JOKER | Danza sulle ali della follia fino al riscatto sociale: Joker come simbolo di libertà e rottura degli schemi convenzionali nella società capitalistica della violenza

una recensione a cura di Simona Tarantino

Quando la follia è viva e prende forma, riabilita.., quando le allucinazioni, i deliri di onnipotenza e la violenza che ne scaturisce si trasformano in una regolazione di conti senza pietà per dare anche solo un attimo di gloria e di senso ad una vita non vissuta e spesa se non a vuoto…”…

Ricerca di senso, di verità e simbolo di “libertà”, questo rappresenta probabilmente, chiave del suo successo indiscutibile, Joker, in questa versione ed interpretazione cinematografica del tutto inedita, svolgendosi attraverso il suo percorso di affrancamento, emblematico anch’esso, compiuto per arrivarci e risalire la china, seppure con la follia omicida del caso, all’apice dei suoi passaggi di vita dolorosi, faticosi e drammatici, una sorta di autorealizzazione personale seppur distorta eticamente inaccettabile, ma tale è per il vissuto del protagonista. Segnato precocemente dagli abusi infantili e poi dai disturbi psichiatrici fino all’internamento e all’affidamento ai servizi sociali con una madre anch’essa sofferente, dalla solitudine e l’isolamento esistenziale, dalla discriminazione e i maltrattamenti verbali e fisici: la sua Tragedia involverà fino alla Commedia della follia criminale conclusiva, che però gli regalerà la vera risata soddisfatta, una nuova vita nella liberazione, in quella rinascita finale il cui sigillo emblematico sarà proprio quel ghigno malizioso, famelico, in sostituzione di quella risata compulsivo-isterica che tanto lo marchiava e stigmatizzava da sempre, e con il quale, soddisfatto per l’opera compiuta, lo vediamo finalmente congedarsi dal pubblico divertendosi e prendendosi gioco degli altri, dei suoi nemici nel gioco delle parti e dei ruoli invertiti

Davvero una chiave insolita-esilarante per un’esplorativa inquietante dell’animo umano: prima solo malato ma fondamentalmente innocuo, poi anche perverso e pericoloso. Questo sorprendente regista non proprio agli esordi ma finora poco riconosciuto dai più (“A Star is born”, “Una notte da leoni” trilogia, “Starsky & Hutch, ecc) sceglie una luce straordinariamente nuova e umana, una veste stravagante e inedita per consegnarci Joker, Il famoso Cattivo diabolico dei fumetti per come l’abbiamo conosciuto, Maligno o Malvagio che sia, associato inconfondibilmente comunque sempre al simbolo-archetipico del Male, in quella che può essere una sua probabile Genesi e Ricerca delle origini. E’ un ribaltamento totale e spettacolare della prospettiva da esterno ad interno, della visione dal fuori al dentro, è principalmente un’operazione di umanizzazione e superamento di questa figura geniale dell’anti-eroe /villain per antonomasia perché qui si fa anche portatore non solo per sé ma portavoce anche e soprattutto per tutti gli altri che vivono nelle sue stesse condizioni (e questa è anche la forza del film), di un dramma umano molto toccante, correlato anche alla legittimazione-rivendicazione della visibilità della propria esistenza, di quei diritti perduti e negati ad opera di una società tanto materialista quanto famelica-vorace di beni di consumo, fama, potere e successo, riflettori e ribalta compulsiva.

Simbolicamente attraverso la vendetta ne reclama la restituzione, primo fra tutti questi diritti quello di essere finalmente riconosciuto e visto, di non essere più invisibile agli occhi altrui e dovere vivere relegato ai margini della società, dunque il diritto alla Vita. Psico-thriller con una vena romantica ma essenzialmente di denuncia, per quanto possa essere frainteso o rimanere incompreso nella sua potenziale espressività: specchio di una società “oscura” di perdenti e reietti, del rovescio della medaglia, di quella parte sociale messa in ombra che vive per lo più stigmatizzata e ghettizzata, e di cui Joker si fa rappresentante.

