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L’ULTIMA LUNA DI SETTEMBRE | Sembrava bellezza

Titolo originale: Ėrgėž irėhgüj namar
Regia: Balžinnâm Amarsaihan
Anno: 2022
Produzione: Mongolia

una recensione a cura di Elena Pacca

Temo che ci sia un retaggio occidentale ancestralmente e inconsapevolmente nutrito del mito del buon selvaggio nel guardare solo con stupore e meraviglia alla storia di Tuntuulei e Tulgaa nella steppa mongola. Per noi solo spazi sconfinati, corse di cavalli a briglia sciolta, cieli di lapislazzuli e autentico sentire. C’è sicuramente questo, c’è una storia di affetti trattenuti, celati, sciolti finalmente in un finale struggente che non concede spazio a zuccherosi lieti fine, anche se non c’è preclusione di sorte. Il finale è chiuso, ma l’orizzonte è aperto e il destino di Tuntuulei non è forse così tracciato come parrebbe. Però a una lettura subsuperficie, intravediamo la brutalità di una vita ai margini, in un territorio ostile, che tempra alla durezza di pensiero e sentimenti oltre a quella fisica, determinata dal corso delle stagioni, dal susseguirsi delle lune, vera calendarizzazione di un tempo apparentemente sempre uguale a sé stesso, assai poco minato dal progresso e dalla tecnologia.

Tulgaa torna al villaggio appena in tempo per vedere e poi seppellire il vecchio padre. E qui rimane il tempo di un raccolto. Conosce Tuntuulei, bambino sveglio e solo, in custodia temporanea dai nonni che da sempre vivono in una yurta in mezzo al nulla, poiché la madre, in mancanza di un padre in grado di mantenerli, deve lavorare in città e pare essersi dimenticata di quel figlio “abbandonato” in un posto altrettanto abbandonato da tutto. Tra i due si instaura un rapporto affettivo che in qualche modo illuderà Tuntuulei, che – scoprirà Tulgaa durante una fiera – è addirittura analfabeta. La vita nella tundra offre ben poco, tanto meno istruzione. Lo spirito di libertà non è sufficiente e, come dicono schiettamente i nonni, da quando è arrivato Tulgaa, Tuntuulei non è mai stato così felice e così prodigo di sorrisi. Anche perché – questo ai nonni è ben chiaro – lì il bambino si annoia, chiuso in un solipsismo il cui unico filo che lo collega con il mondo è quello sottilissimo dato dal telefono cellulare che prende solo se puntato in un posto particolare molto in alto, rendendo complicata, artificiosa e priva di certezze quell’unica possibilità di parlare con la madre, di mantenere in vita quel legame flebile come il segnale che arriva in quel deserto di natura e sentimenti. Tulgaa, adulto che ha appena perso il padre e Tuntuulei che il padre non l’ha mai conosciuto si incontrano sul crinale di una temporanea similitudine esistenziale che si colma nella diversità anagrafica che li rende ugualmente orfani, privati di un punto di riferimento che per uno è perdita e per l’altro è assenza e fa convergere il loro sguardo verso un nucleo condiviso e possibile.

Lultima luna di settembre img 1 elena

La costruzione del traliccio regala una concessione del telefono che sfidando la verticalità in un panorama piatto si eleva verso il cielo come braccia protese verso un affetto materno che è, analogamente a quello paterno, precluso al piccolo Tuntuulei, che si suggella amaramente nel segnale di chiusura di linea che termina bruscamente la chiamata verso la madre.

Ma siamo sicuri che dietro a ciò che per noi è bellezza, poesia, purezza non ci sia da parte del regista (nonché attore protagonista) e dell’autore del romanzo ancor prima, un’analisi lucida di un mondo che vive delle sue chiusure, che in qualche modo colpevolizza la donna che si è allontanata dalla sua precipua sfera materna per andare a lavorare altrove, in città, intendendo un luogo tentacolare, corrotto, punto di non ritorno a una vita condotta in sacrificio sì, ma in candore e sincerità?

O che la vita per come la si presenta non sia che una reiterazione ormai anacronistica di un mondo patriarcale dove i ragazzi si sfidano nella lotta e le femmine stanno a guardare, futuri angeli di precari e faticosi focolari domestici di durezza, freddo e annullamento di sé?
Quanto ci piace dei nostri viaggi “etnici” che ci avventurano nel mondo diverso da noi, che ci fanno pernottare nella steppa, in una “vera yurta” recitano i claim di ogni tour, assaporando per un giorno al massimo due il ritorno a una vita semplice e spartana che però ci sottrae al nostro habitat per un tempo così limitato da farci pensare a una bella e folkloristica esperienza che ci auspichiamo però sempre in regime di copertura telefonica?

Lultima luna di settembre img 2 elena

Quanto siamo diversi in questo primo quarto di secolo degli anni duemila, da quell’atteggiamento paracolonialista che ci fa “amare” l’esotico e portarci a casa, intendendo nei nostri salotti borghesi (concetto ormai anch’esso globalizzato e endemico) la Venere Nera da esibire? Idealizzando e mitizzando la vita selvaggia, primitiva, forgiata secondo natura, cioè quello stato immacolato e non corrotto che preserva l’uomo dalle brutture della civilizzazione?

Il bello sta nel rapporto umano, scarno, scandito da pochissimi momenti che rifuggono con decisione l’effetto “Spot Barilla”, giocando soprattutto sul non detto, su quel pudore maschile nel mostrare i propri sentimenti quasi che questo indebolisse il loro essere uomini. Sta in quei sorrisi di Tuntuulei che si aprono all’improvviso nello stupore non processato razionalmente, ma percepito con la forza dirompente di uno tsunami emotivo nell’accorgersi che c’è qualcuno che pensa a te, che fa qualcosa per te, un gesto, un’azione, un tempo dedicato, che è diverso dal solo – per quanto reale – accudimento dei nonni.

Quel tempo che a un certo punto finisce lasciando i personaggi della nostra storia, diversi da come erano all’inizio. Sottratti a quel loro tempo solitario, arricchiti di un sentimento che non sapevano di incontrare, grati alla vita nonostante il dolore del distacco per quanto sia stato importante per tutti e due quell’appuntamento di destini incrociati che li proietta in un futuro ancora da scrivere, in cui l’uomo, che sia urbanizzato o viva in uno stato di natura, non sia soltanto più bastante a sé stesso.

Un’antropologia poetica che mette in luce un mondo pervicacemente votato all’immobilismo che vale per uno sguardo che non è semplice astrazione contemplativa, ma è calato nella sua realtà oggettiva e contemporanea, anacronistica e comunque esistente, vissuta nel presente, nella piccola storia di alcuni esseri umani e del loro moto orbitante su un angolo del pianeta Terra.

Lultima luna di settembre img 3 elena
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