OSCAR 2021 | A Glance On

un rapido sguardo sugli Oscar 2021

Nomadland - C. Zhao, 2020

Le note di Ludovico Einaudi esaltano la sospensione, il dramma, la rassegnazione di vite, tante, che travolte da qualcosa di più grande o non metabolizzabile, vagano, costrette o per scelta, negli immensi ma sbiaditi spazi americani.
Precise scelte di stile ed una calzante interpretazione permettono di viaggiare in un lampo dalle ferite politiche non ricucite alle profondità dell’animo.
Un film in unico tono che, però, resta.

Premi: miglior film, miglior regista, miglior attrice protagonista

Mank - D. Fincher, 2020

Film cinefilo, forse troppo. Non facile da gestire per chi non sa degli accadimenti tra gli anni 30 e 40 al mondo del cinema, Mank è al limite dell’autocompiacimento. Nonostante tutto un ottimo film, con dialoghi brillanti e ottimi interpreti, ma va visto e rivisto. Che fatica.

Premi: miglior fotografia, miglior scenografia

Alessandro Cellamare

Soul - P. Docter & K. Powers, 2020

Un racconto sulla ricerca del significato. Un saggio di psicologia dell’educazione. Un viaggio circolare sul mistero della vita. Dove la chiave cromatica del BLU è la “doppia metafora” per evocare un formidabile storyworld musicale di questo mondo (quel particolare semitono espresso dalla nota blues, il Blue Note del Village che diventa Half Note…) e per dar forma iconica, attraverso una stilizzazione visionaria alla Juan Mirò – e alla derivazione fumettistica della Linea di Osvaldo Cavandoli – alla dimensione difficilmente immaginabile del trascendente. Quando la creatività, che è la costruzione del processo del proprio vero Io (quel semitono “blue”…) diventa l’unica strada per liberare le anime perdute dalle proprie ossessioni. Quando la Pixar decide di spiegarci che mettere al mondo un’idea, che è il suo segreto d’impresa e il segreto dell’arte, è anche il segreto della vita di ognuno.

Premi: miglior film d’animazione, migliore colonna sonora

Umberto Mosca

Nomadland - C. Zhao, 2020

Frances McDormand ci ha dimostrato ancora una volta che le basta alzare un sopracciglio per esprimere una miriade di sentimenti, anche senza parole.
Anche questo suo terzo Oscar, per me, è risultato meritatissimo.
Di una semplicità spiazzante, dialoghi ridotti al minimo, attori non professionisti, una trama pressoché inesistente eppure questo film, quasi documentaristico, riesce perfettamente nell’intento di farci scoprire tutto un mondo che fa parte della vita americana e che noi non conosciamo direttamente.
Pare esistano quasi solo questi nuovi nomadi a popolare questa parte di America, gli altri, i regolari, quelli che hanno una casa, un lavoro, dei legami stabili, pare che non esistano.
I nomadi vivono tra di loro, si aiutano, si ignorano, interagiscono, in maniera totalmente indipendente da una società che non li accoglie, ma li riconosce.
Si tratta di un film di introspezione.
Ed è anche il tipico road movie.
Ci sono tanti tipi di road movie.
Ci sono quelli dove esiste il viaggio e non la meta.
Alcuni hanno una meta ben precisa.
Altri ancora iniziano per caso e si ritrovano ad avere un valore molto particolare.
In alcuni il protagonista parte da solo e trova compagni sul suo percorso.
In altri si parte in gruppo e ci si ritrova soli.
Film di fughe e film di inseguimenti.
Ma sempre film in cui l’essere umano capisce quanto il viaggio sia uno strumento validissimo per fare una introspezione e per trovare un significato alla propria esistenza passata o futura.
Per trovare la forza di ricominciare, o per capire che si è raggiunto il capolinea.

Premi: miglior film, miglior regista, miglior attrice protagonista

Liliana Giustetto

Sound of Metal - D. Marder, 2019

Dalla libertà ribelle dell’hard rock all’handicap incatenante della sordità. L’impatto assordante della discesa nel limite è trattato con delicatezza e pulizia, senza retorica, grazie a un protagonista tenero e umano. Il dolore poteva essere trattato con più forza.

