LA FIERA DELLE ILLUSIONI | Mostri da Luna Park

Titolo originale: Nightmare Alley

Regia: Guillermo del Toro

Anno: 2021

Produzione: Stati Uniti d’America, Messico

una recensione a cura di Liliana Giustetto

Guillermo del Toro affronta un noir utilizzando strumenti azzeccati in un film cupo, pervaso di fumo e nebbia, pioggia e neve.

Nel 1939, Stanton “Stan” Carlisle/Bradley Cooper, un disperato girovago, tormentato dagli incubi del suo passato, trova lavoro occasionale presso un Luna Park itinerante. Qui, grazie alla sua intelligenza, riesce ad inserirsi tra i giostrai, cercando di imparare tutti i trucchi che riesce a carpire ad un mentalista di passato successo, individuando un metodo per cambiare le sue sorti.
Quando si sente pronto, abbandona il luna park insieme a Molly/Rooney Mara, di cui si è innamorato.

In una Buffalo opulenta, all’inizio della seconda guerra mondiale, i due hanno molto successo con i numeri di mentalismo, truccati, che abbindolano ingenui spettatori.
Tra loro una psicologa, Lilith Ritter/Cate Blanchett, capisce le potenzialità di lui e lo trascina in una truffa ai danni di alcuni ricchissimi e disperati clienti.

Di del Toro si individua la fotografia predominata dal colore verde, nella prima parte, come ne La forma dell’acqua, non solo per ricreare un’ambientazione datata, ma anche per aumentare la sensazione di “appiccicoso e sporco” che ci pervade in molte scene.
Nella gabbia dell’uomo-bestia ritroviamo quasi il Gollum de Il signore degli anelli e non è certo l’unico mostro che incontreremo.
Anche quando l’azione si sposta negli USA “bene” degli anni ‘40, con le luci calde e dorate dell’opulenza, tutto lo sfarzo sembra “in prestito”.

L’accuratezza posta per i costumi della psicologa dei milionari, i capelli perfetti, il trucco da femme fatale, la manicure originale dell’epoca, volutamente, non mascherano una personalità instabile, traditrice, meschina.
L’incombente ruota del Luna Park sembra significare il ricorrere degli eventi come un destino che non abbandona mai i protagonisti, i quali risalgono dal fango per poi ripiombare nelle paludi della disperazione, indipendentemente dal denaro o dalla fortuna, ma come condizione mentale.

La drammatizzazione è esasperata, rispetto al romanzo ispiratore di William Lindsay Gresham, e punta i riflettori su figure femminili che sono amiche, amanti, complici e figure maschili perdenti, paterne, ingannabili.
Bradley Cooper, che, a parere mio, non brilla per simpatia, riesce a non ispirare un minimo di compassione in alcuna scena.
La narrazione lascia una sensazione di disagio verso la condizione umana, ricordandoci le aberrazioni dell’animo, del destino, delle nostre scelte.

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