ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD | Il gioco del doppio ribaltato secondo Tarantino

una recensione a cura di Simona Tarantino

Ed eccoci finalmente al tanto atteso grande ritorno nelle sale di Quentin Tarantino, che con il suo 9° ed ultimo capolavoro appena uscito sui grandi schermi, si sta già guadagnando acclamazioni e rivelando essere a tutti gli effetti all’altezza delle aspettative del suo grande pubblico di fans, nutrite da anni di attesa, soprattutto dopo l’ultimo colosso un po’ sfortunato “The Hateful Eight” ritenuto deludente per molti, e dai toni brumosi e momenti di asperità, girato non proprio nello stile con cui si è fatto conoscere questo regista, del quale ormai si può davvero definitivamente affermare tuttavia, per chi avesse nutrito ancora dei dubbi, che sia entrato nell’ “Olimpo internazionale dei Grandi Registi”, con tanto di merito oltre che di successo, grazie alla sua capacità di sedurre sempre ed attrarre masse di spettatori tra gli ammiratori storici e le nuove generazioni, fare presa raccogliendo grandi consensi e riempiendo le sale in maniera trasversale sul pubblico, unendo tutte le fasce d’età. Potremmo dire dunque quanto Quentin Tarantino, rivelazione degli ultimi decenni cinematografici, sia diventato un BRAND a tutti gli effetti nel creare tendenze, con uno stile ed un approccio tutto suo personale ed originale, in continua evoluzione potremmo dire, ora per certi versi anche inedito, come si rivela in questo suo ultimo film, unendo il Pop con cui da sempre si è fatto conoscere ed apprezzare dai più, alla Qualità maturata e raggiunta negli anni ..

Chi non se lo ricorda per la scena diventata famosissima ormai nella storia del Cinema di una giovane Uma Thurman che balla con un attempato e redivivo John Travolta? e che dire dei due grandi esordi dei primi anni Novanta come “Le iene” seguito subito dopo da “Pulp Fiction”?  Film entrati in corsa e prepotentemente nel novero e nel genere del Cult Movie, sbancando botteghini, ancora oggi dopo 25 anni apprezzati dal pubblico? Di strada ne ha percorsa tanta Tarantino, si è fatto conoscere riconfermando di volta in volta questo suo genere pulp e alla “Spaghetti western”, un po’grottesco, un pò comico, un pò splatter, nel regalarci altrettanti indimenticabili capolavori da “Jackie Brown” a “Kill Bill”,  da “Dal Tramonto all’alba” a “Bastardi senza Gloria”, fino ad arrivare a “Django unchained” ed a “The Hateful Eight” del 2015 per citarne solo alcuni tra i più famosi della sua carrellata di successi.

Che ci sia sempre un alto voltaggio di violenza, volgarità e provocazione tra gli ingredienti funzionanti del suo rinnovato successo e della sua continua acclamazione è indubbio e fuori discussione, violenza  a volte più gratuita ed esaltata-ostentata, altre volte meno marcata e più accattivante, condita sempre da quel suo pizzico di humour grottesco dai tratti assurdo-demenziali in cui cala i suoi personaggi cinici e le storie strabilianti, è dunque-ripetiamo-innegabile, nessuno lo può contestare, ma qui, accanto alle “scazzottate e sparatorie alla tutti contro tutti e all’ultimo sangue” degli interminabili massacri catartici sparati al massimo livello tensivo, o almeno ci prova (modalità se vogliamo anche un po’ riduttiva di inquadrarlo), questa volta Tarantino ci offre lati inediti e sconosciuti o comunque più evidenti rispetto al passato, e si presenta rinnovato in abiti ancora più sfolgoranti, dopo 4 anni di assenza da quel suo “The Hateful Eight” non tanto piaciuto e digerito dal pubblico, per compensarne forse l’insuccesso ed aggiungere nuovo fascino al suo lavoro di stile, quasi a voler sempre gareggiare e superare se stesso, nel tentativo di stupirci e scardinare luoghi comuni e schemi fissi con cui tentiamo da sempre di incasellarlo. 

