PARASITE VS SNOWPIERCER | Sguardi diversi sugli stessi temi

una recensione a cura di Tiziana Garneri

BONG JOON-HO è un regista sudcoreano classe 1969, laureato in sociologia, che nel 2013 dirige SNOWPIERCER, ispirato alla serie di fumetti francesi di fantascienza post-apocalittica LE TRANSPERCENEIGE.
Nel 2019, quindi sei anni dopo, gira PARASITE che come noto, lo consacra a livello mondiale come miglior regista coreano che vince la PALMA D’ORO A CANNES.
Siamo consapevoli che BONG JOON-HO è assai sensibile ai temi ambientali, ai disastri dell’inquinamento, e che non di meno è attratto dai temi sociali, dai problemi di sperequazione della ricchezza, dalla differenza di classe, temi dunque attualissimi nel mondo odierno. In particolare affronta i temi della società, in questi due film, con un’angolazione però assai diversa, che lo porta a considerazioni non sovrapponibili.
In SNOWPIERCER, ambientato in un ipotetico 2031 – solamente dieci anni dall’anno in cui stiamo vivendo! – immagina un disastro ambientale, un mondo decimato da un’era glaciale in seguito a esperimenti falliti che l’uomo ha fatto per fermare il riscaldamento globale.
Da notare che nei suoi film spesso i disastri o la comparsa di creature mostruose (come in OKJA o in THE HOST) sono responsabilità delle manipolazioni umane.
Ma ciò che è più pregnante è che immagina un treno comandato da un losco figuro di nome WILFORD, costretto a viaggiare in moto perpetuo attorno alla terra per procurarsi energia onde evitare la morte di tutti i passeggeri.
Un treno che diventa metafora delle disuguaglianze sociali. Le carrozze in testa sono dei ricchi, con ogni comfort; gli ultimi vagoni ospitano, ammassati in una sorta di deportazione, gli ultimi, i reietti, costretti a cibarsi solo con barrette di scarafaggi compressi.
I vagoni centrali sono pieni di militari agli ordini di WILFORD (che vuol far credere che quello sia l’unico modello possibile), pronti a mantenere con le maniere forti l’ordine prestabilito.

I poveri, continuamente oppressi, vengono pure deprivati dei loro figli, fatti vivere in condizioni prive di igiene e alimenti, a cui si raccontano sciocchezze in una sorta di lavaggio del cervello.
BONG JOON-HO come un funambolo fa un film popolare, commisto di stile coreano e dinamismo americano, ma non privo di una lucida lettura critica, caustica, profonda sulla natura dell’ umanità.
Propone una visione cupa e inquietante, mantenendo sempre alta la tensione dello spettatore, in questa esperienza immersiva, in cui sta dalla parte dei poveri.
Visione che comunque nel finale lancia un messaggio di speranza attraverso la figura di una giovane donna e di un bambino, superstiti dopo il deragliamento del treno, che con la visione di un orso in lontananza simboleggiano la speranza di una rinascita.
La bella fotografia è ovviamente cupa: usa toni scuri privilegiando il nero, il grigio, il verde cupo, con la camera che si sofferma a lungo sui volti dei reietti, sporchi ed emaciati, costretti in spazi claustrofobici come in un campo di concentramento.
Ma è un film che inneggia alla RIBELLIONE… a una sana coalizione dei poveri che decidono di rovesciare la situazione. Vi è uno spirito di unità, di un progetto da realizzare uniti, per il rovesciamento della iniqua situazione. A costo di perdere la vita, se necessario.
Uno scopo per dare un senso a un’esistenza altrimenti priva di significato. Purtroppo la via sacrificale, lo scoppio di una bomba, il deragliamento del treno sono il prezzo da pagare per la speranza di una rinascita. Le future generazioni (il bambino) forse si comporteranno meglio. A loro passa il testimone.
Un po’ come la bimba de IL BUCO di GALDER GAZTELU-URRUTIA che diventa messaggera di un mondo forse migliore. Potente da un punto di vista fotografico l’infernale treno che contrasta con uno splendido panorama di ghiacci candidi che lo circondano.
Soltanto sei anni dopo SNOWPIERCER il nostro regista gira PARASITE. Il tema è similare: la differenza tra le classi sociali.
Qui si può notare una maggior eleganza estetica nella regia, nel descrivere da una parte la ricca villa dei Park, famiglia dell’alta borghesia coreana.

La fotografia ha un ruolo principale assoluto, sia nella profondità di campo nel riprendere la villa nei suoi colori neutri e soffermandosi sui suoi abitanti, sia nel permettere allo spettatore di entrare nei bassifondi sociali facendo quasi una esperienza olfattiva. In uno di questi vive una famiglia coesa che con degli escamotage riuscirà a entrare in contatto coi ricchi, facendosi assumere con mansioni varie (autista, domestica, precettore).
Una famiglia “parassita” che senza pietà e scrupoli farà fuori la governante insinuando ad arte che sia affetta da tubercolosi.
Ma nel sotterraneo ben nascosto vive da anni un altro “parassita”, il marito della governante, che si occulta vivendo alle spalle dei ricchi, a causa dei debiti.
E successivamente il suo posto verrà preso da un altro uomo, un nuovo “parassita”, quando la villa sarà venduta a nuovi proprietari. È il padre della famiglia povera insinuatasi nella villa, che fungeva da autista del signor Park e che alla fine lo ha ucciso.
Nello sguardo sociale di Bong la lotta di classe non esiste. I poveri tendono a difendere le posizioni acquisite, senza solidarietà reciproca. Non vi è coalizione. Gli uni contro gli altri. Pronti a ogni nefandezza.
Solo la scena del compleanno in giardino fa immaginare un bagliore di reazione, ma fondamentalmente la scelta di questi emarginati è di perpetrare la loro vita saprofita, perché in fondo più conveniente.
Ne esce l’immagine di una umanità degradata, incattivita, senza speranze o ambizioni, che non tenta neppure di lottare per ristabilire un equilibrio.
Qui la visione di BONG è assai più cinica e pessimista rispetto al film di sei anni prima poiché deprivata di uno spiraglio di speranza.
Come se l’autore, rispetto allo stesso tema, avesse maturato una visione molto più dura, disillusa, senza ideali e priva della speranza di un riscatto.
La visione di vite senza scopo che non sia quello di sopravvivere, come, appunto, inutili parassiti.