addirittura nel proprio corpo – dai migranti. E il rapimento da parte di bande libiche che non esistano a torturare le loro vittime per costringerle a contattare le famiglie, alle quali – anche se in condizioni miserrime – viene estorto ulteriore denaro per liberare i congiunti. Che talvolta, come nel caso di Seydou, sono venduti come schiavi al miglior offerente. Insomma, un’autentica galleria degli orrori che non può non concludersi con l’atto finale, quello dell’attraversamento del Mar Mediterraneo a partire dalle coste libiche, dove Seydou e un Moussa in precarie condizione di salute a causa di una ferita si ritrovano fortunosamente per affrontare l’ultimo ostacolo del loro viaggio. Proprio al protagonista toccherà l’onere di guidare la carretta del mare, che – rugginosa e periclitante – dovrà portarli fino alle coste di una qualche isola siciliana.

Per parlare del fenomeno migratorio che così da vicino tocca l’Italia, astraendosi dalla squallida lotta politica nazionale che su questa si combatte, Matteo Garrone sceglie di girare un film che fa leva su alcuni dei canoni più diffusi (e amati) della letteratura e del cinema: il romanzo di formazione di un giovane, il viaggio dell’eroe, la favola e l’esistenza – al mondo – del bene e della bontà nonostante tutto. E il ruolo del sogno e dell’introspezione onirica, intrisi – in questo caso – sia delle speranze del protagonista, sia delle credenze tradizionali e animistiche dell’Africa Nera.

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Sulla figura di Seydou convergono, quindi, molti dei canoni d’ispirazione citati: è lui – un novello Pinocchio africano, come sottolineato in alcune interviste dallo stesso Garrone – che in compagnia del migliore amico si trasforma da semplice ragazzo (meno discolo e ribelle del burattino di Collodi) a giovane uomo, capace di non abbandonare nessuno al suo destino e di assumere su di sé anche responsabilità e azioni che sono superiori alle sue forze e alle sue capacità. Da cui il suo essere (anche) un eroe in viaggio – un Ulisse più puro di spirito – che neanche in sogno riesce a separarsi dalla donna morente nel deserto o dalla madre, abbandonata a Dakar con i tanti fratelli e sorelle, lei troppo anziana e loro troppo giovani per tentare il viaggio. Viaggio e sofferenze che faranno di lui un giovane uomo capace di rivendicare a sé – proprio con l’urlo “Io capitano” – il merito di aver raggiunto l’Italia attraversando il Mediterraneo senza saper guidare una barca e senza esser capace di nuotare.

Il registro (anche) favolistico scelto da Matteo Garrone fa sì che i personaggi che si staccano dallo sfondo della vicenda siano figure sostanzialmente positive, anche se in alcuni casi danno vita a situazioni poco realistiche, come la vicenda della liberazione di Seydou dopo la costruzione della fontana, basata su figure un po’ stereotipate che hanno il solo fine di creare l’espediente narrativo necessario per rimettere in pista – liberandolo dalla cattività – il personaggio principale. Ciononostante, il film rende in modo potente sia le atrocità del viaggio, sia il messaggio di speranza insito nella vicenda del ragazzo e in coloro che nei momenti più bui lo hanno aiutato, salvandolo dopo aver rischiato di essere sommerso dalle violenze nell’oscura detenzione libica.

Splendide le immagini del deserto e del mare, in cui il contrasto fra la bellezza della natura e l’orrore della condizione di migrante rende meglio di qualsiasi parola il bisogno di salvezza e di riscatto dei popoli più poveri del mondo. Davvero bravi ed espressivi i due giovanissimi attori, Seydou Sarr (Seydou) e Moustapha Fall (Moussa), protagonisti di un film toccante. Di una favola, nonostante tutto.

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