Premi: miglior montaggio, miglior sonoro

Alessandro Cellamare

Ma Rainey's Black Bottom

L’ombra di Spike Lee e del suo cinema di dialoghi e situazioni dietro a questo nuovo film prodotto da Denzel Washington per Netflix. Quando la storia degli afroamericani negli Anni ‘20 si trasforma in un dramma da camera e il confronto psicologico tra i personaggi vuol essere il motore del racconto. Ma con la giusta attenzione – divulgativa assai – alla cornice storica (le migrazioni della manodopera dal profondo Sud alle città industriali del Nord), culturale (la sensualità esplicita del jazz blues) ed economica (il controllo da parte dei bianchi del mercato discografico dei cosiddetti “race record”).
Chadwick Boseman dà vita al suo ultimo personaggio “politico” dopo Black Panther e il “Bro in Vietnam” di Da 5 Bloods, identità lacerata tra il talento esplosivo e la creatività sottopagata destinata alla frustrazione.
Con la fisicità travolgente di Viola Davis e una color correction fire-oriented che fanno il resto.

Premi: migliori costumi, miglior trucco

Umberto Mosca

Sound of Metal - D. Marder, 2019

Nessun suono per il batterista Ruben, ma le vibrazioni riescono a raggiungere lo spettatore. Sull’adattamento e sul cambiamento, sole vie per sopravvivere, anzi per vivere un’ennesima vita.

Premi: miglior montaggio, miglior sonoro

Nomadland - C. Zhao, 2020

Politicamente corretto come tutti i film premiati in questa scontata edizione Oscar, a mio parere si regge sulla indiscutibile bravura della Frances McDormand e la buona colonna sonora di un esperto come Ludovico Einaudi.
Mi pare che non vi sia nulla di particolarmente interessante da segnalare da un punto di vista registico. Albe o tramonti, ottimi panorami dell’Usa occidentale, ma che a mio parere non hanno particolare mordente e nulla di innovativo.
Questo viaggio sul camper/casa di Fern oltre a corrispondere a difficoltà economiche, alla descrizione di gente che vive in modo parallelo alla società “normale” con la sua organizzazione e le sue regole, forse voleva anche parlarci di un viaggio interiore della protagonista che in fondo abbraccia questa scelta.
Mi pare operazione che in sé non ha nulla di nuovo. Altri film hanno già trattato tale argomento: il viaggio come esperienza di ricerca esistenziale .

Politicamente corretto, dicevo, perché questa edizione Oscar (ormai scontata passerella a favore della distribuzione e delle major) dà buonisticamente risalto alle differenze razziali, all’apporto degli autori orientali, ai diseredati in seguito alla crisi economica della grande recessione.
Tutto secondo previsioni.

Forse mi aspetto qualcosa di più da film più innovativi come spero sia Drunk
di Vinterberg con credo un ottimo Mikkelsen.

Premi: miglior film, miglior regista, miglior attrice protagonista

Tiziana Garneri

Se succede qualcosa, vi voglio bene - M. Govier e W. McCormack, 2020

Delizioso cortometraggio, in cui il tocco grafico supera la già efficace e toccante storia. La rivelazione finale del titolo non può lasciare indifferenti.
Netflix fa un altro centro.

Premi: miglior cortometraggio d’animazione

Alessandro Cellamare

Tenet - C. Nolan, 2020

E siamo di nuovo dalle parti di Inception. Grande spettacolo, ottimi movimenti di macchina, buona colonna sonora, azione, il solito rompicapo, oltre due ore di film… ma non c’è un solo personaggio che ti si attacca alla pelle. Non uno.
Dov’è l’anima?

Premi: migliori effetti speciali

Alessandro Cellamare

Minari - L. I. Chung, 2020

Acqua e poi fuoco alcuni degli elementi che emergono come cardini della storia. Ma sono molti, troppi: pulcini, cuore, carte, croce… ed il Minari stesso, erba benefica.
Un impianto classico, a volte forzatamente poetico, in cui si fatica ad empatizzare con i personaggi, dove tutto accade alla fine.

