JOKER | Smarriti? Chiediamo un aiuto

una recensione a cura di Ezio Genitoni

Travolti dal successo di pubblico, dai prestigiosi premi assegnati, dal forte impatto delle immagini iconiche e, contemporaneamente, dalle numerose critiche, davanti a Joker ci si sente un po’ smarriti.

È la narrazione e rivisitazione delle origini del famoso personaggio DC. Il futuro Joker è una persona psichicamente instabile che sogna di essere un comico di successo. Affetto da una patologia che gli procura inconsulti accessi di riso, la vita, ironia della sorte, non gli sorride, relegandolo ad un ruolo di escluso ed incompreso.

Il film evento di Todd Phillips vuole incontrare i gusti dello spettatore che cerca l’evasione e, al contempo, non deludere quello più cinefilo. Al di là dell’indiscutibile prestazione attoriale di Joaquin Phoenix nei panni del protagonista Arthur Fleck, è lecito domandarsi di che tipo di visione si tratti.

Quasi contemporaneamente all’uscita nelle sale di Joker, nasce una discussione sulle dichiarazioni di Martin Scorsese sui film della Marvel. E’ chiaro: nulla a che vedere con il lavoro di Phillips, che è di tutt’altro spessore, ma l’occasione è troppo ghiotta e leggendo Scorsese sulle pagine del New York Times è possibile trarre spunto (e che spunto!) per alcune riflessioni.

Scorsese, che in quelle righe condensa molti concetti fondamentali, parla di un cinema che innanzitutto è, o dovrebbe essere, “rivelazione estetica ed emotiva” ed “incentrato sui personaggi” e sulla loro complessità. Cita poi film che un tempo erano attesi con impazienza dal pubblico (come Hitchcock): “era un’esperienza incredibile: un evento creato dalla chimica tra il pubblico e il film stesso”.

Come si pone Joker di fronte a ciò? Senz’altro è un film dalla visione appagante. Un’esperienza di grande qualità estetica che non cede al linguaggio della facile retorica, priva di risvolti ingenui o irrisolti. In una forma lontana dai riferimenti alle graphic novel e ai linguaggi utilizzati nei precedenti film sull’argomento. Una forma più classica che proprio per questo appare come decisamente innovativa.

Quasi ogni sequenza è carica di pathos, a partire da quella iniziale dell’inseguimento dei teppisti, passando per quella di svolta all’interno della metropolitana di Gotham City, per arrivare a quella culminante dell’intervista nello studio televisivo di Murray Franklin.

L’escalation che accompagna il percorso di Arthur Fleck nel corso della sua trasformazione tiene lo spettatore sulla corda, creando in ogni momento aspettative: i colloqui con l’assistente sociale, il rapporto con la madre, l’incontro con il piccolo Bruce Wayne, futuro Batman.

Gotham City, inevitabilmente, è messa a confronto con tutta la pregressa cinematografia Batman-like: nessun tratto di derivazione “comics”. È una metropoli vera. Una “New York” un po’ sudicia, tenebrosa ed estremamente evocativa. Una città reale per un personaggio reale.

Gotham City

Il film, coerentemente con il titolo, è tutto in funzione del personaggio. Phoenix interpreta l’evoluzione di Arthur senza risparmiarsi, utilizzando la corporeità e la gestualità: danze in solitudine, contorsioni, mimica, in ultima analisi del tutto adatte a un clown.

Il personaggio possiede già un profilo nell’immaginario collettivo e, soprattutto, una parte della sua storia va rispettata. Nonostante ciò,  la sua natura “contraddittoria” emerge ugualmente, sfruttando ambiente e persone che intorno a lui esercitano una forte e incontrollabile influenza: vedi l’incontro con la bimba sul bus, il rapporto con i compagni di lavoro, la ricerca sulla sua infanzia.