Geniale, contradittorio e megalomane al tempo stesso, non sappiamo dirlo con esattezza, camaleontico e trasformista nel suo continuo ribaltare e cambiare improvvisamente rotta all’apice delle scene per destabilizzarci, confonderci e farci mettere tutto in discussione e perdere la percezione del vero dal falso, magistrale e caleidoscopico nella scelta della tecnica narrativa fatta di assemblaggi ed incastri perfetti nel tempismo e nella poliedricità di più storie (sono in verità tre, ma ci sembrano molte di più..), basate qui più sull’azione repentina (omaggio al cinema Stunt) che su quei lunghi dialoghi e monologhi dai tratti un po’ perversi, esasperanti ma al tempo stesso umoristici nel riflettere, le nevrosi e le crisi interiori dei suoi personaggi; storie viste da più angolazioni e intrecciate, sviluppate poi tutte insieme dentro una unica principale vicenda storica (il tanto discusso “Tate murder” eccidio efferato barbaramente perpetrato dalla setta di Charles Manson nell’estate 1969, a cinquant’anni esatti, che chiuse e decretò la fine della prima fortunata stagione di Hollywood- Non a caso è anche uscito nelle sale un altro film “Charles Says”, su questa vicenda cruenta che influenzò il corso del Cinema Holl.), cornice sfumata dell’intero complesso di quest’opera gigantesca, che ci appare quasi come  un unico calderone.

 Dialoghi tranciati ed in pillole, piccoli assaggi di battute per sbalzarci già alla sequenza successiva, cambi di scena, di registro e prospettiva continui, passaggi bruschi, inversioni di rotta, tagli e interruzioni :così si diverte Tarantino a spiazzarci, offrendo anche un omaggio al Grind House Americano, sorta di cinema molto popolare e a basso costo delle periferie urbane dove venivano proiettate tutte insieme un gran numero di  pellicole rovinate, tagliate e spezzate, facendone di questo film anche una Storia del Cinema nel Cinema, della sua visione, del come si guardava il cinema una volta, mostrandoci anche ripetutamente piccoli schermi in bianco e nero con gli attori-spettatori incollati e ipnotizzati al televisore, totalmente assorbiti dalle immagini in bianco e nero.  Dunque ancora..salti temporali repentini, un correre continuo indietro e in avanti nel tempo, dalla vita di un personaggio all’altro montati insieme nel presente e nel passato, senza rispettare il giusto ordine sequenziale della struttura narrativa temporale, che proprio per questo ci fanno perdere l’orientamento, ma per poi farci ritrovare la bussola e riavvolgere tutti i fili, con grande sorpresa per questa esibizione di  Maestria Tarantiniana, nel gran finale, ancora una volta RIBALTATO-ROVESCIATO (era già successo in “Bastardi senza Gloria), impossibile da immaginare ed aspettarselo…e in ultimo da dimenticare. 

Fantasia megalomane, Idealizzazione retrospettiva, gioco o Favola dal lieto fine, come ci vuole rimandare anche con il titolo  “C’era una volta..”, sta allo spettatore la scelta, fatto sta che lui Tarantino si dimostra un grande Artista, un Genio sregolato, un Maestro eclettico e possibilista, nell’immaginare un possibile nuovo corso degli eventi storici, poco  importa se è un peccato che appartenga ormai a un Passato remoto già trascorso e chiuso, con tutte le implicazioni e conseguenze epocali, l’importante è che il suo gioco ed il suo sottile autocompiacimento comunque diverte anche noi e ci rimane impresso nella mente, indelebile per la potenza data al ribaltamento finale.

