LOUISIANA STORY | FilmInTasca: ragazz* sullo schermo

una scheda didattica e formativa a cura di Umberto Mosca

Diretto dal grande maestro Robert Flaherty, capolavoro del cinema etnografico, premio internazionale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia 1952.
Alexander Latour, nativo della Louisiana, trascorre le sue giornate nell’ambiente selvaggio del bayou, sul delta del Mississippi, composto di mangrovie e canali acquitrinosi. Vive con la sua famiglia e trascorre le giornate pescando e vagabondando nella foresta. Un giorno il ragazzo fa amicizia con gruppo di tecnici petroliferi giunti a fare un sopralluogo nella zona. Alexander segue le operazioni degli uomini che, a bordo di una piattaforma galleggiante, perforano il fondo del fiume alla ricerca del petrolio. Finalmente, dopo le difficili fasi di trivellazione del fondo, il ragazzo può assistere all’attivazione del pozzo. Dopo aver partecipato ai festeggiamenti insieme agli operai, saluta con affetto tutta la squadra, tornandosene alla sua vita di tutti i giorni nel bayou.
Realizzato su commissione di una grande società petrolifera, la Standard Oil Company, il film racconta l’arrivo della tecnologia industriale in un ambiente naturale assolutamente vergine. Un ambiente in cui il giovane Latour, interpretato da un autentico ragazzo della popolazione cajun che abita i luoghi, si muove con familiare disinvoltura e straordinaria agilità. Interessante è riflettere sul nome lungo e complesso del protagonista: nella compresenza di nomi di grandi re e condottieri – Alexander Napoléon Ulysses – è da individuarsi la sua attitudine all’esplorazione e la sicurezza con cui affronta e risolve le situazioni.

Il ragazzo conosce ogni angolo nascosto della palude e le caratteristiche degli animali che la abitano. Emblematico, in tal senso, è il valore metaforico rappresentato dal procione suo amico, che con la sua costante presenza attribuisce al protagonista quella vitale selvatichezza che è uno dei suoi tratti fondamentali. È l’equilibrio, la perfetta integrazione dell’uomo con la natura che qui si vogliono esprimere: il ragazzino e il procione stanno insieme sulla canoa e tra i vari componenti della scena si instaura una danza affascinante e armoniosa. La stessa espressione dei pensieri del personaggio viene affidata alle sue soggettive sull’ambiente naturale e i suoi abitanti. Al regno animale appartiene, inoltre, quell’alligatore che rappresenta per Alexander un vero e proprio antagonista. A esso il protagonista attribuisce la sparizione del fido procione Jojo e contro di esso rivolge la sua vendetta, attaccando un grosso pezzo di carne a un uncino. 

L’alligatore si avvicina e inghiotte l’esca, quindi inizia una dura lotta, cui porrà fine il padre del ragazzo, intervenuto per salvare il figlio trascinato in acqua.
Alex Latour appartiene a una popolazione che ha mantenuto intatta la propria cultura. Curiose sono le pratiche di superstizione esercitate dal ragazzino: il sacchetto di sale legato alla cintura, il talismano tenuto nella camicia, gli sputi propiziatori. È per queste ragioni che il suo incontro con la tecnologia arrivata con la spedizione petrolifera acquista un valore ancora più emblematico di quel rapporto tra natura e industria che caratterizza il film.

Per Alex si tratta di una vera e propria epifania visiva, rappresentata dai dettagli sulle macchine e i loro meccanismi. Queste complesse meraviglie della tecnica vengono osservate attraverso gli occhi di meraviglia di un bambino selvatico. Di qui la priorità assoluta data dal film all’aspetto visivo, con lunghissime scene in cui il dialogo è assai rarefatto o addirittura assente. Di contro spicca l’attenzione prestata ai suoni della natura, come lo squittio del procione o lo sciacquio della barca, e a quelli dell’industria, come il rumore sordo della trivella.
Il lavoro si pone come l’altro centro vitale del racconto. Il coraggio e l’abilità degli uomini che lavorano al pozzo stabilisce un contrappunto con l’attività instancabile e frenetica di Alex. Le macchine, così come già la natura, danno vita a una vera e propria rappresentazione sinfonica la cui grazia estetica mette le due componenti dell’esperienza umana sullo stesso piano. Per il ragazzo ha luogo un appassionato percorso di formazione all’utilità del lavoro industriale e alla sua totale conciliabilità con il mondo naturale. Alla fine della duplice impresa che ha previsto l’attivazione del pozzo e la sconfitta dell’alligatore, non priva di momenti drammatici (vedi l’esplosione della piattaforma e la lotta con l’animale), il procione Jojo ritornerà dal suo amico. Evidente la metafora secondo cui l’industria petrolifera non è, come pure l’alligatore, quel mostro che si vorrebbe che fosse. Facendone la conoscenza, il ragazzo è diventato più grande, come sottolineato dal fucile regalatogli dal padre in conclusione della storia.

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