Premi: migliore attrice non protagonista

Sound of Metal - D. Marder, 2019

Un’opera che è anche una strepitosa lezione di linguaggio sulla “soggettiva sonora” e sul “punto di ascolto” all’interno di un film. Una produzione americana per un progetto estetico che realizza la perfetta fusione tra gli ambienti periferici del cinema indipendente Usa e i richiami all’approfondimento psicologico del personaggio del cinema d’essai europeo. Quando la sensibilità verso il “reale” è più forte dello sguardo convenzionale, quando il cinema sente il bisogno di liberarsi degli effetti della tecnologia per bypassare ogni filtro che separi dal vero.

Quando un musicista – Rizwan Ahmed è il rapper Riz MC – sente il bisogno di interrogarsi sulla natura profonda della propria esperienza, scegliendo in assoluta coerenza la purezza al posto dell’imprecisione.

Premi: miglior montaggio, miglior sonoro

Umberto Mosca

Nomadland - C. Zhao, 2020​

Nomadland è l’affresco di un mondo ai margini, di buona fattura e interpretazioni, ma manca di eccezionalità. Gli episodi sono quasi sganciati e i momenti lirici brevissimi, pochi secondi lungo il viaggio in furgone. Poesia sul finale, ma è troppo tardi.
Per loachiani incalliti.

Premi: miglior film, miglior regista, miglior attrice protagonista

Alessandro Cellamare

Minari - L. I. Chung, 2020

Non mi è parso un film molto “orientale” anche se certi tratti gentili, una mdp che esplora sempre piuttosto a distanza i personaggi, i toni pacati, i discorsi mai sovratono anche nei momenti di tensione, mi rammentano un po’ certa cinematografia asiatica. Un po’ autobiografico, ruota attorno al valore della famiglia (tema caro a questa cultura) in epoca reaganiana, quando il capofamiglia cerca disperatamente di concretizzare il sogno americano di una vita agiata creando una azienda agricola fallimentare che va a fuoco non solo metaforicamente. Film piatto, nelle inquadrature e scelte fotografiche, tematicamente vivacizzato forse dal duo nipotino americanizzato e strampalata nonna che ”puzza di Corea”.
Non è un film che tocchi più di tanto i problemi di integrazione, semmai i sensi di colpa di un americano pazzo che gira talora come Cristo trascinando una croce quasi (secondo una interpretazione) ad espiare i peccati della guerra in Corea. Il collante della famiglia che rischia di andare in pezzi per le divergenze tra moglie e marito sullo stile di vita è il “Minari” portato dalla nonna, questa erba simile al prezzemolo che è la base della cucina coreana. Cucina da difendere come valore culturale e familiare. Pianta buona per la cucina ma anche per curare tutti i mali.
Alcuni critici hanno parlato di Hallyu, una sorta di nouvelle vague coreana.
Personalmente il film mi ha lasciata piuttosto fredda. L’ho sentito poco empatico, scontato nei temi, all’insegna del buonismo di prammatica.
La regia rivela una sorta di ibrido: non è girato come lo girerebbe un orientale, né come lo girerebbe un americano.
Se il regista voleva questo effetto forse lo ha ottenuto.

Premi: migliore attrice non protagonista

Tiziana Garneri

Minari - L. I. Chung, 2020

La prima parte, bucolica, è di una pregevole raffinatezza per una narrazione invisibile che aggancia e riconcilia col mondo. Quando lo storytelling diventa di altro genere nascono altre richieste e si avvertono lacune sui personaggi e una storia non così importante.