Già avevamo colto e apprezzato, e c’era stato un primo assaggio di questa strategia o tecnica  del Rovesciamento sbalorditivo e inaspettato del corso degli eventi storici a noi fin troppo ben noti, nel film “Unglorious basterds”, con l’epilogo spettacolare e gran finale di catarsi nel rogo incendiario e nell’esplosione di tutto il cinema, per mano finale di una donna ebrea e del suo compagno negro, e di tutta l’alta gerarchia e dei comandi nazisti. Ed ancora prima in “Django unchained”, dove T. si inventa e ci propone una prospettiva rovesciata ed un capovolgimento di sorte nell’eterno conflitto e lotta bianchi-neri, nella questione razziale tra i vincitori storici riconosciuti nei grandi latifondisti e possidenti terrieri (bianchi), e gli sconfitti storici riconosciuti negli schiavi negri, dove sono proprio in finale i neri simboleggiati dal protagonista Django a fare piazza pulita e sopravvivere, a prendersi la rivincita in una sorta di Grandiosa Vendetta e sterminio totale Finale, quasi una forma di giustizia divina e universale che pulisce e spazza via con audacia in un sol colpo dalla faccia della terra tutti i malvagi-cattivi e premia i giusti-buoni…non importa in quale modo questo avvenga, se con il diluvio universale o le fiamme purificatrici dell’inferno, o con il lanciafiamme… o ancora con le sparatorie da macelleria messicana del far west.. Rimaniamo comunque sempre affascinati e conquistati da tale ardore interpretativo ed inventivo nel suo tentativo di redimere la Grande Storia.

Ci sono in “C’era una volta Hollywood” (ed è ricchissimo, quasi farcito all’occorrenza e all’inverosimile) citazioni e riferimenti a non finire oltre che alla storia del cinema, anche a fatti realmente accaduti, che Tarantino va a mistificare, cammuffare e confondere con la finzione (esempio eclatante la morte di Nathalie Wood, ma anche lo Sphan Ranch e altri dettagli che ruotano attorno alla Family o Comune di Manson). Ma soprattutto qui ritroviamo tutti i suoi ingredienti principali a rendere la ricetta ancora più gustosa e prelibata da leccarsi le dita, tanto che si potrebbe anche definire questo film curiosamente “anfetaminico” e più tecnicamente “intertestuale” nell’aprirci un ventaglio e panorama di spunti e tematiche dalle diverse e interessanti letture interpretative:

-c’è la grande mitologia del Road Movie americano nelle corse solitarie in macchina di Cliff lo Stuntman dopo aver lasciato Rick l’attore sul set, e nelle guide solitarie e passeggiate in auto di Sharon Tate in giro per la città in cerca di svago;

-c’è il disprezzo razziale gratuito  nel “Non puoi piangere così davanti ai messicani” che Cliff intima al suo amico Rick, così come  il disprezzo culturale di Rick nel non voler andare in Italia a girare “spaghetti western”, termine dispregiativo (ma autoironico per Tarantino, riflettendo quella che è stata la sua formazione e nutrimento), con cui  insulta gratuitamente e si rivolge ai registi italiani.

