LA FINESTRA SUL CORTILE | Rear Window

una recensione a cura di Liliana Giustetto

Considerato uno dei capolavori della storia del cinema, nel 1997 il film è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito al quarantunesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi, mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è sceso al quarantottesimo posto.

[Wikipedia]

La finestra sul cortile si presta a così tante interpretazioni (il mito della caverna di Platone, il teatro filmato, uno schermo sul quale si proietta l’inconscio, un film e il suo regista, una favola ironica su Dio e le sue creature) da far dimenticare cosa offrisse al pubblico nel 1954.

[Krohn, da Wikipedia]

Un film dall’apparenza claustrofobica girato con un’apparente semplicità.
Quasi totalmente in soggettiva il pubblico vede tutto attraverso gli occhi del protagonista.
Tranne quando all’inizio, pochi semplici movimenti di macchina, ci fanno capire chi è il personaggio, quale mestiere fa, dove si svolge la storia, perché si trova in quella situazione.
Poi, in un secondo momento, abbiamo una ripresa oggettiva dal cortile che ci fa vedere sia la casa di fronte che la finestra da cui si osserva il tutto.
Essere negli occhi del personaggio, bloccato sulla sedia a rotelle, guardare da un’unica finestra verso le poche finestre della casa di fronte ci fa sentire in una situazione di immobilità che si trasmette fisicamente al nostro corpo.
Ci sentiamo realmente in pericolo quando gli avvenimenti della casa di fronte diventano pericolosi.
Siamo inermi di fronte al rischio corso da Grace Kelly quando si introduce nella casa del sospettato.
Soffriamo insieme alla signorina delusa dagli uomini e alla padrona del cane che viene trovato ucciso, sempre e specialmente a causa della sensazione di costrizione e immobilità che il tipo di ripresa ci sta trasmettendo.
Di tutte le tecniche utilizzate da Hitchcock, per spaventare e mettere a disagio lo spettatore, questa l’ho trovata una delle più geniali.
In altri momenti però il film si alleggerisce, quasi nei toni di una commedia dell’epoca, quando ci regala le scene di Grace Kelly splendidamente vestita da donna di classe e di un James Stewart affascinante come non mai. Sempre prodigo di battute sagaci.
Il finale giunge come un reale sollievo dalla tensione accumulata durante tutto lo svolgimento della vicenda.
Lasciando i personaggi a risolvere i loro problemi personali, per nulla semplici.

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