Ritratto e spaccato di una società della crudeltà, della rivalsa, vero bersaglio del regista, una società arrivata sull’orlo del baratro e del collasso, implosione su sé stessa: descritta come violenta, disumana e disumanizzante, aberrante, cinica ed intollerante, spregiudicata ed arrivista, soltanto per pochi privilegiati, per le classi agiate, dove ogni forma di violenza viene quasi tollerata ed accettata seppur con rassegnazione, quasi legittimizzata in nome di quel progresso che ci vuole tutti uniformati, efficienti e competitivi sempre, mentre invece ogni forma di diversità, ogni elemento portatore di fragilità e disabilità viene additato e attaccato, messo alla gogna ed emarginato, per essere infine rinchiuso, allontanato dalla vista, in quanto scomodo e potenzialmente pericoloso: è il paradigma sottinteso di tutto il film.

Vedremo allora Joker passare attraverso i suoi vissuti dolorosi rimossi, ed arrivare a covare dentro di sé i semi di odio, di rabbia, disperazione esplosi con la scoperta della Verità, alimentati da anni di esasperazione, di sogni ed ideali infranti, di delusioni e speranze continuamente frustrate, di abbandono sociale (vive con la madre malata, prendendosi cura di lei, senza sostegni ed aiuti sociali, tranne sedute rade, quanto inutili dall’assistente sociale/psicologa: “Lei non mi ascolta mai”), di angherie, derisioni e discriminazione (emblematica e forte la scena incipit dell’aggressione subita dai ragazzini bulli per strada e poi dai tre giovani adulti ricchi rampolli nella metro -vittima di altro episodio di bullismo- a cui tuttavia però trova ora il coraggio di ribellarsi e difendersi, e poi l’esibizione-zimbello durante uno spettacolo tv… ed ancora commovente la scena della convocazione da parte del datore di lavoro fatta di prevaricazione ed accuse ingiuste fino al licenziamento).

Joker stesso farà così anche da Catalizzatore dei movimenti di protesta e rivolta sociale di una larga fascia di emarginati e disadattati come lui e che in lui vi si riconosce e si rispecchia. E raccogliendo così inevitabilmente il consenso popolare all’unanimità, si fa giustiziere e rivendicatore dei propri diritti usurpati come in una sorta di Far West postmoderno metropolitano (alias Gotham City), e ne diventerà l’interprete principale, l’emblema-icona elettiva, proclamato come modello da seguire (viene portato sulle spalle quando è ferito e aiutato a fuggire), innescando così senza volerlo, da Eroe positivo e non più maledetto, il cortocircuito esplosivo finale, quell’ Apoteosi catartica di violenza, di cui contestualmente è il fomentatore, non la vera causa. Questo è il messaggio conturbante nella sua anticonvenzionalità che passa tra le righe: si accrescono e proliferano ovunque le maschere da clown nelle folle inferocite delle insurrezioni e devastazioni incendiarie urbane, dell’assalto alle forze di polizia, dunque simbolo di riscatto: la maschere da clown viene investita da un doppio significato, vuole essere anche lo schiaffo simbolico di protesta all’offesa, all’onta subita, se non ad una vera e propria dichiarazione di guerra fatta con l’istigazione pubblica in tv del neo candidato senatore (ed anche il presunto padre di Joker) contro i rivoltosi stessi, in quanto descritti da lui essere solo come “dei poveri emarginati e falliti, perdenti, buoni a nulla ed inconcludenti, e per questo per di più pieni di odio ed invidia verso la classe agiata e privilegiata perché si è data da fare invece per raggiungere dei risultati, .. essere dunque come dei Pagliacci..” (la messa in atto di una vera e propria strategia di distorsione della verità e manipolazione mediatica).