-c’è l’enfasi sull’accanimento brutale con cui si pratica la Violenza cruda, fine a se stessa, e sul cinismo, tanto da vederla perseguire dai protagonisti, una volta iniziata, in maniera brutale e quasi automatizzata con un insieme di sadismo, tortura e strumento di piacere-godimento al tempo stesso per es. quando prima Cliff poi Rick sorpreso in relax in piscina in un tentativo di autodifesa si lanciano addosso in un crescendo di tensione al limite della misura, della follia e alla fine della comicità surreale più assurda, ai tre giovani hippies della Comune di  Charles Manson venuti apposta alla Villa per sterminarli, adoperando tutti i mezzi possibili, leciti e non: dalla cagnetta pitbull agguerrita, feroce e addestrata all’attacco, di Cliff, al lanciafiamme portato con sé come ricordo da un set cinematografico di Rick sulla giovane hippie in preda alle urla, finita in piscina poi carbonizzata, dalle ripetute testate fino allo spappolamento molto pulp della testa di un’altra delle tre giovani hippies ad opera di Cliff, alla serie di insulti ed improperi, di volgarità a raffica, scariche di rabbia e odio di Rick più atroci e isteriche che può contro “quegli Hippies maledetti di merda” per indicare i tre giovani al momento soltanto parcheggiati nel suo vialetto, ecc ecc. C’è ancora la questione del Vero e del Falso, realtà o finzione, dal punto di vista tematico, elemento essenziale della sua poetica forse più matura,  con cui gioca Tarantino attraverso l’uso e la cura dei segni e dei dettagli, solo apparentemente casuali, a prenderci in giro, confonderci  e disorientarci a tal punto da lasciarci incapaci di vederne la sottile linea rossa che li separa, per cui “La cosa più inventata è anche la più vera” o “Arrivare alla Verità delle cose, falsificandole” sono motti e chiavi espressive essenziali nella lettura interpretativa del film: ci sorprende la scena della cinepresa che non si vede, ma dovrebbe, durante un cambio d’inquadratura dovuto all’interruzione delle riprese sceniche sul set western dove Rick recita, quando non si ricorda più le battute, o ancora la scena allo Spahn Ranch l’ex set cinematografico western e dopo sede verosimile  della Comune hippie di Charles Manson quando Cliff insiste per andare a trovare il suo vecchio amico nonchè ex regista ormai invecchiato e malconcio di Bounty Low, rinchiuso e sfruttato dalle hippies che vi si sono insediate, il quale è diventato cieco ma ci vede poi benissimo invece per seguire le serie tv con la sua giovane concubina…. O ancora ci strabilia vedere l’attore Rick sugli schermi domestici, inserito come in piccoli camei televisivi (talmente fugaci scorrono le immagini), sulle scene di grandi e reali film epocali e serie tv recitando affianco ai ben noti volti degli allora anni dorati hollywodiani. A rigor di cronaca è curioso notare anche come il brano che le ragazze hippie cantano per strada nelle scene iniziali, in realtà fu composto proprio da Charles Manson, e che il passaggio che Cliff offre alla procace  audace autostoppista Pussycat sempre della Family Manson si rifà probabilmente a quello che D. Wilson dei Beasty Boys diede a due autostoppiste della Comune, conoscendo poi quindi Manson e diventandone amico.. Realtà e finzione genialmente mescolate tra di loro. –C’è infine ma non per ultima anche la capacità arguta, più difficile da notare, di cogliere la vera natura psicologica del personaggio facendocene il ritratto introspettivo, per creare momenti di più intima e profonda commozione e tenerezza, anche spiritualità e umanità, partecipazione emotiva nello spettatore, entrando nel personaggio e mostrandocelo più nudo e fragile, a dispetto dell’apparenza dura e cinica (che è anche il suo doppio, si collega al tema del doppio), vulnerabile, con i suoi grandi limiti e paure, come fa con Rick prima in auto con Cliff, demoralizzato e in piena crisi isterica durante uno sfogo nevrotico di autosvalutazione pessimistica dopo l’incontro con il produttore ed agente cinematografico Schwarzs (Al Pacino), poi isterico e sbronzo per i fumi dell’alcol nel suo camerino in pieno monologo in cui si rivolge autoaccuse dai risvolti fallimentari per il suo problema con il bere e la sua incapacità fallimentare di attore, poi sempre Rick con la attrice-bambina preparata, inquietante bambolina che lo intimorisce e lo zittisce con la sua matura saccenza  precoce ed eccessiva per l’età di 8 anni ..(mentre lui ne esce dal confronto immaturo e inadeguato, proprio come il vero bambino), o come fa con lo sguardo di Cliff di sorpresa e gioia dolcemente infantile e sensuale, quasi estatico e contemplativo quando rivede per caso per la seconda volta la giovane hippy Pussycat, o lo sguardo di Sharon Tate compiaciuto e soddisfatto di se stessa, esaltata nel vedersi proiettata al cinema sullo schermo e ammirata da tutti.

