JOKER | Quando il cinema reinventa se stesso, sa parlare alle nuove generazioni ed è meglio di un libro di sociologia

una recensione a cura di Mario Pistono

Confuto subito alcune affermazioni fatte in occasione della riunione redazionale sul film:

– “Joker” è un film copiato: FALSO – È un film pieno di citazioni, sul piano registico: Inarritu di “Birdman”, con la mdp che segue il protagonista riprendedolo alle spalle e sottolineando momenti di tensione del racconto, ma anche Inarritu di “Biutiful” perché Gotham City ricorda la Barcellona del regista messicano. È un film pieno di citazioni sul piano narrativo: la scena del soffocamento della madre col cuscino ricorda molto il soffocamento del protagonista di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”; Joker nella sua rivolta contro le istituzioni ricorda il Travis di “Taxi Driver”. Il regista però inserisce queste citazioni nel contesto della sua narrazione originalissima. Da notare come il personaggio di De Niro da “Taxi Driver” a ”Joker” compia la sua nemesi: in Scorsese è un pazzo emarginato che assurge agli onori della cronaca, ma non riscatta se stesso perso com’è nella sua psicosi, in Phillips è un uomo di successo freddato in diretta televisiva da un pazzo emarginato. E secondo me la scena dell’omicidio di De Niro è la scena chiave del film. Il perché lo spiegherò più avanti.

-“Joker” è una pura operazione commerciale: FALSO – Non è una affermazione del tutto inesatta. Se penso che al Lido (io ero lì) non si vedeva altro che locandine del film appese dappertutto, mi viene il sospetto che fosse già tutto deciso riguardo al premio del Leone d’oro. E comunque gli interessi commerciali sono i benvenuti quando si producono opere di questo genere.

Passo ora alle affermazioni più vere:

– “Joker” è un film con un storia logica: VERO – Nonostante il joker, il jolly, sia nell’immaginario collettivo una sorta di scheggia impazzita con varianti demoniache, il regista, pur mantenendo sempre un ritmo altissimo, si mantiene ben saldo sulla carreggiata e apre nello stesso tempo molteplici orizzonti, al punto che ogni spettatore si sente trasportato in un suo viaggio personalissimo ed entusiasmante.

– “Joker” è un film sulla malattia mentale e su come viene ignorata negli USA di Trump: VERO – Un’amica psicologa che ha lavorato per due anni a NYC mi ha raccontato come, con l’elezione di Trump, siano stati tagliati tutti i fondi ai centri di salute mentale. La notte dell’elezione di Trump tutti i medici del suo ospedale piangevano perché sapevano di perdere il posto di lavoro e di non poter più aiutare persone indigenti con gravi disturbi mentali: Joker vive inizialmente questa situazione sulla sua pelle e la sua reazione è chiedere “adesso chi mi darà le medicine?”. Quando poi, nel finale, si ritroverà nell’ospedale del carcere a colloquio con la algida dottoressa, ha già maturato la sua personale soluzione/rivoluzione, e la uccide. Ma questa cosa il regista, intelligentemente, non la fa vedere allo spettatore: la scena finale è infatti pervasa dal colore bianco asettico e apparentemente rassicurante, ma le orme dei piedi di Joker nel corridoio sono tracce di sangue.

Credo inoltre di poter dire che “Joker” sia un film sulla malattia mentale e sulla sua deriva. Anche questa volta mi soccorre l’intuizione dell’amica psicologa: sembrerebbe infatti una incongruenza narrativa il fatto che entrambi gli orologi, quello dello studio dell’assistente sociale all’inizio del film e quello della dottoressa alla fine segnino la stessa ora, le 11 e qualcosa. Come se nulla fosse accaduto nella realtà, ma soltanto nella testa del protagonista. Ma non è così, perché Joker ha attraversato la propria storia, tutto ciò che ha fatto lo ha fatto anche a causa dell’assenza di un adeguato supporto psichiatrico, ha infatti iniziato la sua escalation di omicidi quando non ha più potuto avere le medicine. E vengo al mistero dell’orologio: perché segna sempre le 11 e qualcosa? Perché chi ha un disturbo mentale e ha fiducia nel suo psichiatra sa che quell’ora e quel giorno della settimana sono dedicati a lui e all’incontro con chi lo sta aiutando.

– “Joker” è un film che racconta la società americana di oggi – VERO – Il regista ce lo dice con la sua arma personale, la mdp, dirigendo il protagonista nelle varie scene sulla ripida e lunghissima scalinata. La salita è faticosa, quasi impossibile, e non porta a un’ascesa sociale (il protagonista deve fare tutti quei gradini per tornare nel suo squallido stabile); la discesa è leggera, gioiosa, ma porta agli inferi, alla distruzione. Ci si può solo fermare a metà e danzare per un po’, stando fuori dal mondo e esercitando la propria arte di clown, ma scendere giù è inesorabile, la mdp si ferma a metà della gradinata e riprende Arthur che ancora gioioso scende giù e si allontana andando verso il suo destino di distruzione e autodistruzione. E questo è il  fotogramma simbolico della società americana di oggi che il film ci restituisce.

Il secondo fotogramma, in realtà una scena intera, è ancora più potente, e ci parla della rabbia sociale, di come la tv possa creare falsi eroi e di come invece il cinema sia in grado di aprire orizzonti di senso più ampi e complessi. Dico che la scena chiave è quella dell’omicidio di Murray/De Niro. Qui è condensato tutto il senso del film. La rabbia per la malattia mentale ignorata dalla società (“voi pensate che ce ne staremo come agnellini e che non ci trasformeremo in lupi mannari” – afferma Arthur), che diventa la rabbia dell’intera società: dopo l’omicidio in diretta televisiva, Gotham City è messa a ferro e fuoco da tutti gli abitanti che scendono in strada, tutti mascherati da joker. E poco importa se Joker è un pazzo omicida, quello che scatta è il meccanismo di identificazione.

Una via di salvezza, o almeno una proposta di riflessione, la dà il cinema. Reinventandosi con “Joker”un nuovo linguaggio che sa parlare alle nuove generazioni, che vivono in una continua alternanza di on line e off line, portando in scena un attore che è già un divo e che sa parlare soprattutto con il corpo in un mondo tutto digitale.

Forse “Joker” non diventerà un film cult, forse Todd Phillips è solo un campione di abilità visionaria già vista nel suo primo film di grande successo, “Una notte da leoni”… Quel film ebbe vari sequel e, visto che non c’è il due senza il tre, io tifo per il futuro terzo successo di questo regista, una gran bella novità del cinema americano.