LA DONNA ALLA FINESTRA | Il film della settimana

una recensione a cura di Umberto Mosca

“La curiosità è indice di un modello depressivo ridimensionato”

Dal film al libro e ritorno. Una bella sfida, quest’ultimo lavoro del regista inglese di opere importanti come Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione, Anna Karenina e L’ora più buia. Cineasta dal grande talento visivo, che ama lo stile d’altri tempi e gira come nella Hollywood classica: costruzione geometrica delle inquadrature, movimenti di macchina secchi ed essenziali, l’impatto stilizzante delle forme cromatiche, scenografie da studio che non nascondono la matrice teatrale della messa in scena. Costruito sul romanzo omonimo di grande successo di A. J. Finn – in cui spicca la passione della protagonista per le pellicole in bianco e nero -, La donna alla finestra si candida sin dall’inizio a venire percepito come un film sul cinema. Il fatto è che i più si aspettano una riflessione modello Rear Window sull’essenza scopofila e voyeuristica del cinema (la lettura critica forse prevalente a proposito del capolavoro di Hitchcock), quando invece l’opera di Joe Wright parla dei film che trasformano il mondo perché, facendo ampio uso di sogni e allucinazioni, permettono di costruire la realtà in modo aumentato. Un’opera senza musica che parla di come la disperazione e il male di vivere siano una componente necessaria per articolare uno sguardo che costruisca significati diversi e invisibili alla maggioranza.

Un film che molti non apprezzano perché si aspettano una cosa e si perdono il resto, che si diverte a rovesciare le certezze dello spettatore, che esalta le virtù dell’ascolto.

Un film che si chiude costruendo filologicamente l’ultima scena come il finale di Marnie: grazie a Netflix – distributore del film – per raccontarci che la storia del cinema è soprattutto nella storia della sensibilità del suo spettatore. Perché se è The Woman in the Window (e non “at the window”), allora è il personaggio che ci deve interessare, e non solo quello che ha visto.

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