Tra tutti questi temi centrali da lui sempre proposti e perpetrati in ogni sua pellicola in maniera mai scontata, come una sorta di “marchio di fabbrica” della sua produzione … quello che si aggiunge e colpendo va a segno in “C’era una volta a Hollywood” è il particolare tema del Doppio, capovolto e ribaltato,  l’Opposto rovesciato e invertito  (curiosamente anche presente nella morfologia del numero 69, proprio l’anno dello svolgimento dei fatti), riconoscibile partendo prima di tutto e proprio dalla coppia, dall’attore e il suo Stuntman-controfigura o doppio, nel dialogo e nella dialettica continua tra loro due, opposti che si confrontano e viaggiano sempre insieme, vivono l’uno dell’altro e nell’altro, compenetrandosi e compensandosi per eccellenza e antonomasia. Ma non solo, il doppio lo vediamo anche nel rapporto tra Vero e Falso, Bene e Male, Debolezza e Forza perché viste sempre come un gioco di specchi e di immagini riflesse-sdoppiate, in questa dicotomia che ci propone continuamente e su cui ci fa riflettere: prendendoci in giro ci mostra che l’uno diventa l’altro, e che in uno c’è l’altro e viceversa… in una sorta di  flusso continuo senza una separazione e distinzione netta, quasi un unicum.

Ed Ecco che qui arriviamo finalmente ai due inseparabili coprotagonisti, attraverso le cui vicende Tarantino mette in scena e rivisita per noi il dramma umano delle esistenze colate a picco di tante star hollywodiane bruciatesi poi alla fine della loro vita (ne mostrava gli effetti già uno storico film “Il viale del tramonto” di Billy Wilder 1950). Le loro vicende s’intrecceranno poi “casualmente” con quelle di Sharon Tate e la Comune hippie di Charles Manson e con la Storia del Cinema stesso di Hollywood di cui il film come già anticipato vuole essere narrazione e omaggio : i già citati Rick Dalton e Cliff Booth , il protagonista ed il suo doppio rovesciato, l’attore hollywodiano degli anni ’50-‘60 l’uno, e la sua controfigura/stuntman l’altro, ma anche autista personale e sorta di factotum/tutto fare, dal ripara antenne improvvisato al suo servizio personale al fedele facchino/galoppino, ma soprattutto grande amico, come si rivelerà durante la storia. Tanto fragile, vulnerabile e in crisi l’uno, quanto forte, sicuro e determinato l’altro, tanto insicuro ed impaurito l’uno, quanto fiducioso e calmo (nonostante il passato turbolento), spavaldo e audace l’altro, l’antieroe sexy per eccellenza (reduce dalla Grande Guerra), dai modi a tratti accattivanti, sensuali e seducenti, dotato tuttavia anche di una dolcezza interiore fuori dal comune: pare che Tarantino si sia ispirato per lui proprio alla controfigura di Burt Reynolds. Possiamo solo simpatizzare per questi due personaggi, indivisibili e uniti da un profondo legame che ci commuove andando ben oltre la fine e la chiusura del loro rapporto lavorativo: Tarantino ci gioca sopra come con gli opposti (fragilità-forza), presentandoceli anche con i tratti invertiti, senza farci capire e distinguere più dove sta la vera fragilità e la vera forza perché ormai è assodato che ogni suo personaggio è sempre anche qualcos’altro.. e ha qualcosa d’indefinibile, eroico e torbido allo stesso tempo, dolce e forte come in Cliff,  tanto coraggioso per essere stato un veterano di guerra, ma poi anche implicato alla fine misteriosa della morte della moglie e, dunque allontanato dai set per la sua fama e le sue risse.

