L’ESTATE DI DAVIDE | FilmInTasca: ragazz* sullo schermo

Regia: Carlo Mazzacurati

Produzione: Italia

Anno: 1998

una scheda didattica e formativa a cura di Umberto Mosca

Torino, fine anni Novanta. Davide ha diciotto anni, vive con la famiglia infelice del fratello e ha appena terminato l’esame di maturità. Si reca dagli zii, che hanno una cascina nel Polesine, per trascorrere le vacanze estive. Qui si innamora di Patrizia, un’operaia del posto, e stringe amicizia con Alem, un ragazzo bosniaco che fa lo spacciatore. Quando Davide scopre che Patrizia è una tossicodipendente e ha una relazione con un piccolo industriale locale che la rifornisce di eroina, distrugge i macchinari della fabbrica con l’aiuto di Alem. Nascosta in mezzo a questi, i due amici trovano un’enorme quantità di eroina. Partono per la Puglia, intenzionati a smerciare la droga per rifarsi una vita in Grecia. Ma il ritorno a Torino è dietro l’angolo.

Il film racconta la storia di un ragazzo che si trova senza solidi punti di riferimento e senza particolari aspirazioni in un momento cruciale della sua vita, tra la fine dell’adolescenza (simboleggiata dall’esame di maturità) e l’inizio dell’indefinita stagione della giovinezza, che si vorrebbe fatta di esperienze nuove e rigeneranti. La vacanza di Davide in Polesine rappresenta infatti la speranza di chi, lasciando una condizione esistenziale insoddisfacente, rappresentata da una Torino grigia e deprimente, vede in un luogo carico di ricordi d’infanzia la prospettiva di un’esistenza più piena e, magari, anche avventurosa. Il soggiorno sul delta del Po come possibilità, dunque, di trovare qualcosa che rappresenti un segno, un’indicazione di svolta per la propria esistenza. Davide parla poco, il suo volto è sempre imbronciato, ma quell’accenno di perenne stupore nei confronti del mondo che egli porta con sé sembrerebbe garantire la sua attitudine a ogni nuova stimolante esperienza.

Invece l’impatto col nuovo ambiente è in gran parte deludente. Il paesaggio della provincia emiliana, spesso grigio anche d’estate, a ogni angolo sembra voler nascondere qualcosa di minaccioso e corrotto. Così lo zio si rivela ben presto duro e insensibile e Patrizia finisce per rivelare la sua doppia vita, decretando il fallimento definitivo di una storia d’amore vissuta da Davide con romantica purezza, con lei più matura e già profondamente segnata dalla vita.
A tutto ciò si deve aggiungere il fatto che i giovani del paese non prendono Davide minimamente in considerazione. Sempre più estraneo a questo nuovo microcosmo che lo respinge, Davide finisce per legare con Alem, come se ne condividesse la condizione di vittima dell’immigrazione, delusa e pronta a tutto pur di individuare una scintilla di speranza nella propria esistenza.

Il giovane bosniaco sogna infatti di aprire un bar in un’isola greca e, in tal senso, l’eroina rubata all’industriale rappresenta l’occasione della vita. Paradossalmente il protagonista si sente dunque più vicino all’instabilità economica e all’infelicità esistenziale dell’immigrato che alle annoiate certezze dei ragazzi del suo paese. Questa scelta di campo viene confermata nella sequenza finale del film, in cui Davide divide con un gruppo di extracomunitari lo spazio sul pullman che lo riporta al nord, sottolineando in tal modo la precarietà della sua condizione, il senso di estraneità nei confronti della sua terra, quel doversi ricostruire da zero una vita materiale che sembra costituire la non allettante prospettiva di ogni nuovo immigrato.
Decisiva nel percorso di formazione compiuto da Davide è la morte violenta di Alem, cui Davide assiste con una sorta di inebetita paralisi. Essa costituisce il trauma con cui si accelera il suo processo di maturazione. Il protagonista, infatti, ritorna a Torino convinto della necessità di dover accettare con senso realistico quella collocazione che la sua condizione sociale e familiare gli ha riservato, deciso a ricominciare da dove era partito: il lavoro di lavamacchine presso un distributore di benzina.

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