JOKER | Il valore del linguaggio corporeo nella caratterizzazione di un personaggio

una recensione a cura di Liliana Giustetto

Tra i tanti aspetti per cui vale la pena analizzare quest’opera, è importante soffermarsi su ciò che ha avuto il merito di farci immediatamente comprendere le peculiarità del personaggio.
Il linguaggio corporeo di Joaquin Phoenix che vale tutto il film e che racconta la storia stessa:
-la sua scapola perennemente abbassata a indicare fragilità, impotenza e frustrazione
-l’addome ipercontratto che fa trasparire rabbia e voglia di riscatto
– le tante scene riprese con il personaggio di schiena, a far notare solo la postura o l’andatura.
Come quando lui sogna di recarsi nell’appartamento della vicina di casa per sedurla, in cui la vista è di schiena e si nota a colpo d’occhio che stiamo guardando un uomo virile e sicuro di sé, perché nel suo sogno ad occhi aperti lui riesce ad essere un altro.
Quindi, la volontà del regista di lasciare libero lo spettatore di immaginare cosa è vero e cosa è immaginato, e anche un finale che lascia liberi di capire cosa si vuole, dandoci come chiave di lettura dell’intera storia proprio le espressioni corporee e facciali di Arthur Fleck.
Impressionanti le sue risate che si declinano in maniera diversa tra allegria, frustrazione, rabbia, imbarazzo, paura.


Oppure le espressioni di Arthur quando recita al cabaret o nello studio televisivo e davanti alla TV; espressioni sempre e comunque disturbanti per lo spettatore, al pari delle pause nei suoi dialoghi e agli sguardi pieni di terrore quando sa, senza aver mezzo per evitarlo, che verrà attaccato e colpito.
L’attore ha fatto un grande lavoro anche fisicamente, visto che ha dovuto perdere molto peso e ha dovuto lavorare molto per calarsi nella malattia di Arthur.
Il regista, inoltre, ha creato questo personaggio non a seguire i Joker precedenti (e per questo non soggetto a confronti con gli altri, famosi Joker), ma a precederli.
Qui Joker è stato usato solo per indicare la maschera che il protagonista indossa per il suo lavoro e che lo rende poi famoso a causa delle sue gesta.
Quest’uomo non è affatto il cattivo della storia, come era nei film con le stesso personaggio, non vi è in lui traccia di crudeltà o ferocia immotivata.

Al contrario siamo davanti alla classica vittima sacrificale della società, questa sì, crudele ed intollerante di fronte al diverso su cui fa comodo vomitare tutte le frustrazioni della vita insoddisfacente che si sta vivendo.
Joker ci appare come un vulcano che dopo aver trattenuto da sempre la rabbia per tutti i torti subiti, improvvisamente, non si trattiene più e reagisce, in maniera non proporzionale al danno ma pienamente condivisibile.
Da lì in poi si fa luce in lui tutta una serie di verità che aveva sempre cercato di non vedere perché troppo dolorose per essere accettate e, conscio di non avere più nulla da perdere, attua la sua forma di giustizia, per riallineare gli eventi a suo sfavore con una forma di vendetta personale.

Ma, in tutto questo, sa distinguere tra chi lo ha usato, ferito e danneggiato da chi invece non gli ha mai fatto del male e gli è stato amico.
Questo dà il via a tutta una serie di azioni imitative da parte di chiunque si immedesimi in lui quale vittima di ingiustizie insormontabili.
Ma Joker non aveva, né mai ha, il desiderio di avere degli emulatori, anche se, a un certo punto, diventa anche fiero di ciò che sta facendo.
La sua malattia psichiatrica non c’entra nulla con quello che lui subisce e neppure con le sue reazioni. Piuttosto è soltanto un elemento peggiorativo della sua capacità di difendersi da persone che utilizzano la violenza solo contro chi individuano come debole e facilmente prevaricabile.
In ogni caso, anche questa volta, per me è valsa la regola del lasciarsi trasportare con totale ingenuità nella storia, che incanta con i suoi scorci iperrealistici della città di Gotham (che è Manhattan), con il confronto disturbante con le risate e gli sguardi indifesi di Arthur, con la malvagità del mondo di Gotham così simile al nostro mondo, con la percezione dei momenti che segnano il punto di non ritorno da una realtà crudele e senza pietà, che merita solo di essere combattuta ad armi pari.
Senza nessun bisogno di scomodare analisi psicologiche, legali o sociali, ma semplicemente empatizzando in maniera totale con una persona che pare essere noi stessi, in tanti momenti della sua vita.
Qualunque sia il vero finale della storia, dunque: viva Joker.