Celebrazione dunque ed Omaggio reso anche alla figura della Coppia come doppio nel Cinema, nella Televisione e nella sua Storia :  attori, antitetici ma completi insieme, a tratti comici , che tanta vecchia Hollywood ci ha regalato come tema di grande successo nel grande come nel  piccolo schermo (Stanley ed Onlio, Stusky e Hutcth, Roger Moore e Tony Curtis, e le più recenti Thelma e Louise, e la serie d’azione tv Miami Vice e sicuramente altre ancora) e così al tema correlato della grande Amicizia-Fedeltà-Lealtà al Maschile, altro grande valore che esce fuori con forza da questo film e ci rimanda ai grandi western: valore che sopravvive e vince su tutto, a prescindere dal quale non avrebbe motivo di esistenza  la coppia protagonista

image3
immagine 7

Non è un caso che il film inizi proprio e si apre sul tema del “doppio”nella coppia : una inquadratura in bianco e nero 8 1/2 mm (?), stile vecchio cinema Hollywoodiano anni ‘50, che ci mostra in un’intervista sul tipico set di film western (la serie televisiva di allora “Bounty Low” che ha reso e consacrato Rick come celebre stella televisiva), i due protagonisti principali a confronto, l’attore Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) ed il suo Stuntman Cliff Booth (Brad Bitt), per l’appunto il suo “doppio”, un fermo immagine questo che ci dà persino l’impressione di vedere doppio nell’inquadratura così statica ma geniale. Non è un caso che poi  prosegua anticipandoci il tema della decadenza e del declino ormai imminenti della grande Hollywood anni 50-60 che ha fatto e finito la sua stagione aurea, proponendoci il tema della necessità del riciclo dei suoi attori, attraverso la scena del dialogo di Rick davanti ad un bel bicchiere di wiskey (..) con uno degli agenti cinematografici più importanti (Al Pacino), che avrebbe dovuto scritturarlo per i film di serie B italiani essendo ormai giunto a fine corsa della sua carriera. Sono così questi i temi principali, connessi tra di loro, il doppio all’interno e la storia di Hollywood e del Cinema Stunt, gli elementi su cui gioca Tarantino nel film che fanno poi anche da cornice e da sfondo intrecciandosi, alla tragica vicenda di Charles Manson e del barbaro massacro nella villa dei Polansky del 1969: il doppio visivo (lo sdoppiamento nella coppia dei protagonisti, come il bianco e il nero), può essere visto anche a svariati livelli di lettura, in chiave simbolica, nella stessa Storia del cinema di Hollywood (anche attraverso l’uso di immagini e dettagli del “cinema nel cinema”) : la sua ascesa-discesa, il suo periodo d’oro dei fasti (emblematica la scena della festa sfarzosa in villa con un’inquadratura su una giovane Sharon Tate), e la ricorrenza abituale e massiccia alle controfigure, e poi la sua decadenza verso il viale del tramonto (parabola involutiva hollywodiana questa, sintetizzata dalla metafora “dalle stelle alle stalle” che ci può indurre a vedere una forma di doppio concettuale ribaltato).

