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NOIR | Veri e Falsi

di Alessandro Sapelli

– È pesante. Di che materiale è?
– Beh… è la materia di cui sono fatti i sogni.

da Il mistero del falco

Con la battuta conclusiva de Il mistero del falco, John Huston fa pronunciare a Sam Spade quello che potrebbe essere in estrema sintesi un manifesto del nascente genere noir, caratterizzato sì da elementi ricorrenti ma allo stesso tempo dai contorni indefiniti del sogno. Un genere che, dagli anni ’40 ad oggi, ha mantenuto intatta la sua natura sfuggente, dai confini labili e permeabili alle contaminazioni, al punto da esser stato soggetto a numerose ibridazioni.
Ibridazioni che spesso rendono difficile l’identificazione del noir stesso, al punto da far piombare lo spettatore nella sindrome dell’investigatore privato frastornato da piste morte e vicoli ciechi. Come distinguere quindi un vero noir da un falso noir?

Uno dei primi esempi di pellicola noir che parte dagli schemi classici del genere per sovvertirne alcuni canoni è Un bacio e una pistola di Robert Aldrich. Seppur l’approccio del regista sia ironico ed anticonformista (il protagonista non è più un detective che brilla per ingegno e lucidità bensì un investigatore da quattro soldi ingaggiato perlopiù da mariti gelosi e spesso in balia degli eventi, transizione perfetta dall’eroe poliziesco all’antieroe che verrà proposto a più riprese) e venga esplicitamente dichiarato sin dai titoli di testa, che scorrono al contrario, il film rientra di diritto tra le pietre miliari di questo genere. Non tragga in inganno l’introduzione, nella parte finale, dell’elemento fantastico, in questo caso intriso di paranoie da guerra fredda, che verrà ripreso o citato da numerosi successori (su tutti David Lynch con il trittico sugli abissi della mente, Strade perduteMulholland DriveInland Empire): è un elemento distintivo che proietta il film di Aldrich verso il post-noir, ma viene innestato su una base tipicamente noir, in una storia totalmente immersa in una dimensione onirica, che si sviluppa tra inquadrature sghembe e volti trasfigurati.

Un bacio e una pistolaRobert Aldrich, 1955

Strade perduteDavid Lynch, 1997

Smoke on the water, a fire in the sky...

Nel cinema contemporaneo, i fratelli Coen si sono spesso cimentati in pellicole di questo genere, ma con una maestria tale da confondere lo spettatore grazie alla perfetta commistione tra tinte di carattere diverse. Se Blood Simple presenta personaggi tipici (la femme fatale, l’investigatore privato) ed è una storia incentrata sull’inganno e sulla mistificazione continua, così come L’uomo che non c’era dipinge in un bianco e nero classico la parabola autodistruttiva di Ed il barbiere, altri due titoli sono spesso oggetto di dibattito relativamente alla loro classificazione: noir o non noir?
Fargo, dai più riconosciuto come un noir, ha in realtà tratti dissonanti con le regole di base del genere. Non più atmosfere dark, ma un’esplosione di luce dovuta ai campi innevati del Minnesota. Non più il classico detective, ma una protagonista femminile che ne rappresenta la destrutturazione del detective classico: non è mossa da fame di potere o da ambizione, ed è più interessata alle proprie dinamiche famigliari che a quelle criminose. Non c’è infine alcun dilemma da risolvere: la truffa alla base del plot è chiara sin dalle prime scene e toglie qualsiasi interesse di carattere investigativo allo spettatore. Ciò che importa ai Coen è rappresentare la vita come una tragica commedia dell’assurdo, un tritacarne dal quale in pochi escono incolumi (in questo caso non solo in senso figurato).
Al contrario, Il grande Lebowski, ritenuto con merito un capolavoro della commedia grottesca, pesca in realtà a piene mani dalla narrativa hard boiled di Hammett e Chandler e, di conseguenza, dal noir classico. Numerosi i riferimenti inseriti dai due fratelli nel corso della pellicola: basti pensare al fatto che l’indagine viene commissionata da un uomo in sedia a rotelle, come ne Il grande sonno, oppure al ruolo del bowling, che rappresenta un’àncora di salvezza sia per Drugo, Walter e Donnie che per Walter Neff, l’agente assicurativo protagonista de La fiamma del peccato. Jeff Bridges, con un’interpretazione magistrale, regala al pubblico l’antieroe per eccellenza, e tutta la vicenda sembra un continuo sogno allucinato, costellato di personaggi arrivati da ogni epoca.

Il grande sonno
Il grande Lebowski

Nell’ultimo decennio infine abbiamo ulteriori esempi di opere che possono essere catalogate a torto o a ragione nel filone del neo-noir.
Vizio di forma di Paul Thomas Anderson rientra a pieno diritto negli schemi del genere e presenta molti punti di contatto con Il grande Lebowski, in primis nel suo protagonista, ma anche nella rappresentazione caotica del mondo e nell’impossibilità dell’uomo di dominarne gli eventi. Anderson riesce nell’impresa di domare il testo di Pynchon, dando coerenza e circolarità alla storia raccontata.
Il secondo e il terzo lungometraggio degli emergenti fratelli Safdie invece possono dare adito ad equivoci. Good Time, seppure possa sembrare una versione lisergica di Fuori Orario fotografata in tonalità fluo, è più debitore di certo cinema drammatico anni ’70. Diamanti grezzi, al contrario, presenta molti aspetti tipicamente noir: l’ambientazione prevalentemente notturna, l’utilizzo di un linguaggio smaccatamente gergale, ma soprattutto la presenza di un protagonista che vive nell’ambiguità ed è uno scommettitore incallito costretto ad alzare costantemente la posta delle sue giocate in cerca della svolta definitiva. Un altro personaggio perennemente inseguito dal suo passato, che ne condiziona il suo futuro.
Chi ha saputo però cogliere in pieno lo spirito del noir, riproponendolo in una veste moderna e indicando la strada da seguire per dare linfa nuova al genere, è sicuramente Nicolas Winding Refn col suo Drive. Una colonna sonora ipnotica e un sapiente uso delle luci, capaci da sole di creare tensione scenica, ci portano nella vita di un personaggio senza nome dallo sguardo indolente, quasi conscio del destino che lo aspetta. Il regista danese, nell’occasione, ha saputo mantenere un perfetto bilanciamento tra contenuto e forma, equilibrio che è poi via via venuto a mancare nei successivi Solo Dio perdona (che ha soprattutto nei suoi risvolti freudiani i punti di contatto col noir) e The Neon Demon (prevalentemente un horror), dove il tripudio visivo ha prevalso sulla sostanza. La speranza di chi scrive è che non si sia trattato di un episodio isolato, e che lui ed altri registi della sua generazione possano continuare a far rivivere un genere fondamentale per la storia del cinema, con la stessa cifra stilistica.

Good Time
Solo Dio perdona

Le visioni noir di Alessandro Sapelli

# La fiamma del peccato (Double Indemnity) – Billy Wilder, 1944
# Detour – Edgar G. Ulmer, 1945
# La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter) – Charles Laughton, 1955
# Un bacio e una pistola (Kiss Me Deadly) – Robert Aldrich, 1955
# Chinatown – Roman Polanski, 1974
# Le iene (Reservoir Dogs) – Quentin Tarantino, 1992
# Carlito’s Way – Brian De Palma, 1993
# Strade perdute (Lost Highway) – David Lynch, 1997
# Il grande Lebowski (The Big Lebowski) – Joel Coen, 1998
# Drive – Nicolas Winding Refn, 2011

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