Ormai la miccia di un processo probabilmente irreversibile è stata innescata, anche se Joker verrà infine incarcerato e rinchiuso. C’è un profondo senso occulto ed un messaggio molto profondo dietro a questi eventi che precipitano, che porta a galla riflessioni inquietanti, non c’è soltanto un senso apparente di legittimazione della violenza di una società tuttavia fondata proprio sulla stessa, che lo spettatore più disattento è indotto e portato a cogliere. Divertente o inquietante, potente e prorompente, provocatorio che sia il finale o come lo si consideri al di là di tutto, questo film, per nulla banalizzabile e riduttivo, è destinato ad entrare nella Storia del Cinema ancora prima del tempo facendo molto parlare di sé anzitutto come fenomeno sociale, contestualmente a quello cinematografico. E’ un chiaro intento di istigazione alla Violenza come i più ci leggono, oppure una denuncia molto sottile della Violenza della società del capitalismo moderno? Competitiva ed arrivista, arrogante e prevaricatoria, fine a sé stessa nel soffocare e rimuovere gli scarti inutili, che però sfortunatamente sono anche il suo “doppio nascosto-ombra (quello degli esclusi, dei reietti e criminali) per emergere e brillare, con una violenza ed un’aggressività talvolta gratuite, che permeando e influenzando un po’ ovunque e capillarmente ormai tutti gli strati sociali orizzontali e verticali, anche subdolamente e “subliminalmente” a livello inconscio attraverso i mass media, generano assuefazione tanto da impedire di accorgersi di quanta ne viene assorbita giornalmente, lasciandoci così inevitabilmente esposti ad essa tanto da inglobarla e farla diventare parte di noi, come fosse la normalità). Violenza ed aggressività soprattutto spettacolarizzate più che mai dai Mass Media, potenti ed accattivanti mezzi di manipolazione ed induzione dei desideri, creatori di bisogni per lo più superflui, strumenti maliziosi, ingannatori ed illusionisti (proprio come il sogno di fare il cabarettista?) se nelle mani sbagliate: processo ed invettiva audace di Todd Philips ai mass media controllati dal sistema politico, entrambi sul banco degli imputati? C’è una sottile linea rossa tra la Gotham City degli anni ’80, e quella dei giorni nostri diretta dai fili del sistema globale, costruita ormai su internet ed i social network, rivoluzionatori sociali quanto subdoli e pericolosi facilitatori.

Ebbene c’è molto da metabolizzare in questo grido di allarme lanciato dal finale, se così scegliamo di vederlo azzerando i pregiudizi: senza dubbio è una tragic-comedy sulla violenza, innata ed acquisita, esperita, fisica e verbale, subita ed agita, spettacolarizzata o nascosta, sulla cattiveria e perversione umana che ne è l’anticamera, declinata in tutte le sue forme, più che sulla criminalità o sulla malattia mentale, come si potrebbe evincere di primo acchito, semmai questi sono pretesti narrativi per arrivarci, sono i sintomi-effetti come di una grande e diffusa malattia sociale dilagante, e non la causa-origine, sono i punti di arrivo e sbocco, non di partenza, e sono qui forse a testimoniarci e mostrarci quanto sempre più spesso siano i più deboli e svantaggiati a pagare fino in fondo le conseguenze sotto gli occhi e l’indifferenza di tutti. Ma il film ancora, ci suggerisce un altro epilogo, imprevisto ed a sorpresa, quello della rottura finale, quel punto di irreversibiltà, giro di boa e di svolta incontrollabile dove allora possono prorompere ed esplodere richiamati e coalizzati tutti insieme i “folli e malati”, i “clown” di tutto il mondo come una furia indomabile in un’unica grande e contagiosa onda rivoluzionaria contro il sistema. E quale che sia il limite di sopportazione della violenza subita e protratta negli anni, e poi restituita con gli interessi, oltre il quale la classe politica governativa avrebbe il compito e il dovere di sapere leggerne i segnali anticipatori ed intervenire in prevenzione, anziché limitarsi a fomentare ed alimentare l’insoddisfazione, il disagio generale e l’odio, non ci è dato di saperlo, ma solo immaginarne le conseguenze nefaste e riflettere con i brividi. Oggi più che mai è una riflessione obbligatoria e urgente a cui siamo tenuti tutti come società civile, è una presa di coscienza collettiva nella misura in cui assistiamo continuativamente ormai sempre più ad ondate e fenomeni di violenza di massa oltre che isolata, del branco e del bullismo o del serial killer, della rinascita ed inasprimento dei movimenti terroristi, di odio e discriminazione antisemita, omofoba, razziale, sessuale e di genere, nei confronti dei profughi, etnie religiose, bambini, ecc. (qualsiasi bersaglio diventa lecito) e per contro fenomeni di manipolazione sociale, facendo presa fino e soprattutto sulle giovani generazioni e sulle fasce meno protette.