Tanto Rick come attore, che Cliff come Stunt, vivendolo in maniera diametralmente opposta proprio perché ne rappresenta il doppio, sono infatti costretti al prepensionamento precoce con tutta una serie d’implicazioni psicologiche esistenziali pesanti sul loro stesso senso di vita, inutile e vuota, inducendo loro il vissuto depressivo da fallimento professionale, a causa del cambio epocale già in atto, e per questo si ritrovano alle prese con una profonda crisi identitaria nella ricerca di un ruolo e posto nuovo all’interno del panorama Hollywodiano in cambiamento a fine anni ‘60, sulla via della rigenerazione e del rinnovo generazionali: si respira ovunque questa atmosfera da “vecchio stile che lascia il posto a quello nuovo, che lo incalza e lo trapassa”. E dunque come due loosers-perdenti che ostentano e vivono nel lusso (almeno Rick l’attore che, ossessionato dal successo, nelle sue vicende si trascina anche la vita dell’altro, il doppio, amico e aiutante fedele, che invece vive ai margini della ribalta e dei riflettori, quasi nella miseria dell’ombra), licenziati precocemente all’apice della carriera, fanno fatica ad accettare lo scalzamento e a riconoscersi, ritrovarsi nei nuovi paradigmi e modelli interpretativi proposti: l’odio e la violenza che ne derivano, che tanto nutrono e fanno esplodere alla fine nei confronti degli hippies nella scena della macelleria messicana nella villa hollywodiana (invertendone peraltro il corso degli eventi storici, nel gioco delle parti implicate) ne è proprio la dimostrazione evidente. Sono costretti a malincuore e loro malgrado ad accettare ruoli da sempre disprezzati e scartati volando in Italia, negli spaghetti western, pur di sopravvivere e riciclarsi per attingere nuova linfa vitale: questo è stato verosimilmente lo spaccato sociale di molti attori e interpreti americani alla fine degli anni sessanta. E che Tarantino mette in scena magistralmente attraverso la coppia Rick-Cliff: la crisi esistenziale e la parabola discendente che ha caratterizzato la vita di molti attori, in quel passaggio cruciale dai sessanta ai settanta di Hollywood che rientra a tutti gli effetti nella storia del Cinema, suscitando però qui ilarità e comicità, commozione e simpatia, partecipazione empatica. Ci divertiamo così a vedere l’uno, Cliff, che vive solitario con la sua cagnetta dolce pur essendo un pitbull che si ritira alla fine della giornata nella sua roulotte arrugginita e sgangherata in mezzo ad un drive-in impolverato e dismesso, ma è contento anche se povero, l’altro che risiede nella mega villa lussuosa a Cielo Drive a  Bel- air con tanto di piscina e vista panoramica, ma è infelice anche se ricco, ed ancora a vedere uno, il più forte almeno all’apparenza fare lo schiavo (si carica dei bagagli mentre l’altro si fa fotografare all’aeroporto), l’altro il più fragile comandare e dirigere come per ironia della sorte: spaccato sociale e culturale del potere materialistico ed egoico di una società quella americana e di una Hollywood (alimentatesi a vicenda), che arricchiscono i pochi e mandano sul lastrico molti, comparse figure secondarie ombre, uno starsystem spietato, una macchina infernale crudele che prima porta all’esaltazione e alle vette più alte le celebrità, spremendole ed illudendole, poi le butta via e le getta nello sconforto quando diventano ormai inutili e superate per il mercato consumistico, un “su e giù” vertiginoso e vorticoso del successo da montagne russe, che prima dà, un attimo dopo toglie, lasciando solo la tristezza dell’amara sorte toccata a molti attori poi dimenticati.

Ma proprio in virtù della tecnica del Ribaltamento, nella fragilità-forza e nella crisi psicologica interiore di Rick e Cliff c’è e riconosciamo addirittura  il loro punto di forza e quello di tutto il film, perché riescono e sanno farci ridere davvero, pur nella loro drammaticità intima mescolata a umanità e cinismo, e riescono ad essere molto divertenti in modi sempre diametralmente opposti: questo vuole mostrarci Tarantino, una sorta di processo di umanizzazione al di sopra e al di fuori di tutto, dei suoi personaggi, mentre si diverte anche lui. E Persino quando tutta quella Violenza e quel massacro-eccidio al limite del surreale, e per questo molto comico, la attuano proprio loro due nel gran finale (anziché la banda di Manson come ci si aspetta), i due protagonisti nei quali ci siamo identificati e proiettati, non riusciamo a non simpatizzare per loro, a non offrirgli tutto il nostro appoggio, ma anzi quasi quasi in fondo li giustichiamo per legittima difesa  anche se non lo accettiamo, anche se sappiamo essere deplorevole e inaudita una tale violenza perseguita con un tale accanimento. Eppure? Perché non ci allontaniamo del tutto e ci ritroviamo a condividere almeno in parte l’efferratezza compiuta? Tarantino introduce qui un elemento nuovo, disturbante, o meglio ribaltante dell’ottica con cui si è sempre rivelato: ci mostra ora, in termini di nostre reazioni, cosa può succedere quando sono i due personaggi protagonisti a commettere lo stillicidio… il giusto perde il suo confine con l’ingiusto, il bene si confonde con il male e rimane molto più difficile così per tutti prenderne le dovute distanze: in fondo siamo tutti immersi, impregnati nella violenza, ne siamo contaminati e condizionati in maniera anche sottile senza saperlo né volerlo, giorno dopo giorno, e quella frase che Tarantino fa dire agli hippies prima di mettere in atto il massacro premeditato, quasi a giustificazione dello scempio, che “il cinema li ha nutriti fin da piccoli di violenza e dunque ora è giusto che la restituiscono a loro”, che sia reale o meno, che sia realmente appartenuta e pronunciata dalla setta di Charles Manson, è comunque veritiera ed emblematica anche applicata su di loro (e quindi su tutti), i due protagonisti , perchè essendo anch’essi figli dell’America violenta specchiata nel Cinema  non ne sono immuni, e diventano violenti a comando come due automi ( in cui si trasformano i personaggi di Tarantino), perché ne sono intrisi e l’hanno imparato proprio dal Cinema, praticandola ed esercitandola sul set anche se fittiziamente (come un Falso che diventa Vero, o la Finzione che diventa Realtà). Lo vediamo e lo intuiamo già nella scena sul set in cui Rick approfitta del suo ruolo di cattivo e scaraventa a terra con una violenza inaudita la bambina, o quando si scopre portare a casa il lanciafiamme dal set, o insulta violentemente perdendo il controllo e la misura, 

