MINARI | A Glance On

un rapido sguardo su Minari

Non mi è parso un film molto “orientale” anche se certi tratti gentili, una mdp che esplora sempre piuttosto a distanza i personaggi, i toni pacati, i discorsi mai sovratono anche nei momenti di tensione, mi rammentano un po’ certa cinematografia asiatica. Un po’ autobiografico, ruota attorno al valore della famiglia (tema caro a questa cultura) in epoca reaganiana, quando il capofamiglia cerca disperatamente di concretizzare il sogno americano di una vita agiata creando una azienda agricola fallimentare che va a fuoco non solo metaforicamente. Film piatto, nelle inquadrature e scelte fotografiche, tematicamente vivacizzato forse dal duo nipotino americanizzato e strampalata nonna che ”puzza di Corea”.
Non è un film che tocchi più di tanto i problemi di integrazione, semmai i sensi di colpa di un americano pazzo che gira talora come Cristo trascinando una croce quasi (secondo una interpretazione) ad espiare i peccati della guerra in Corea. Il collante della famiglia che rischia di andare in pezzi per le divergenze tra moglie e marito sullo stile di vita è il “Minari” portato dalla nonna, questa erba simile al prezzemolo che è la base della cucina coreana. Cucina da difendere come valore culturale e familiare. Pianta buona per la cucina ma anche per curare tutti i mali.
Alcuni critici hanno parlato di Hallyu, una sorta di nouvelle vague coreana.
Personalmente il film mi ha lasciata piuttosto fredda. L’ho sentito poco empatico, scontato nei temi, all’insegna del buonismo di prammatica.
La regia rivela una sorta di ibrido: non è girato come lo girerebbe un orientale, né come lo girerebbe un americano.
Se il regista voleva questo effetto forse lo ha ottenuto.

Tiziana Garneri

Acqua e poi fuoco alcuni degli elementi che emergono come cardini della storia. Ma sono molti, troppi: pulcini, cuore, carte, croce… ed il Minari stesso, erba benefica.
Un impianto classico, a volte forzatamente poetico, in cui si fatica ad empatizzare con i personaggi, dove tutto accade alla fine.

La prima parte, bucolica, è di una pregevole raffinatezza per una narrazione invisibile che aggancia e riconcilia col mondo. Quando lo storytelling diventa di altro genere nascono altre richieste e si avvertono lacune sui personaggi e una storia non così importante.

Alessandro Cellamare

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