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LE OTTO MONTAGNE | Della sopravvivenza di un mondo che non è più e della ricerca di sé

Regia: Felix Van Groeningen, Charlotte Vandermeersch

Anno: 2022

Produzione: Italia, Belgio, Francia

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva
Le otto montagne img 1 beppe e chiara

Il film di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch è una storia di amicizia ambientata in un piccolo borgo della Valle d’Aosta. Ciononostante, lascia poco spazio alle vedute tipiche del cinema di montagna e ciò sia per le vicende narrate – che sono al centro di tutto – sia per la scelta del formato 4:3 che non permette di allargare troppo il campo visivo. Una scelta non casuale, che se da un lato forza a mantenere lo sguardo dello spettatore sui protagonisti della vicenda, dall’altro lato si connota come una vera e propria suggestione del punto di vista di Bruno, che fra quelle montagne rimane effettivamente confinato per l’intera vita.

Bruno (Alessandro Borghi) e Pietro (Luca Marinelli) si conoscono da ragazzini, durante una vacanza del secondo dovuta all’amore del padre (Filippo Timi) per le escursioni in montagna. In questa sezione del film – a cui è dedicata una parte non trascurabile della durata complessiva – è ben reso il clima sociale dell’epoca, caratterizzato dal tempo della scuola e del lavoro e dal periodo delle lunghe vacanze estive dei bambini e dei ragazzi, spesso trascorse in compagnia dei nonni o della madre casalinga e accudente. Il padre, invece, compariva durante i fine settimana o, comunque, in periodi di minor durata e rappresentava una figura più distante e severa.

L’amicizia fra i due è immediata e dopo l’interruzione dovuta al passaggio dalla gioventù alla prima maturità, riprenderà come se gli anni non fossero passati. Il film è, a tutti gli effetti, un confronto fra chi è rimasto a vivere sui monti (Bruno) e chi è tornato in città (Pietro) a cercare un proprio posto nel mondo. La differenza con la generazione precedente è palese, poiché entrambi i giovani cercano senso e dimensione in modo diverso da quello dei rispettivi padri: per Bruno si tratta di un ritorno alla montagna da cui il suo si era allontanato con scarso successo, mentre Pietro matura una visione della vita meno incentrata sul lavoro come dovere ma basata, invece, sulla ricerca di un significato e una realizzazione più ampi.

Le otto montagne img 2 beppe e chiara

Il ritrovarsi a distanza di anni porterà i due amici a confrontarsi, quindi, con il ruolo dei propri padri: Pietro scoprirà – dopo la morte del genitore – che questi aveva frequentato Bruno, facendo con lui lunghe camminate in montagna e aiutandolo in alcuni momenti della vita. Ripercorrendo i sentieri delle poche escursioni fatte tutti e tre insieme e le moltissime in cui c’erano solo il padre e l’amico, Pietro riuscirà a ricostruire parzialmente il rapporto con il genitore, che in vita si era interrotto.

Le otto montagne img 3 beppe e chiara

Questa sezione del film è particolarmente poetica anche se, con ogni probabilità, poco realistica e in evidente contrasto con l’intento, da parte degli autori, di smitizzare (anche) una certa idea della montagna come luogo di vita a contatto con la “natura”. Quella “natura” che Bruno non sa bene cosa sia: il montanaro – spiega – “conosce” gli alberi, il torrente, il sentiero…le cose tangibili a cui dà un nome. La “natura” in sé è un concetto per lui ignoto, è una cosa da “cittadini” che vanno a ricrearsi fra i monti, dove da tempo quasi nessuno vuole vivere. Bruno, rimastovi, incarna in qualche modo la “vecchia” montagna, quella che i “cittadini” non conoscono e che è fatta di durezze – anche caratteriali – ai limiti della sopravvivenza. Per questa scelta pagherà un prezzo alto quando le cose non andranno come sperava. Pietro, invece, per conoscersi percorrerà il mondo, trovando il proprio posto in una montagna lontana, nel Nepal.

Buona recitazione dei due attori, anche se la voce narrante di Marinelli è monocorde. Improbabile l’accento di Bruno, che più che al Patois sembra avvicinarsi al bergamasco. Ma, forse, è una questione di orecchio (dello spettatore) poco allenato.

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