JOKER | That’s Life, That’s Cinema

una recensione a cura di Alessandro Cellamare

Titoli di coda e ci risiamo.

Volto lo sguardo. A sinistra, in un angolo della sala, una mandria di spettatori urla al capolavoro perché Joker rappresenta la rivincita e la rivolta dei reietti ed emarginati, il rischio di uno Stato fintamente democratico, quello americano ovviamente. Toh, guarda chi c’è tra di loro: Michael Moore con un cartellone. Ciao, Michael! Mi piacciono i tuoi film.

Ma il fragore a destra è più forte, mi giro e ce ne sono altri che strepitano entusiasti perché Joker racconta il degrado di una cultura che non dispensa le corrette cure psichiatriche ai disagiati mentali. Ce n’è anche uno che ride fuori tempo. In bocca al lupo, man.

Meno forte ma più insistente lo stridore, quasi squittire, alle spalle, quello dei mocciosi, dei nerd dei comics, alcuni paffuti, altri alti e magri con un po’ di gobbetta, brufoli distribuiti a caso, zainetti del Poli sulle spalle. Sono quelli degli Avengers e degli X-Men, ancora zuppi di rabbia per i genitori, gasati come bottigliette di Coca Cola. “Capolavoro”, dicono. Come gli Avengers. Come gli X-Men.

Ah, ma c’è anche qualche oppositore! Uh, guardali là, tutti indispettiti, impettiti, irritati perché il vergognoso film di Todd Phillips lascia empatizzare lo spettatore e giustifica le azioni malvagie del Joker, l’incarnazione del Male. Che hanno sotto il braccio? Il Secolo XIX, arrotolato come un manganello. A chi l’Abissinia? A noi!

Lascio la sala.
Durante la proiezione in due, forse tre momenti ho quasi pianto per l’impatto estetico e narrativo. Ripenso agli spettatori lasciati indietro e una domanda mi attraversa la testa come una punta di trapano: c’è ancora qualcuno che si siede in sala, al buio, a vedere IL film? Senza pensare al messaggio, senza riversarvi la propria rabbia, cercare conferme dei propri pensieri, della propria cultura, senza pensare alla propria posizione politica, morale, umana, ma solo facendosi invadere da un corpo estraneo e lasciandosi manovrare come un burattino dalla magia del cinema?

Cosa sia accaduto a Todd Phillips dai tempi del (solo) grazioso Una notte da leoni credo non lo sapremo mai. Forse come Robert Johnson, a un incrocio, ha incontrato Lui (il Male del Secolo XIX) e ha venduto l’anima per un solo film. Chissà, ma poco importa. Quel che importa è ciò che ormai è indelebile nella storia del Cinema, un solco profondo di cui si parlerà ancora tra venti, trent’anni come una delle massime espressioni del cinema su un un “deragliato” e villain. Al pari del Jack Nicholson di Shining e del De Niro di Taxi Driver, Joaquin Phoenix lavora sul personaggio in modo maniacale, ne disegna smorfie inusuali, risate, contorsioni corporee, sguardi cupi. Ma al pari di Shining e Taxi Driver, Joker non è uno dei tanti film su un attore e le sue performance, dove il comparto al contorno resta solo di supporto e svela le debolezze dell’opera a un occhio più clinico. Joker è incredibilmente impeccabile in ogni sua inquadratura, scelta di stile, in scrittura, luci, ombre, colori, colonna sonora, persino a tratti occultando la straordinaria interpretazione di Phoenix, senza mai essere ruffiano, senza sbattere in primo piano il personaggio dei comics quanto prima per soddisfare il palato narcotizzato dei nerd, al contrario indugiando sul malessere e sul malsano per l’intera proiezione, lasciando comparire il fumetto, perfino solo abbozzato, unicamente in un meraviglioso finale.
E Joker non è neanche maniera, non è soltanto frutto di ispirazione ma qualcosa di nuovo.
Rispetto ai riferimenti spezza l’eccellente struttura narrativa classica di un Taxi Driver, che procede sinfonicamente per accumulo e variazioni scrivendosi in un linguaggio canonico, comprensibile e appetibile per chiunque. Se Taxi Driver è un sobrio e impeccabile componimento di Beethoven, Joker è l’audacia di Liszt, procede per sequenze inattese, il dolore non scoppia quando ce lo si aspetta, la sceneggiatura appare convulsa, dissociata, non lineare, pennellate ispirate da un’irrazionalità solo apparentemente confusa – invero governata metodicamente e astutamente – piuttosto che da un progetto logico e positivista di impostazione classica.

Prove dell’enormità della pellicola di Phillips sono disseminate ovunque: sono nel gioco innocente ma incompreso di Arthur con il bambino nel bus, di fronte a una madre indispettita, mentre non riesce a smettere di ridere e consegna un bigliettino per spiegare, non capito; mentre ride a uno spettacolo comico in un locale, al buio, sotto una fioca luce che illumina la platea, in controcampo al palco, e d’improvviso non ride, ma poi lo fa, però fuori tempo; sono nel pestaggio nella metro, finanche nella sola inquadratura in cui Arthur cade a terra sotto i colpi dei vigliacchi, perfetta maschera colorata-uomo/non più uomo; sono nella lenta e leggera danza di Arthur, solitaria in camera, contorta, non eccessiva, sobriamente insana; sono nella violenta sequenza dell’uccisione del collega, perfetta in ogni angolo visuale, violenta, secca, dal montaggio chirurgico, senza indugio in efferatezze tipiche di molti horror;  sono nella sua danza sulle scale, prima di entrare in scena nel programma di Murray Franklin, incerto, impacciato, poi più sicuro, come di chi prende confidenza con ciò che sta diventando, ma non abbastanza; sono forse persino nel poco spettacolare dialogo/monologo in studio, segno della sua fragilità, umanità ferita, di una sua ancora indefinita identità, dell’incertezza sulle imminenti azioni; sono nell’esecuzione del presentatore, sequenza di cui ogni fotogramma è memorabile vignetta d’autore; sono nel finale, a piedi nudi, orme di sangue, mentre attraversa il corridoio e poi viene inseguito, immerso in un bianco accecante; sono nella scelta di That’s Life di Frank Sinatra a far da contrasto al dolore, geniale inserto sui titoli di coda.

Ma c’è chi in sala pensa alle lotte politiche, morali, sociali, ai messaggi e ai sottotesti.

E io non riesco a non ridere.
Fuori tempo.