Una calamita, per la forza attrattiva esercitata sul pubblico, con una carica esplosiva quasi senza precedenti, questo Film mentre tocca temi scottanti ed attuali: virale, contagioso, epidemico, una sorta di tsunami collettivo così come è il suo Finale. Non c’è alcun dubbio che richiami moltissimo per affinità di narrazione e tema della follia omicida il ben noto Taxi Driver di Scorsese fine anni 80, e Re per una nottesempre di Scorsese, ma reinterpretandolo in chiave postmoderna ed attuale, anche grazie alla magistrale interpretazione ed al duro lavoro preparativo di un Joaquin Phoenix, (ma senza togliere nulla ad un Robert DeNiro qui presente tra l’altro in veste antipatica ed antitetica al protagonista) adatto più che mai al ruolo e tanto voluto dal regista. In realtà è molto più dirompente, conturbante, perché scardina parecchi luoghi comuni, sfida e prende di mira assunti moralistici e convinzioni perbeniste ben radicate nel Sistema, infrangendo Tabù come Malattia mentale, sofferenza, dolore ed Emarginazione sociale, spesso rimossi per comodità e bene stare, con il tacito consenso di tutti, andando così dritto a colpire la parte più istintuale-emozionale, viscerale, la parte più ricettiva ed intima dello spettatore, coinvolgendolo e spiazzandolo in maniera così profonda e netta, da suscitargli reazioni immediate o di solidarietà e compassione, o all’opposto di diniego, sconcerto e indignazione.

Nonostante Todd Phillips abbia dichiaratamente escluso un qualsiasi intento politico e demagogico nella sua visione del lavoro, tuttavia è evidente che parte da qui, trova il pretesto della malattia mentale, per arrivare a parlare della Violenza, il vero unico tema conduttore, e delle sue varie sfaccettature più infime e perverse, sottili, ma non per questo meno devastanti e deleterie di quelle più esplicite ed evidenti: ci fanno da esempio l’arroganza, i soprusi di potere culminanti nel licenziamento del datore di lavoro per telefono, le denigrazioni offensive e le ridicolarizzazioni in pubblico da parte del presentatore tv (Robert De Niro), il tradimento e voltafaccia successivo del collega clown che prima gli regala la pistola, poi ritratta la versione per scagionarsi, l’aggressione verbale rivoltagli dalla donna di colore sul bus per impedirgli di importunarne il figlio, l’abbandono della madre ed il suo passato nascosto di internata solo perché scomoda testimone incinta della relazione col potente uomo politico con una donna di bassi ranghi, gli importuni ed approcci offensivi dei tre ragazzi ricchi e privilegiati verso la ragazza sola sulla metropolitana, l’affronto e il rifiuto del padre, sigillato dallo schiaffo nei bagni del teatro, e così via .

Il linguaggio usato per la regia non poteva che essere immediato, di grande impatto emozionale perché semplice e ridotto all’essenziale nei dialoghi, facendo soprattutto parlare le immagini forti delle inquadrature: i suggestivi scorci urbani, scenografici e simbolici nel Bronx sulla vertiginosa scalinata ormai resa famosa, i primi piani sul quel suo corpo scheletrico che si contorce per danzare, e sul quel suo viso segnato che si scruta nello specchio e si trucca per trasformarsi (rimarranno impresse nel nostro immaginario, destinate a diventare immagini-icone cinematografiche), la geniale colonna sonora che accompagna i momenti e gli snodi cruciali (già diventata famosa come un tormentone e trasmessa ovunque), ed ancora le singole parole e le frasi, poche ma efficaci, non solo dette, ma ricordate da Joker, anche inquadrate e trascritte (“speriamo che la mia morte abbia un senso migliore della mia vita”), quasi marchiate col fuoco su quel diario sudicio e spiegazzato portato sempre con sé, (come se rappresentasse la sua anima ferita), e quelle frasi trascritte sui bigliettini distribuiti a giustificare come patologica la sua risata isterica, quasi un volersi scusare davanti alla gente comune per il semplice fatto di esistere… essere diverso.