Premi: migliore attrice non protagonista

Alessandro Cellamare

Nomadland - C. Zhao, 2020

Se Ken Loach entra in rotta di collisione con i suoi personaggi, ci fa impattare e non di rado ferire, Nomadland pare girato da un drone – sapientemente diretto – che rimane a distanza di sicurezza dagli eventi, sorvolando sulle sensazioni, gli umori, le reazioni. Non basta quella scatola sfondata a dare il senso di una cesura col passato, a rompere con fragore una sorta di rassegnata ma a tratti quasi compiaciuta accondiscendenza a una vita nomade di luoghi e sentimenti che finisce con l’essere sintetizzata da un sasso levigato e bucato che poco trattiene se non uno sguardo verso un altro indefinito altrove.

Premi: miglior film, miglior regista, miglior attrice protagonista

Elena Pacca

Un altro giro - T. Vinterberg, 2020

“Non m’importa che bevi con gli amici, in questo paese tutti bevono, m’importa che ti sei allontanato da me”.
Ma contano poco le donne in una commedia in cui si respira, centrale, l’amicizia virile: goliardica intorno a un tavolo, raccolta nel piangere un amico, e, soprattutto, ottimista “accanto ad una bottiglia”. L’alcol, che rende l’opera acutamente “scorretta” e del quale è del tutto imbevuta, è l’hub in cui convogliano, trasversalmente tra generazioni, riscatto e affrancamento. Vitale ed inafferrabile fino in fondo.

Premi: miglior film in lingua straniera

Un altro giro - T. Vinterberg, 2020

Cos’è la giovinezza?
Un sogno.
Cos’è l’amore?
Il contenuto del sogno.

Con questa frase di Kierkegaard si apre Druk di Vinterberg.
Film di morte ma anche di voglia di vivere, di giovinezza ed ebbrezza girato dal regista anche in seguito alla morte della figlia Ida, cui il film è dedicato.
La vita piatta ed incolore di quattro insegnanti di liceo si ravviva provando a mettere in pratica le teorie dello psichiatra Skårderud, secondo le quali un aumento del tasso alcolico migliora la vita e la socialità. Ma l’alcolismo da moderato rischia di diventare compulsivo. Alcool come medicina che accomuna e disinibisce due generazioni, studenti ed insegnanti che si devono confrontare con le angosce del crescere i primi e dell’invecchiamento i secondi. Ma anche pericoloso veleno. Film sull’amicizia maschile, sul bisogno di liberarsi dalle regole rigide, per potersi librare in volo nella libertà.
Provocatorio, innovativo, scorretto, esplora gli effetti dell’alcol ma non ne fa apologia.
Contrappone la rigidità puritana al bisogno di scegliere la propria vita.
Mads Mikkelsen, attore prediletto ed amico di Vinterberg, in stato di grazia, fornisce una performance strepitosa.

Premi: miglior film in lingua straniera

Tiziana Garneri

Un altro giro - T. Vinterberg, 2020

Sarebbe da chiedersi se Druk sia l’approdo dell’unico uso sensato che la camera mossa del Dogma poteva avere: ubriacare lo spettatore. Provocazione a parte, Druk è un’opera compiuta sul fallimento e la sua accettazione, sull’amicizia e sulla libertà attraverso la morte di sé.

Premi: miglior film in lingua straniera

Alessandro Cellamare

The Father - F. Zeller, 2020

Non è il primo filma parlarci di Alzheimer. Amour o Still Alice ne sono esempi. Ma il monumentale A. Hopkins ci fa vivere in una esperienza totalmente immersiva lo stato di una mente che si sta disgregando. Di una persona che perde la sua identità, aggrappandosi a particolari (l’orologio, la finestra da cui si vede il parco) per tentare ancora di aggrapparsi alla vita.
Lo spettatore si chiede come il protagonista talora dove è, chi sono la figlia Anne (che in parte è la caregiver interpretata dalla O. Colman), e sperimenta con lui come i ricordi si mischiano, si confondono come tessere di un puzzle totalmente scomposto.
Le badanti, la figlia Lucy (defunta), le case in cui ha vissuto, l’ex marito di Anne, un infermiere. Confuso, indifeso, talora irritabile, fa provare a noi le stesse emozioni, in un testardo negare che la mente sta svanendo, sino ad arrendersi, piangendo come un bambino che regressivamente invoca la mamma, sulle spalle di una infermiera con la consapevolezza di essere ormai un albero che ha perso le foglie.

