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NOSTALGIA | Morte di un esule napoletano

Regia: Mario Martone

Anno: 2022

Produzione: Italia, Francia

una recensione a cura di Elena Pacca

La discesa a Napoli di Felice Lasco (Pierfrancesco Favino) è scandita dal silenzio, interrotto dai passi, da un coro sonoro di rumori di fondo. Una ricognizione territoriale, notturna soprattutto, che gli fa ripercorrere fisicamente alcuni tratti della sua adolescenza, quando, da ragazzo, Napoli – o meglio –  il rione Sanità, era casa sua. Allontanatosi da tempo, domiciliato con moglie al Cairo, ora Felice è un uomo adulto. E’ tornato per riabbracciare l’anziana madre (Aurora Quattrocchi) e per fare i conti con il suo passato, quello che lo vedeva protagonista di scorribande e malavita insieme al suo amico Oreste (Tommaso Ragno).

Lontano dall’iconografia classica del napoletano estroverso, teatrale, sopra le righe, Felice Lasco è riservato nei modi e quasi afasico inizialmente; si avvale di un italiano sporcato da una cadenza straniera in cui anche le parole comuni sono desuete e a volte impossibili da trovare. Ritrovare le parole è ritrovare la propria voce, la propria appartenenza a un luogo, a quell’humus ancestrale che segna e consegna. E dalle profondità si parte per scandagliare chi si è e chi si è diventati. Da quella visita guidata lungo le catacombe, quella città parallela, sotterranea, che scorre silente e scura sotto il caos urbano che pure ha un suo ordine atavico di sovrapposizioni per accumulo, di risurrezione e decadenza, che copre e ricopre, come incrostazioni sincretiche, il vissuto del protagonista. Tutto appare uguale, ma uguale non è.

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La cura, la dedizione verso la madre, a suo tempo abbandonata, sono l’inizio del percorso di riappropriazione di sé, di riconquista di quello spazio interiore che aveva lasciato indietro anni prima. Di quei ponti provvidamente tagliati per non incorrere nel pericolo di una condanna per il gesto di cui era stato testimone. Lo straniamento iniziale è tangibile. L’alloggio della madre è ora abitato da altri, il telefono cellulare con cui comunicava, una volta rotto non è mai stato aggiustato. C’è come una frattura, che deve essere sanata. Al pari del kintsugi, la tecnica giapponese per riparare le cose rotte, Felice tenta di riaggiustare i frammenti della sua vita. Come Napoli, niente sembra intatto. Tutto è sfasciato, ma tutto è ricomposto sommariamente, le cicatrici a vista, con una sorta di orgoglio per le ferite subite che dice che tutto si tiene insieme in un disegno a volte coraggioso come quello intentato da Don Luigi Rega, parroco anticamorra (Francesco Di Leva), a volte necessario semplicemente per sopravvivere, a volte perverso, cattivo e ineluttabile come quello perpetrato da Oreste “o malomm” e da quelli come lui.

Felice Lasco, compie un percorso a ritroso, rientra nel suo labirinto emotivo e seguendo un suo personale filo conduttore crede di arrivare al centro del tutto, al cuore della questione, risolvendone i dubbi, le paure che ne forzarono l’abbandono e l’approdo in una terra ostile perché diversa, come Beirut, prima, e Il Cairo da ultimo. Ma il cuore nero di Napoli nasconde le sue insidie e il minotauro è ancora là e vani saranno i tentativi, un po’ di tutti, di dirgli di lasciar perdere, di tornare a casa, dove c’è una moglie ad aspettarlo. Lui non fugge più. Il pericolo sembra lontano. Ora Napoli è di nuovo casa. Ed è dunque il posto dove trovare dimora, “Io voglio morire a Napoli”, profetizza Felice. Ma la nostalgia, si sa, è canaglia per davvero. Sa essere, al tempo stesso, dolce e feroce (come la musica dei Tangerine Dream). E spesso non lascia scampo.

Martone realizza un film a orologeria. Noi accompagniamo passo passo il protagonista lungo il percorso del suo conto alla rovescia che è la cronaca di una morte annunciata. Il tempo di illuderci che il destino possa subire uno scarto e la deflagrazione che ci fa andare a nero a deglutire un frame (la foto nel portafoglio) forse di troppo. La fine è nota.

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