Straziante e comico allo stesso tempo: è la magia indiscutibile di questa Tragic Comedy, e del personaggio. Non a caso Joker capirà soltanto alla fine e pronuncerà con liberazione, vestito questa volta in modo veramente colorato e sgargiante, ridente, la sua frase-sentenza simbolica finale “Pensavo che la mia vita fosse una Tragedia invece era una Commedia” con la quale legittimerà tutte le efferatezze criminali all’interno di quel disegno diabolico preciso di sterminio nato prima per caso, poi perseguito volontariamente e lucidamente (interrotti i farmaci) per vendicarsi di tutti i torti subiti, gli abusi e soprusi, i maltrattamenti e i tradimenti, le violenze subite e nascoste, compresa la madre (il limite tra follia e vendetta è veramente labile) : è la vittoria finale, il suo unico momento di gloria.

E’ un film ipnotico che procede per immagini forti e distintive, tanto da poterlo suddividere-scomporre così in veri e propri capitoli o snodi, fotogrammi e passaggi importanti e decisivi per la sua comprensione, alcune delle quali ci rimarranno di più impresse: il pestaggio atroce, crudele messo in atto da alcuni bulli di periferia, la scena sull’autobus in cui viene redarguito dalla mamma arrabbiata, l’inquadratura conturbante zoomata sulla schiena ossuta quasi deforme e piena di ematomi, mentre è intento e chinato a allargarsi le scarpe da clown nel camerino, l’immagine di lui che danza quasi nudo, leggero, fluttuando nell’aria (altra immagine disturbante che mette in evidenza attraverso le sofferenze e i segni del corpo anoressico quelle dell’anima–sappiamo che l’attore Joaquim Phoenix si è dovuto sottoporre ad un regime dietetico speciale e molto ristretto per perdere in poco tempo almeno 20 chili, dichiarando di aver quasi rischiato la sua stessa salute mentale); e poi l’ inquadratura chiave sulla pistola caduta a terra inavvertitamente nell’ospedale infantile durante lo spettacolo da clown (la stessa pistola che diventerà poi l’oggetto incriminato, “l’occasione che rende l’uomo ladro”, simbolo della sua profonda svolta e virata in negativo, quel punto di non ritorno a partire dalla quale lui non sarà più lo stesso); la scena della cabina telefonica in cui Joker quasi inerme ed incredulo riceve la notizia sotto shock del suo licenziamento in tronco ed ingiusto, la scena della difesa personale diventata il massacro simbolo dei tre giovani in metropolitana,(“se fossi stato io al loro posto ci sarebbe stata la stessa mobilitazione generale?”), la visuale sulla scalinata così ripida e scoscesa tanto da farci rabbrividire di fronte e richiamare al nostro immaginario l’idea di un orrido, abisso o precipizio come quello della sua anima, oscuro e remoto recesso in cui viene scavato dentro. Anche nella scelta dell’inquadratura che cambia c’è un’allusione diversa: se all’inizio viene inquadrata percorsa da lui con abiti spenti e grigi, abbattuto per il peso della fatica quotidiana di andare avanti, alla fine ne diventa il palcoscenico su cui danzare vorticosamente ed allegramente (dopo aver studiato il passo di danza di Martin Mc Fly), accattivante e quasi trasfigurato nei suoi colori accesi, quasi una sorta di liberazione finale dalle catene che lo imprigionavano. Ed ancora la scoperta della verità sul suo conto ed il confronto-rifiuto del “Padre, causa scatenante di tutto il suo odio, innescatore della trasformazione-escalation finale, la sua immagine riflessa nello specchio mentre si tinge di verde i capelli e poi si pennella il volto di bianco preparandosi all’atto finale, a sferrare l’ultimo colpo, quella scena in diretta tv indelebile quanto inaspettata del colpo di pistola alla testa al conduttore, dopo il botta e risposta dell’intervista, spontanea autoconfessione fatta per legittimarsi pubblicamente i massacri attuati, e dopo la quale verrà consacrato a furor di popolo nell’idolo-icona della rivolta popolare.

