LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS | The Ballad of Buster Scruggs

una recensione a cura di Maria Vayola

Ho visto il film su Netflix, all’inizio sono rimasta spiazzata, il primo episodio non ti lascia prevedere quale sarà l’intento del film, se non introducendo quell’ironia nera che lo pervade tutto, ma che è solo uno dei suoi aspetti: la fine dello stesso episodio a me ha ricordato certe surrealistiche invenzioni di Terry Gilliam.

Sembrerebbe che i fratelli Coen abbiano messo in una scatola, rappresentata nell’immagine cinematografica dal libro – espediente riuscito per sottolineare la frammentata costruzione del film –  tutti i topoi del western e che, di volta in volta, ne abbiano tirato fuori uno per costruire una carrellata di personaggi e situazioni così tanto raccontate in film passati alla storia a firma di Mann, Pollack, Peckinpah, Leone, ecc., ma dandone una loro visione personale.

L’America, nella sua corsa alla frontiera non era luogo di opportunità, di manifestazione di coraggio, di eguaglianza, ma un coacervo di odio, razzismo, caos, ingiustizia, ipocrisia, falsità, manipolazione, sfruttamento e di violenza, anche estrema, feroce e gratuita.

E credo che proprio questo sia il fulcro del film, la violenza dell’uomo sull’uomo e sulla natura, una manifestazione umana che, pilotata dagli interessi dei vari potenti di turno, diventava gestione normale della quotidianità, esercitata tout court, in modo caotico e che è la vera costante della nascita del “Grande Paese” e del sogno americano.

Credo anche che se il film è uscito adesso non sia un caso, quello di cui ci parlano i Coen è ancora l’America di oggi; il mito e la leggenda, che ci hanno fatto vedere al cinema e che ancora oggi supporta la narrazione della crescita di una nazione, era un bluff.

La ballata di Buster Scruggs è un film che ironizza, dissacra, smonta i miti fondanti degli USA applicando gli stessi stereotipi usati per costruirli, riproponendoceli quasi uguali, ma in una visione diversa in cui è la crudele verità storica che viene fuori: un’umanità misera, crudele, ridotta a fenomeno da baraccone, truffata, incattivita, lanciata allo sbaraglio, vittima e carnefice al tempo stesso.

Varie sono le scene che colpiscono, una su tutte: il paesaggio meraviglioso che si apre agli occhi del cercatore d’oro, della cui bellezza egli non dà segno di accorgersi, lo scruta solo per quello che forse può procurargli, l’oro; quando se ne va, vivo o morto che sia, la terra presenterà le tracce del suo passaggio.

In realtà si tratta di un film sulla morte, quella singola degli uomini, quella generale di un sogno e del mito che su di esso è stato costruito. L’ultimo episodio, emblematico quanto surreale, chiude la porta tombale sulla narrazione epica dell’America, sui personaggi che l’hanno animata e forse anche su di un genere cinematografico che ha esaurito tutto quello che c’era da dire tra leggenda e verità.

Si inizia a guardarlo con curiosità, sorretti dalla stima che si ha per i due registi; andando avanti la quasi vis comica che sembra delinearsi all’inizio si tramuta in sconcerto, l’ironia si compenetra sempre di più con la tragicità e alla fine la suddetta stima nei fratelli Coen è sicuramente aumentata.

Lasciando stare la controversa questione di quali film possano essere definiti western, questo, secondo me, non lo è, nel senso che è un film sull’America di ieri e di oggi; il genere ha esaurito la sua narrazione, rimane la storia, personale e collettiva, di un popolo che vive ancora la contraddizione basilare tra libertà e giustizia, tra individualità e democrazia, tra accettazione e rifiuto dell’altro.

Le cifra stilistica del film è una narrazione scarna, ironica, dissacrante e surreale, in bilico tra realismo e simbolismo.

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