Arthur Fleck

 

 

 

 

 

 

 

 

Fin qui sono rispettati i condivisibili principi di un regista erede della New Hollywood: la pressione estetica ed emotiva si avverte eccome, ma ancor di più Joker si colloca come esperienza collettiva di visione. Un Evento atteso e poi sostenuto dal pubblico, che, come un tempo, dà il suo  massimo in una sala cinematografica. Un ritorno al passato. Gli spettatori che si ritrovano immersi in situazioni di disagio che sentono pertinenti al proprio tempo e che li riguardano: instabilità mentale (impersonata dal Joker stesso), insicurezza sociale, degrado ambientale, dominazione dei media (in questo caso della TV). Si crea un efficace legame spettatore-film.

Joker “in sala”

Riprendendo Scorsese, il grande regista definisce come riuscito un cinema che affronta “l’inaspettato sullo schermo e nella vita che drammatizza e interpreta, ampliando il senso di ciò che è possibile fare a livello artistico, visioni che, accettando il rischio restano affascinanti anche ‘sessant’anni dopo’. So che vedrò qualcosa di ‘nuovo’ perché quando guardo un film di un cineasta che è un autore so che si tratta di un’opera che esprime una sua ‘visione unificante’, conclude Scorsese.

Seguendo il medesimo paradigma, cosa raccontano Joker ed il suo autore? Considerando il lato autoriale, ancor più rilevante in un’era dove chiunque può cimentarsi, Todd Phillips non pare narrare nulla di veramente nuovo.

Joker non è un film sulla pazzia, non è politico e neppure sulla violenza o sull’indigenza poiché nulla di tutto ciò possiede un risvolto inedito.

Le citate aspettative create nello spettatore sfociano in considerazioni significative, ma mai veramente imprevedibili. Nonostante zeppo di segni cinematografici cari agli spettatori più attenti (a partire dalle citazioni di Tempi Moderni o di Zorro: The Gay Blade fino ad alcuni riferimenti allo stesso Scorsese), è assente la componente del rischio.

La novità o il rischio, se così può essere considerato, è non tanto nella visione dell’autore non sufficientemente innovativa e priva di elementi caratterizzanti, ma confinata nel tentativo, peraltro riuscito, di creare un prodotto nuovo nella forma.

Sempre usando come paradigma la lucida visione di Martin Scorsese, Joker reggerà nel tempo? Sarà fruibile tra sessant’anni?

È probabile che il film di Phillips sia candidato a diventare un cult, solo il tempo lo svelerà. Certo è che già a successive visioni ravvicinate, alcune delle soluzioni stilistiche, quali ad esempio l’utilizzo della tecnica dell’insinuazione del dubbio realtà versus fantasia, risultano isolate, meno incisive, e anche meno brillanti, apparendo scontate e legate a schemi già codificati. Perché Joker ci dice tutto subito e anche in modo diretto.

Svincolandoci dalla traccia fin qui seguita, ci chiediamo se Joker sia un film davvero imperdibile. Lo è. Perché si pone come punto d’incontro e motivo di indagine su quali siano i confini della natura artistica del cinema dopo i primi vent’anni del XXI secolo.

Non maturo, Joker, infatti, potrebbe rivelarsi un candidato per essere uno dei punti di partenza (ma non d’arrivo) verso l’elaborazione di nuovi modelli per il cinema d’autore, diversi da quelli attualmente riconosciuti, che affondano le loro radici nelle rivoluzioni del secolo scorso.

Con l’aiuto di uno degli esponenti di primo piano del cinema degli ultimi decenni (che, non a caso ha in qualche modo contribuito al progetto di Joker) è stato più semplice giungere alla decodifica del film di Phillips, azzerando disorientamento e smarrimento iniziali.

Anche a detta dello stesso regista, intervistato poco prima di ricevere l’ambìto Leone d’Oro a Venezia, illuminante è stata l’intuizione di coinvolgere nella realizzazione della colonna musicale la compositrice e violoncellista islandese Hildur Guðnadóttir​. Infatti, è lei a creare magistralmente quel senso di smarrimento che si insinua a poco a poco nello spettatore, in questo caso nel senso squisitamente filmico e drammatico. Fortunatamente non azzerabile.

Hildur Guðnadóttir