E’ impressionante e fa effetto così assistere alla parabola in discesa a picco verso l’inferno del protagonista, un personaggio all’origine buono e sensibile, che sa accudire con estrema dolcezza e delicatezza la madre anziana (ma cresciuto proprio da Lei stessa con l’idea inculcatagli di essere nato per far ridere gli altri (proprio come i clown), esserne il trastullo, destino già precocemente segnato dal bambino vittima di violenze), una persona sognatrice ed ingenuamente infantile, perchè disturbata (il sogno e il desiderio si sovrappone all’allucinazione),

Put the smile on a happy face

e poi vederne l’abbrutimento, il degrado, la precipitazione in cattivo assassino considerato pericoloso e strumentalizzato per comodità di propaganda elettorale, fomentando ancora di più odio tra classi sociali : da vittima a carnefice, da buono a cattivo, da debole a forte, questo è il paradigma, e viene mostrato in tutta la sua prepotenza, colui che è rifiutato, scartato e denigrato, insultato dalla società, prima o poi restituisce alla società tutto e con gli interessi, come dice Joker stesso durante la ripresa tv, e rifiuta la società in toto, nella sua presa di coscienza finale si vendica (“la società che sa tutto e ci comanda”), arrivando impulsivamente o deliberatamente che sia non ci è chiaro, a colpire a rivoltellate il conduttore Robert De Niro, ennesimo suo bersaglio di una sorta questa volta di esibizione-spettacolo dentro lo spettacolo.

Il regista ci porta così, a guardare dietro la maschera da Clown così forzatamente sorridente da fuori, così drammaticamente triste, solo e sofferente dentro, e dunque portatrice del doppio. Simbolo dell’immagine esteriore, dell’apparenza (“put the smile on a happy face” scrive nel camerino) e della facciata sfavillante che tutto forgia. Non a caso la prima importante inquadratura è proprio il primo piano sul suo volto ed i suoi dettagli mentre si trucca e si guarda allo specchio in camerino prima di uno spettacolo in strada: Joker abbozza, gioca e fa prove col sorriso, ma lo sguardo è profondo, spento e triste: il controsenso e il contrasto del Clown felice perché sorridente fuori e regala divertimento a tutti, ma che dentro stride è un clichè evidente e marcato fin da subito. Joker è invece un personaggio così complesso, autentico ma soprattutto dal fascino così ambiguo e ambivalente, struggente nei suoi sogni di diventare cabarettista e illusioni di amare la vicina di casa, nelle sue fragilità, nelle sue ossessioni, nella sua incapacità di difendersi dagli altri e di giudizio critico, da farci sentire già subito rapiti e rimanerne commossi, affascinati e conquistati senza spiegarcelo, tanto da perdere noi stessi il confine tra il suo mondo reale e suo immaginario onirico, da rimanere disorientati dai continui sconfinamenti e oscillazioni, pieni di dubbi ed incertezze finali.

Assistiamo impotenti insieme al protagonista al fallimento ed al disinvestimento delle politiche socio-assistenziali, al ritiro dei fondi verso le fasce più deboli versanti in condizioni di indigenza e povertà, anticamera esplosiva questa, della frustrazione e rabbia sociale che culminano in un escalation di distruzione, ribellione e guerriglia urbana, come è l’inevitabile reazione conclusiva. Alla violenza risponde e ripaga altra violenza, e così via all’infinito, in un circolo vizioso senza sosta, pare non esserci quasi scampo nella prospettiva personale del regista: allarmante, sovversivo, spregiudicato da fare inorridire e preoccupare parte del pubblico, quanto purtroppo di scottante attualità, pare istigare e all’Anarchia ed alla Caccia alle streghe, come facile e più immediata soluzione, ferrea e depurativa come è sempre successo nei grandi regimi storici, pare incitare all’attacco al potere precostituito di un sistema tentacolare visto come oppressivo e corrotto (tanto da farne temere la pericolosità della proiezione ed imporne il divieto nelle sale americane), manipolativo, fatto di caste e privilegi personali. Ma allo stesso tempo è un monito, un grido di allarme, un avvertimento. E’ La vittoria dell’elemento destabilizzante e perturbatore, di cui nonostante tutto ne subiamo il fascino perverso..

Doppio ed ambiguo nel suo intento come lo è il suo protagonista, questo film arriva a smuovere riflessioni sull’Etica e sulla Morale, sulla vera Giustizia, la vera Bellezza, il vero Male da cui guardarci, tagliente come una sottile lama per fare invettiva contro la strumentalizzazione e la manipolazione dei mass media.. insomma Todd Philips e Joker, irriverenti e sovversivi insieme ci conquistano e ci turbano simultaneamente.