Premi: miglior attore non protagonista, migliore scenggiatura non originale

Tiziana Garneri

The Father - F. Zeller, 2020

Come gestire un tema delicato in una forma geniale e lontana dalle retoriche che piacciono ai piagnoni. The Father salta tra le focalizzazioni e getta lo spettatore nello stato confusivo del protagonista, generando una fruizione immersiva mai vista.
Tempi e attori perfetti.

Premi: miglior attore protagonista, migliore sceneggiatura non originale

Alessandro Cellamare

The Father - F. Zeller, 2020

A volte non è necessaria la fantascienza di Christopher Nolan per smantellare la rassicurante lineare successione degli accadimenti. A volte non è obbligatorio scomodare personaggi lynchiani per creare attimi indecifrabili ed affatto rassicuranti. Tutto è già nella corteccia degli uomini. Tutto è già in potenza, in attesa di esplodere piano nei momenti ultimi, quando la vita dovrebbe essere più clemente. Il disagio senile che, grazie all’abilità dei creatori e del cast, è percepito senza mediazioni, sulla pelle dello spettatore.
Per estensione una riflessione su tutto ciò che è e su ciò che non è.

Premi: miglior attore protagonista, migliore sceneggiatura non originale

The Father - F. Zeller, 2020

L’orologio – da polso in questo caso – strumento segnatempo per eccellenza è come la trottola di Inception? Ci garantisce la realtà? O rimane sempre il dubbio che ciò che è non sia? In una soggettiva immersiva siamo virtualmente nella mente di Anthony, anziano malato di Alzheimer. Siamo i suoi occhi, il suo sguardo, la sua confusione tramutata in certezza e viceversa. Siamo nei salti temporali, nell’appiattirsi dell’oggi sullo ieri o su un domani che sarà o è già accaduto. Siamo nel dialogo con la figlia che lo accudisce, nello sconcerto e negli strani personaggi che appaiono come intrusi, usurpatori di uno spazio/casa, luogo di conforto e sicurezza, territorio campale dove ingaggiare le piccole battaglie quotidiane. I momenti ricorrenti – il pollo, il paesaggio di strada sotto la finestra, i quadri, il fatto che a Parigi si parli solo il francese sono gli appigli, i ramponi di quell’arrampicata faticosissima per tirarsi fuori dal crepaccio cerebrale in cui è precipitato scivolando a poco a poco dalle pareti dei ricordi allisciati cui non si è più in grado di afferrarsi alla vita, a quel che resta del giorno. Quando la realtà diventa irreale, adattata selezionando i ricordi, passando al setaccio ciò che non conviene, come quell’altra figlia morta, ma che si preferisce credere semplicemente ed eternamente in viaggio, tanto da non riuscire più a passare a trovare il vecchio padre.
Si fronteggiano due formidabili attori – Anthony Hopkins e Olivia Colman – che contengono moltitudini aggirando magnificamente le paludi del melodramma o le secche della frigidità, consegnandoci il gusto amaro delle cose come stanno.

Premi: miglior attore protagonista, migliore sceneggiatura non originale

Elena Pacca

Soul - P. Docter, 2020

Ci sono le ambizioni di Inside Out, la ricerca di un’adultità che sembra la nuova frontiera Pixar, ma manca una storia davvero interessante e le costruzioni simboliche sono poco convincenti. Soul perde così spessore e svela la solita solfa Disney.
E le anime, che brutte!

Premi: miglior film d’animazione, migliore colonna sonora

Alessandro Cellamare

Una donna promettente – E. Fennell, 2020

Ciò che non va fatto è proprio considerare Una donna promettente un film “pazzesco e spietato” giacché manca sia di genio che di ferocia. Piuttosto si può riflettere se questa morbidezza sia frutto di un pensiero nuovo, viste le troppe alzate perse.

Godibile ma non imperdibile.

Premi: migliore sceneggiatura originale

Alessandro Cellamare

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