MARX PUO’ ASPETTARE | Il film della settimana

Regia: Marco Bellocchio

Produzione: Italia

Anno: 2021

una recensione a cura di Umberto Mosca

C’è un passaggio in Marx può aspettare che sintetizza magnificamente la natura sempre spiazzante del cinema di Marco Bellocchio. È quando emerge che anche suo fratello maggiore Piergiorgio, celebre critico letterario fondatore dei Quaderni piacentini, della depressione che affliggeva il gemello Camillo (e che lo avrebbe portato al suicidio) non aveva mai capito nulla. “A livello degli affetti in famiglia non c’era niente…” è la frase lapidaria, pronunciata dai fratelli Bellocchio, che rende un quadro familiare ancora più limpido e disarmante.

Questo passaggio è anche la miglior espressione di un’estetica filmica che va ricondotta all’epoca delle nouvelle vague degli anni Sessanta, a quell’idea di cinema secondo cui il regista, anche se in maniera indiretta, parla sempre di sé.

Il film come “confessione”, attraverso il quale emergono gli aspetti sommersi e repressi dei personaggi, le cui improvvise imprecanti esternazioni rappresentano l’evidenza liberatoria di un’umanità sofferente (vedi la scena memorabile della bestemmia del dantesco iracondo Filippo Argenti in L’ora di religione).

I film di Bellocchio sono sempre stati una risposta a quella normalità borghese che reprime le bestemmie ma che nasconde la depressione, come sessant’anni di calvario delle persone – donne e uomini – ci hanno raccontato.

I film di Bellocchio sono spesso ambientati nel passato – gli anni di piombo di Buongiorno notte, il ventennio di Vincere, gli anni Sessanta di Fai bei sogni, gli anni Ottanta de Il traditore, l’Italia umbertina de La balia – e hanno sempre il pregio di essere un viaggio surreale e profondo nella coscienza di un Paese, l’Italia, e della sua cultura cultura.

In questo caso, Marx può aspettare è il ritratto di una generazione troppo impegnata a salvare il mondo (attraverso il pensiero ideologico, come suggerito dal titolo) per interessarsi affettivamente ai singoli individui.

È una storia che altri cineasti importanti – come ad esempio il Marco Tullio Giordana de La meglio gioventù – hanno già raccontato, ma il cinema di Bellocchio lo fa in un modo tutto suo, con una prospettiva che aderisce alle passioni personali, ma sempre con un leggero distacco, una distanza di sicurezza che fissa l’interesse autentico prima che si trasformi in rassicurante sentimentalismo.

La filmografia di Bellocchio sostiene fortemente l’idea che il Fare un film – così come, per un gioco di specchi, il Guardare un film – sia un’occasione per ripensare alla propria vita spingendosi in profondità, ripensando alle scelte, consapevoli e non, giuste e sbagliate, ma sempre con l’obiettivo di valorizzare quel potente enigma, quel mistero laico, che è rappresentato da ogni persona.

E in questo suo ennesimo lavoro di auto-analisi capita che siano le persone reali a diventare personaggi, con l’irresistibile coppia delle sorelle Bellocchio Mariuccia e Letizia – che continuano nella loro funzione di “medium” tra il cinema e la vita vera.

Una visione da non perdere assolutamente.

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