ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD | Secondo il Prof. Mosca

una recensione a cura di Umberto Mosca

E’ un film sul 1969, vale a dire un film sulla figura del “doppio rovesciato”, dove ogni cosa è sempre anche il suo contrario. Vediamo perché.

“C’era una volta a… Hollywood” racconta la storia del cinema e ciò che accadde a Hollywood alla fine degli anni Sessanta: questi accadimenti vengono raccontati da Tarantino da un punto di vista inedito, nella prospettiva di coloro che appartenevano all’epoca precedente, in cui le fortune del cinema si erano spente e appiattite anche sulle somiglianze espressive tra film e telefilm. Lo spettatore è talmente ossessionato dalle proprie aspettative, orientate ai fatti thriller della banda Manson, che non si rende conto di assistere a qualcosa di completamente diverso, a una sorta di falso docufiction sul tramonto di un’epoca che ha già lasciato spazio a quella successiva. Ma quell’avvento della New Hollywood che la storia del cinema ci ha sempre fatto percepire come provvidenziale e salvifica, viene narrata da Tarantino come una lacerazione brutale per i protagonisti dell’epoca precedente. Per questa ragione “C’era una volta a… Hollywood” è un film di “strappi”, prima di tutto di strappi di montaggio che colpiscono lo spettatore, come il brusco passaggio dal bianco e nero del western iniziale al rosa incarnato delle gigantografie pubblicitarie di Rick Dalton, oppure l’improvviso fermo immagine su Rick che si passa il ghiaccio sul volto e la voce di commento del produttore interpretato da Pacino che sposta improvvisamente il punto di vista narrativo; o ancora, più avanti, lo strappo crudele sulle note appena accennate di Mrs Robinson; così come lo strappo alla festa nella casa di Playboy, che si interrompe bruscamente quando lo spettatore ha appena iniziato piacevolmente ad ambientarsi -e magari spera di commuoversi almeno un’altra volta, dopo l’apparizione di uno Steve McQueen spudoratamente finto, ma emotivamente autentico!-. Perché sono il falso, la copia, la serie b e gli stunt-men l’essenza del cinema di Tarantino, dove la controfigura mena di brutto la star e dove una starlette non ancora famosa si emoziona davanti alla propria immagine proiettata in pubblico sul grande schermo, in mezzo a persone che non sanno della sua presenza.

Il nono film di Quentin Tarantino, dicevamo, è un film caratterizzato dalla figura del “doppio rovesciato”, dove l’epoca più amata dalla creatività dell’artista (da Peckinpah a Scorsese, dal road movie a “Soldato blu”, e infiniti altri riferimenti) viene osservata da un punto di vista ribaltato, di chi sta cercando di sopravvivere alla rivoluzione della nuova Hollywood (ma anche va a lavorare in Europa e riporterà in America quei nuovi modelli di violenza). È per questa ragione che Rick Dalton apostrofa il ragazzo di Manson chiamandolo “Dennis Hopper del cazzo”: è la rabbia sprezzante di chi interpreta il presente, e dunque la cultura hippie e le sue mode, dal punto di vista della perdita del lavoro proprio per l’avvento di quella nuova generazione di attori cappelloni (a cui, l’altro, Rick è obbligato ad assomigliare, interpretando la parte del cattivo con i baffoni a manubrio…) Tuttavia, è proprio a quei film indimenticabili della New Hollywood, a cui si è sempre ispirato, che Tarantino continua a ispirarsi anche in questo film, perché quando Cliff ritorna a casa e apre le scatolette al cane non può non tornarci alla mente il Marlowe-Elliot Gould de “Il lungo addio” di Robert Altman e la scena iniziale del suo gatto che vuole mangiare.

Che film stiamo guardando, dunque? Qual è la storia a cui dobbiamo prestare attenzione? Quella dei protagonisti del film o quella dei personaggi da essi interpretati nel film che sta dentro al film, in un costante gioco di rovesciamenti e di specchi? Del resto, quando Cliff Booth ritorna a casa, per alcuni secondi siamo portati a pensare che stia entrando in un drive in! E quando Rick sbaglia le battute nella scena del saloon, e chiede al regista di poterle ripetere, nel controcampo sul set della macchina da presa non riusciamo a scorgere nemmeno l’ombra! È il cinema che si è incarnato nella vita (non a caso sono i più recenti studi delle neuroscienze a parlare dell’esperienza filmica come “simulazione incarnata”). Secondo Tarantino tra il cinema e la vita non c’è soluzione di continuità, e dunque è con il Cinema che possiamo divertirci a riscrivere la Storia, com’era già accaduto con “Bastardi senza gloria” e con “Django Unchained”, riscrivendo qui i fatti dell’agosto del ‘69 sulla collina di Bel-Air. Perché l’essenza del Cinema sta nel “cambiare di segno” la Realtà, nell’utilizzare le “visioni” personali del cineasta per re-interpretarla, cogliendone la verità attraverso un apparente tradimento, come nell’interminabile sequenza dello Spahn Ranch. Una sequenza girata come se fosse l’attraversamento thriller del cimitero indiano in “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, distillato del western crepuscolare della New Hollywood. Una sequenza al termine della quale incontriamo proprio uno dei simboli di quella nouvelle vague del cinema americano, quel Bruce Dern interprete di personaggi liberi e anarchici davvero memorabili e qui ormai ridotto a rabbiosa e depressa icona di claustrofobica cecità.

Sono i paradossi di Tarantino, dove le ragazze di Manson sembrano delle squaw zombie e il cowboy non ha gli stivali, anche se si chiama Boot(h), ma ha i mocassini di pelle scamosciata. È la paura allucinata e anfetaminica allo stato puro, rappresentata con una suspence da Nuova Hollywood e con gli hippies che sono brutti, cattivi e insignificanti come le bande di morti viventi di George Romero.

Dopo essere stati in Europa a lavorare in (falsi) spaghetti western e poliziotteschi, Rick e Cliff ritroveranno un loro ruolo da protagonisti, ma solo nella “realtà”, perché nel “cinema” per loro non c’è più posto. Le cose che fanno, però, le hanno imparate al cinema e, a differenza della banda Manson, al momento giusto le sanno usare. È il mestiere della serie B che ha la meglio su chi, come Charles Manson, è ossessionato dalla fama e dalla serie A.

Perché chi ha fatto il lavoro duro del cinema batte sonoramente chi insegue il delirio di trasformare la propria vita in un’immagine cinematografica.