gli automobilisti hippies della Comune parcheggiati nel suo vialetto, lo vediamo nella scena in cui Cliff si accanisce a pugni sul muso dell’hippie che gli ha tagliato la ruota nella Comune, o quando si lascia sfidare amichevolmente da Bruce Lee durante le pause del set tranne poi tirare fuori una carica aggressiva inaudita quasi da ucciderlo con una spavalderia animalesca fuori luogo. Dunque carnefici o vittime allo stesso tempo che siano i due protagonisti, qui Tarantino ci offre una visione inedita della Violenza e delle sue innumerevoli e subdole facce, verso cui assume ora una posizione e una visione più chiaramente politica, e ne prende distanza in maniera più esplicita (Tarantino come Kubrick e altri grandi Registri fu più volte denunciato per aver esplicitato la violenza in modo molto marcato e accattivante), rimandandoci in maniera sottile il messaggio che non ci si può mai completamente e fino in fondo identificare con loro. Ma come sempre Tarantino fa assumere ed esprimere ai suoi personaggi cinici la dimensione più animalesca dell’uomo e qui ancor di più la sensazione che abbiamo è che se ne compiaccia

Tutto dunque in definitiva ci parla di doppio e ribaltamento. Successo e declino, attore principale e attore ombra, fama che porta agli eccessi materiali e allo sperpero delle stars arroccate nel loro status symbol e vita naturale e selvaggia nella Comune degli hippies di Manson che porta al rifiuto di suddetti valori materialisti: già si preannuncia e prefigura così l’avvento di una nuova Era, con l’esistenza simultanea del doppio e suo capovolgimento, scalzamento, non solo nella Nuova stagione cinematografica hollywodiana dagli anni settanta in poi (Spielberg, Scorzese, Coppola, ecc), ma nella società e cultura stessa americane, i cui nuovi temi e problematiche storiche irrisolti anzi, dalla guerra in Vietnam ai problemi d’integrazione razziale, dall’evoluzione della figura femminile, alle questioni politiche, spingono e urgono per essere almeno in qualche modo riflessi nel cinema, in un nuovo genere di Cinema, quale diventerà la Nuova Hollywood.

E Fosse anche solo per vedere all’opera come cast d’eccezione, due degli  attori preferiti di Tarantino, Stars e Sex symbol della Hollywood odierna come Brad Pitt e Leonardo Di Caprio, nel ruolo  principale e affiancati per la prima volta magistralmente, merita e vale comunque la pena andarlo a vedere, campione anche di risate al vetriolo… garantite!