LA FIERA DELLE ILLUSIONI | Illusionisti e illusi

Titolo originale: Nightmare Alley

Regia: Guillermo del Toro

Anno: 2021

Produzione: Stati Uniti d’America, Messico

una recensione a cura di Donatella Ramondetti

Guillermo del Toro con il film La fiera delle illusioni conduce per mano lo spettatore in un universo narrativo e filmico il cui immaginario rimanda al significato oscuro del perdersi, dell’allontanarsi nostro malgrado dalla realtà, verso un mondo che provoca turbamento, incute apprensione e timore, se non vero e proprio terrore.

Il regista anticipa questi temi facendo iniziare il film con un incendio all’interno di una casa, appiccato dallo stesso protagonista Stan, interpretato da Bradley Cooper, la cui manifesta intenzione è di voler occultare un corpo. Le fiamme che vediamo e che ci vengono ripresentate durante il corso del film, in quanto ricordi o incubi di Stan, sembrano innaturalmente provenire dal basso, dalle viscere della terra, da un inferno che incombe su questo mondo.

A partire da queste immagini lo spettatore è condotto in un universo parallelo, un mondo che conosce, ma che presenta delle anomalie, delle dissonanze. È il mondo delle fiere di fine anni 30, abitato da donne elettriche, nani, uomini forzuti, uomini bestia e illusionisti. Un mondo in cui Stan, che scappa dal suo passato, cerca di trovare una sua dimensione, prima iniziando come imbonitore in uno spettacolo di illusionismo, per finire con il diventare un capace illusionista lui stesso.

In questo contesto narrativo, ecco che il perturbante cola sullo spettatore a partire dalle numerose immagini che, pur nella plausibilità del loro essere reali e contestualizzate, emergono sullo schermo con tutto il loro potere di generare inquietudine, di far presagire la loro, più o meno celata, disumanità: l’uomo bestia che spezza il collo di una gallina a morsi; i grandi occhi che, nel baraccone degli specchi, si moltiplicano come vesciche piene di pus; la bocca di una creatura meccanica e mostruosa che si apre per far passare e inghiottire Stan che è alla ricerca del fuggitivo uomo bestia.

E poi ci sono i barattoli di vetro, collezionati dal direttore della fiera, che contengono feti umani sotto alcol, fra i quali detiene un posto d’onore Enoch, il feto che ha ucciso sua madre mentre era nel suo stesso ventre, dotato di un impressionante terzo occhio in mezzo alla fronte.

Lo spettatore, pur riconoscendo la mostruosità di un tale mondo, non può non avvertire, insieme all’inquietudine di qualcosa che percepisce come estraneo, la sensazione di una familiarità latente.

Il richiamo alle teorie psicoanalitiche all’interno del film è evidente e calzante proprio quando il concetto di perturbante emerge dal tessuto filmico, mentre si perde nei riferimenti teorici, lasciati volutamente in superficie: il rapporto di Stan con il padre e con le sostitutive figure maschili, così come la seduta e il rapporto con l’affascinante e ambigua psicoterapeuta, interpretata da Cate Blanchett.

Il film volutamente stimola nello spettatore la paura di un qualcosa che, se ascoltiamo appunto il pensiero psicoanalitico, possiamo aver rimosso e che può riemergere in qualsiasi momento proprio grazie ad una immagine, ad una leggera distorsione dalla realtà, ad una illusione appunto. Una sensazione di indefinita angoscia che può affiorare a livello individuale, ma anche collettivo.

Non per nulla fanno da eco alla vicenda di Stan, che prosegue il suo percorso di illusionista abile e senza scrupoli, le notizie dell’ascesa di Hitler, delle leggi razziali, della guerra.

Il rimando al più grande illusionista e mistificatore di tutti i tempi ci ricorda che siamo sempre a rischio di precipitare nella “fiera delle illusioni”, di credere giusto e tollerabile ciò che umanamente non lo è. La colpa è di aver dotato di plausibilità una realtà distorta, grazie ad un meccanismo da “illusionista” che agisce sulla mente degli illusi, così come su quella dell’illusionista stesso. Vittime e creatori di una illusione a cui cediamo forza e potere, proprio nel momento in cui la crediamo reale.

Di fronte al brivido di queste constatazioni emerge ancora una domanda: come agisce in questo contesto la grande illusione esercitata dal mezzo cinematografico? La sua grande potenzialità di far vibrare le nostre corde più intime, di aprire squarci di verità dissonanti,
di potenziare l’illusione, svelandone allo stesso tempo il meccanismo che ne sta alla base, forse fa sì che lo spettatore abbia la possibilità di far cadere il velo davanti ai suoi occhi. È sufficiente sfruttare l’occasione che danno i buoni film come questo.

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