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Killers of the Flower Moon | La nascita di una nazione

Titolo originale: Killers of the Flower Moon
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2023
Produzione: Stati Uniti d’America

una recensione a cura di Elena Pacca

L’aver visto due film “monstre” una sera dopo l’altra è stata una pura coincidenza di calendario che ha messo a impegnativa prova posturale ma, soprattutto, a confronto due registi – un 38enne e un quasi 81enne – che raccontano, pur nel diversissimo scenario narrato, uno spaccato emblematico dell’America degli anni ‘20 del secolo scorso. Babylon 189’ e Killers of the Flower Moon 206’ si passano pochi minuti l’uno dall’altro, sono un affresco mastodontico di un epoca: ipercinetico, famelico e furente il primo, lentissimo, avido e feroce il secondo. Viva Damien Chazelle! Viva Martin Scorsese! E Viva un cinema che riproducendo sé stesso si autoalimenta continuamente, una partenogenesi creativa che genera un immaginario infinito personale e collettivo, reale o inventato che sia.
Al pari di un grande scrittore, David Foster Wallace che ha saputo definire i contorni strappati, fragili, ambigui e corrotti di una nazione quale gli Stati Uniti, pur amandola visceralmente e nutrendo quasi un senso di colpa per essa, per non essere come la si vorrebbe, Scorsese ama l’America ma non può fare a meno, proprio in forza di quanto la ami di sottolinearne le storture, il male ricorrente, le parti terribili e oscure e di far luce su di esse, attraverso le storie degli uomini che le hanno attraversate

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Killers of the Flower Moon esprime una violenza cruda perché perpetrata nella normalità e nella normalizzazione di un atto criminale funzionale al predominio e, in un certo qual modo, a una sorta di rivalsa sociale, a detta dei bianchi vilipesa da quelle immeritate fortune economiche che erano scaturite grazie ai giacimenti petroliferi scoperti sui territori in cui erano stati confinati gli indiani della tribù Osage, in Oklahoma. Un doppio controcampo sociale che ribalta in primo luogo i rapporti di prospettiva fra chi è ricco e chi è pezzente, tra chi è depositario di ingenti fortune e chi è costretto a elemosinare un matrimonio per poter godere di quella dote di ricchezza e dunque tentare di risalire la scala sociale, mettendo le cose al giusto posto: i bianchi dominanti e gli indiani succubi. E poi tra i generi perché sono le donne indiane che principalmente detengono il potere economico diventando così ambite prede con cui convolare a nozze, per gli uomini bianchi disposti a tutto.
Una violenza tanto più feroce quanto più, dopo aver compreso il meccanismo che la sottende, la vediamo connaturata, congenita, tratto somatico di una generazione brutale e priva di scrupoli dove neanche le donne e i bambini sono preservati dalla bramosia di avidità che non arretra e sparge sangue con deliberata facilità e assenza di rimorso perché i soldi sono ciò che si ama di più.

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L’odore del sangue è un imprinting che segna e consegna un’America dolente, che ha travolto uomini e cose, sacrificando territori e vite in un’inarrestabile corsa al primato costi quel che costi. Ogni luogo è stato frontiera, terra di conquista e di soprusi. Di vittime e carnefici. Una neonata agenzia investigativa nazionale, che darà poi vita all’F.B.I. di Edgar J. Hoover sarà l’artefice dell’indagine che metterà fine alla mattanza – prevalentemente femminile – di una popolazione destinata a perdere i privilegi avuti in sorte e a chiudersi sempre di più in una sorta di gabbia geografica. Individuati i colpevoli, avranno pene non proprio adeguate e sconti che le renderanno meno severe del dovuto, relegando quella storia a un oblio inghiottito da una Storia più grande, in cui gli Stati Uniti, saranno occupati da guerre di altra ampiezza e fuori dal territorio nazionale.

Scorsese sceglie il ritmo di un andamento lento senza forzature temporali, ci dà il tempo di conoscere i personaggi artefici della storia concentrandoli in un microcosmo quasi asfittico che fa a meno dell’immaginario collettivo di una natura in cui predomina la vastità e gli orizzonti a perdita d’occhio. Tutto si svolge a tiro di sguardo. L’altrove è veramente altrove, lontano da lì e per molto tempo l’impunità è garantita da quella distanza che elude le colpe, le responsabilità e la ricerca della verità. Un massacro silenzioso quasi alla luce del sole. Un sole nerissimo macchiato da quel distillato d’oro nero sotterraneo che da risorsa di ricchezza diventa una velenosa faglia che instilla odio in superficie.

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William Hale/Robert De Niro e Ernest Burkhart/Leonardo Di Caprio, zio e nipote sono due facce dello stesso male. Scaltro, dominatore, manipolatore il primo, ambiguo, debole e combattuto il secondo. Un gioco di ruoli (tenacemente rivendicato quello di Di Caprio a cui inizialmente era stato assegnato quello meno impattante di Tom White, agente della futura F.B.I. interpretato da Jesse Plemons) che vede rivaleggiare i due attori feticcio di Scorsese, in una sfida che è un match punto a punto come un lunghissimo tie break. A vincere è forse Mollie Kyle/Lily Gladstone, l’indiana andata in sposa a Ernest, imperscrutabile viso da Monna Lisa capace di trattenere un carico pesantissimo restituendo un’impassibilità dolente, risoluta e suo malgrado confidente verso colui che crede possa davvero amarla, accudirla, proteggerla. Lei sostiene lo sguardo fino a incenerire l’occhio di chiunque, in una sfida passiva che aggredisce lo spettatore con un assalto di impotenza, una resa inconsapevole a un destino purtroppo già scritto col sangue di chi ha già lasciato quella terra che prometteva prosperità e riscatto.

Un plauso dovuto a Robbie Robertson, autore di una colonna sonora che è presenza scenica protagonista e non supporto extra filmico. Un respiro costante e un cuore pulsante che sottolinea e amplifica lo scorrere del tempo cinematografico e narrativo e non ci molla mai, controcanto di una storia che sembra il lungo racconto di una saga lontana, raccolti attorno al fuoco. 

E un finale che sovverte, rifugge il didascalico e ci regala Scorsese, la radio, e un’inquadratura dall’alto di struggente potenza, un monito a sentirci sempre tutti coinvolti, anche quando ci crediamo assolti. Shame on us.

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