ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD | C’era una volta Tarantino – Del fallimento/sul fallimento

una recensione a cura di Alessandro Cellamare

1992, otto uomini in giacca e cravatta nera discutono attorno a un tavolo sul vero significato di un brano di Madonna mentre una camera gira e riprende, disegnando un inedito montaggio fatto di campi e fuori campo. La conversazione e l’intera sequenza entrano nella storia del cinema.
2019, un famoso attore di una vecchia serie TV western, sul viale del tramonto, assunto per un indesiderato ruolo da antagonista, su una sedia all’esterno di un set parla con un’attrice ragazzina dotata di una sorprendente maturità. Il lunghissimo dialogo non ha fiato, grinta, mordente.
Nel mezzo, dopo Pulp Fiction, altri lavori importanti, in cui, tuttavia, lo scrittore va a intermittenza (Jackie Brown, Kill Bill), diventa verboso e poco efficace in un autocitarsi mal riuscito (A prova di morte, The Hateful Eight), torna a brillare con testi impeccabili ma non più memorabili (Inglourious Basterds, Django Unchained).
Eppure nessuno sembra accorgersi di nulla.
Lo spettatore si entusiasma di fronte a una scazzottata con Bruce Lee e a un’iperbolica sequenza splatter, sghignazza, applaude e in un’anestesia di massa dimentica quel che è stato e quel che manca, a capo chino di fronte a un nome che è ormai un brand intoccabile.
Touchable, avrebbe scritto De Palma sul vetro di un ascensore.

Opera sulla disillusione e sul fallimento, l’ultimo lavoro del regista di Knoxville è manifesto di un’epoca cinematografica che perde certezze dopo la defaillance di Antonio e Cleopatra e agli albori della New Hollywood.
Ne è manifesto per contenuto, temi e personaggi: Rick Dalton è un loser, fuori dai circuiti che lo resero celebre, costretto a ruolo da antagonista per non emigrare in Italia a girare spazzatura western; Cliff Booth ne è controfigura, dunque loser-ombra di un altro loser, da anni schiavo di una vita dietro le quinte di un set ora in demolizione; Sharon Tate è perdente inconsapevole – o forse no -, oca giuliva irriconosciuta che strappa a fatica un biglietto gratis per vedere i suoi film al cinema, compiaciuta, gambe in aria, di performance mediocri mentre cerca attorno volti divertiti in un pubblico da drive-in; infine gli imbranati hippie mansoniani, che sbagliano casa e si fanno sterminare spiaccicati, sbranati e carbonizzati dai loser protagonisti del film.
Opera sulla disillusione e sul fallimento di un’epoca, ne è manifesto anche per forma, disilludendo lo spettatore e disattendendone aspettative. Ne è emblema, su tutte e tante, la tesa sequenza nella comunità hippie: Cliff è seguito, circondato da capelloni/ultracorpi che sembrano nascondere un’atroce verità, in un passaggio che riecheggia l’incedere sospettoso del detective Arbogast verso il Motel di Norman Bates, ma la battuta d’arresto per l’occhio in sala è dietro l’angolo: le ambigue affermazioni degli abitanti della comune erano pura e semplice verità, svelata in un surreale dialogo col vecchio George Spahn.

C’era una volta a Hollywood è cinema estetico che racconta poco, ma si tiene a galla nello sguardo dello spettatore con sequenze che scoprono solitudine e rimandano a certe scelte narrative da cinema esistenzialista, seppur smorzate dal tratto dissacrante dell’autore – la corsa in auto di Cliff non è, poi, molto distante dall’incipit desolato di Somewhere di Sofia Coppola -, ma mentre forma e contenuto si passano la palla e giocano una partita sottilmente vincente, restano aperti molti, troppi dubbi: dove finisce l’Opera sul Fallimento e inizia il Fallimento dell’Opera? Quanta fiducia si può, ragionevolmente, concedere alle debolezze di una pellicola in nome di un leitmotiv sul crollo di Hollywood?
Se appaiono intenzionali certe sospensioni e rotture, altrettante cadute suonano come echi di una più generale e antica china del regista, dalla cura dei testi al culto dell’immagine tout court. E non salvano la pellicola le continue citazioni più o meno nascoste – il Cinema non si può risolvere in un campionato di Settimana Enigmistica per cine-masturbatori -, né tantomento le ispirazioni rielaborate o il revisionismo storico, che sembrano un ripiegarsi autocompiaciuto dell’autore su se stesso mentre cerca di esprimere come può qualcosa di nuovo.

Forse è giunto il momento di scendere dalla giostra.
E fare il punto della situazione.